
Raggiungere il traguardo delle trecento uscite discografiche non è soltanto un esercizio numerico o una pura dimostrazione di longevità: per un’etichetta come la Pelagic Records rappresenta la consacrazione di un’identità sonora ben precisa, costruita negli anni diventando una vera e propria label di culto. The Dungeon Tapes, compilation pubblicata in concomitanza con il Pelagic Fest 2026, si propone proprio come un affresco celebrativo di questo percorso, raccogliendo brani inediti, reinterpretazioni e collaborazioni ad hoc del ricco roster della label.
L’avvio del disco mette subito in chiaro la matrice viscerale della casa discografica: a guidare la prima parte è quell’anima post-metal e post-rock densa, cupa che ha reso Pelagic Records un punto di riferimento internazionale. Dalla rilettura devastante di “Soon” dei My Bloody Valentine a cura del super-gruppo Pelagic United & Friends (dove milita Mike Armine dei Rosetta che impreziosisce il brano e fa sperare ad una futura release della band madre), fino alle imponenti e dinamiche strutture dei neozelandesi Spook The Horses con “Hinterland” e alla maestosità glaciale degli svedesi Barrens (“Behind Glacier Trail”), il lavoro sulla stratificazione delle chitarre e sull’impatto emotivo è di primissimo ordine. La tensione, tuttavia, subisce un drastico calo di efficacia quando la compilation vira verso sonorità più elettroniche: sebbene le intenzioni di esplorazione siano lodevoli, gli episodi dal taglio maggiormente sintetico come le incursioni di Gösta Berlings Saga con “Fragment III” (a tratti sembra un videogioco 8 bit era) appaiono meno a fuoco e finiscono per disperdere la carica drammatica accumulata nelle prime battute, risultando a tratti slegate dal cuore pulsante dell’album. Fortunatamente, la release ritrova coesione nella sua sezione conclusiva, virando prima verso atmosfere eteree e mantriche con le trame ritualistiche nell’ottimo brano dei Pothamus e nel piglio dimesso della traccia di Johan G. Winther. Il gran finale lasciato ai The Ocean, qui con il primo assaggio della nuova formazione guidata dal cantante Enrico Tiberi al pianoforte e accompagnato dal contrabbasso, presentano agli Hansa Studios una versione spogliata, intimista ed estremamente toccante di “Epiphany” brano oramai storico presente nell’album Heliocentric. Infine a chiudere il cerchio ci pensano i Telepathy con la reinterpretazione di “Time” di Hans Zimmer: un crescendo post-rock travolgente che parte da fragili echi ambient per esplodere in una mareggiata di chitarre ipnotiche prima di spegnersi delicatamente.
Al netto di qualche passaggio elettronico meno incisivo nella parte centrale, The Dungeon Tapes resta una testimonianza tangibile dell’incredibile ecletticità di casa Pelagic. Una proposta variegata e mai scontata che, pur con le sue fisiologiche altalene di stile, conferma la capacità dell’etichetta di spaziare tra i generi senza perdere di vista la propria attitudine di fondo.
(Pelagic Records, 2026)
1. Pelagic United & Friends – Soon (My Bloody Valentine Cover)
2. Spook The Horses – Hinterland
3. Lost In Kyiv – Tróia
4. Barrens – Behind Glacier Trail
5. The Answer Lies In The Black Void – Angel (Massive Attack Cover)
6. Thot – What We Do Now (Pink Floyd Cover)
7. Arms And Sleepers – I S L A
8. Psychonaut – Origins (Ghesso Remix)
9. Gösta Berlings Saga – Fragment III
10. Pothamus – Heravis II.II (Let Light In)
11. Johan G Winther – String Of Ants
12. The Ocean – Epiphany
13. Telepathy – Time (Hans Zimmer Cover)


