
Surtùm è un termine friulano che indica un prato paludoso, o una palude vera e propria. Allargando il concetto possiamo anche vederlo come un luogo non necessariamente collegato alla realtà per come siamo soliti percepirla. Può anche essere usato come sinonimo per indicare, in natura, un qualcosa che simboleggia la vita e la morte, la trasformazione e la rinascita. Ma Surtùm è anche, e soprattutto, il nuovo, meraviglioso album di Massimo Silverio. Come il precedente, anche questo esce per la torinese Okum Produzioni, etichetta che, ad oggi, non ha ancora sbagliato un disco, e che abbiamo omaggiato, proprio su queste pagine, in occasione dell’uscita di Oniria di Physalia (alias Arianna Pegoraro).
Surtùm nasce sulla falsariga del precedente Hrudja (2023). L’immaginario di Silverio è infatti ancora quello legato alla sua terra natìa, celebrata grazie all’uso del Cjarniel, il dialetto friulano delle Alpi Carniche caratterizzato da forte conservatività consonantica e dittonghi. Anche su questo suo ultimo lavoro Silverio costruisce il proprio approccio sonoro cercando di fondere tradizioni e contemporaneità, attraverso un mix che, se risulta immediatamente accattivante, non disdegna di rivelarsi assolutamente delicato e intimista. Un album che si caratterizza quindi per il suo riuscire ad essere in grado di colpire al cuore, laddove le emozioni non possono nascondersi a lungo, e finiscono per mostrarsi per quello che sono. Surtùm è, in sostanza, un percorso necessario per tutti coloro che sentono la necessità di andare in cerca di una purificazione spirituale. Se, all’esordio, eravamo rimasti spiazzati dalla qualità della proposta del Nostro, oggi non possiamo più nasconderci, la sua è una delle voci più belle del panorama italiano contemporaneo. E sottolineiamo voci, in senso neutro, dato che in questo caso la voce è uno strumento a tutti gli effetti. Quello che ce lo ha fatto amare in tempo quasi reale è (stato) il suo accogliente e imprigionante calore, esaltato da un pathos quasi liturgico, che trova il suo compimento con il succitato uso del dialetto, linguaggio tagliente e duro, ma, al tempo stesso rassicurante, come un mantra ipnotico che ci porta verso la salvezza e la fiducia. Il suo è un canto suadente, toccante nel suo saper essere a metà strada tra quello che è stato e quello che sarà. E – restando in tema – in questo caso Silverio non sarà perché già è, adesso, una certezza intorno a cui costruire un nuovo modo di pensare la musica italiana nel nuovo millennio. La sua è una proposta minimale ma ricchissima di sfumature, che si muove intorno a coordinate oscure ma attraenti. Come se il male facesse meno paura. I brani non cercano la melodia ma guardano alla bellezza di insieme, resa tangibile da una grande intensità espressiva.
La cosa che colpisce, in tempi frenetici come questi, è che Silverio invita a lasciarsi andare e restare concentrati sull’ascolto, dimenticando la fretta con cui approcciamo praticamente ogni cosa durante la giornata. Il suo è infatti un disco che agisce con lentezza ed eleganza, senza rivelarsi tutto subito. Un album che è quasi un rituale crepuscolare e occulto, a cui non possiamo e non vogliamo restare indifferenti, che ci induce a seguirlo in un luogo dell’anima (nascosto e imprevedibile) dilatato che non necessariamente dobbiamo pensare reale e tangibile. Un album forse più complicato e meno accessibile rispetto al debutto ma di certo non meno intrigante, anzi.
(Okum Produzioni, 2025)
1. Sorgjâl
2. Avenàl
3. Zoja
4. Vare
5. Prin
6. Grim
7. Ghirbe


