
Sono fermamente convinto che il funeral doom sia uno dei generi più difficili del metal. È difficile per chi lo approccia perché denso, ridondante, respingente. È difficile anche per chi lo suona, perché le possibilità di contaminazioni sono ridotte, il rischio di creare un prodotto identico a tutti gli altri è costante e, soprattutto, è un genere che sembra abbia già sparato le sue cartucce migliori con band come Shape of Despair, Skepticism, Evoken, Mournful Congregation o Bell Witch, senza citare gli interpreti più seminali. Il risultato della condizione in cui vive il funeral doom è dunque quella di una più o meno ridotta schiera di cultori, una sorta di una piccola chiesa devota a una schiera di poche, osannate divinità.
La premessa di cui sopra è funzionale a introdurre il disco di cui oggi trattiamo, Exequiae dei tedeschi Lone Wanderer, uscito recentemente per High Roller Records. La band è attiva dal 2014 ed è da anni protagonista di una crescita costante, che li ha visti partire dall’auto-pubblicazione del debut album The Majesty of Loss fino ad arrivare a un riscontro internazionale da parte della critica. Per la recensione odierna vogliamo partire dalla scelta dell’artwork, il dipinto Procession in the Fog di Ernst Ferdinand Oehme, esponente del romanticismo tedesco noto per le sue atmosfere cupe e contemplative, che vede una processione di figure incappucciate avvolte da una coltre di nebbia. La scelta della band tedesca risulta infatti pienamente coerente con la musica che propone, vale a dire un funeral doom metal lentissimo, annichilente e fumoso, sorretto da un growl gutturale cavernoso e distante. Come la processione di Oehme, l’album dei Lone Wanderer avanza con un incidere malinconico ed è avvolto da un’aura di solennità religiosa, quasi sacra. Come il passo della processione, i tempi sono lentissimi e cerimoniali; come la coltre di nebbia, le armonie sono dense, pesanti, di una monumentalità decadente. Inoltre, come le figure che affiorano dalla nebbia, i riff emergono lentamente dalle atmosfere ovattate, i contrasti tra le sezioni più melodiche e i momenti più cupi e opprimenti sono così graduali da renderne difficile l’identificazione. Non c’è mai un’esplosione, c’è solo un incedere che cambia impercettibilmente nel corso dei brani, con le variazioni affidate all’inserimento di singoli elementi isolati. Il percorso dei Lone Wanderer verso il raggiungimento di un lavoro di questo tipo è peraltro fortemente coerente e parte da un primo disco, il già citato The Majesty of Loss, caratterizzato da un decadentismo delicato, da un utilizzo più trasparente degli elementi melodici e, dunque, da un’immediatezza emotiva maggiore rispetto ai lavori più recenti. Con The Faustian Winterl’evoluzione porta ad un approccio più cerebrale, una maggiore sofisticazione e atmosfere più stratificate, che sfociano poi nell’architettura musicale monumentale, oscura e liturgica del qui presente Exequiae, che aggiunge qualche minimo inserto death-doom che, chissà, potrà essere il prossimo passaggio dei Nostri.
Un disco lento, minimale, meditativo e rituale, che sposa al meglio l’idea del funeral doom più vero nella bellezza di oltre 72 minuti di durata, 25 dei quali solo relativi alla prima traccia. Le atmosfere cupe e dense sono costruite con muri sonori mastodontici, che vengono accompagnati da variazioni minime ma funzionali a cambiare l’incedere dei brani mantenendone intatta la solennità e i contorni quasi liturgici. Funeral doom nella sua forma più pura, quello di cui avevamo bisogno e che porta di diritto i Lone Wanderer nella ristretta schiera dei massimi interpreti del genere.
(High Roller Records, 2026)
1. To Rest Eternally2. Existence Nullified3. Life’s Lost Vanity4. Anhedonia5. Epistemology Of The Passed


