
Dall’incontro tra Réka Csiszér (compositrice, cantante e artista multidisciplinare, specializzata in improvvisazione, e sonorità post-industriali e dell’Europa orientale) e Radwan Ghazi Moumneh (musicista e produttore libanese che fonde musica elettronica, bouzouk, canto arabo, cinema sperimentale e interrogativi sull’identità) non poteva che nascere un progetto libero da condizionamenti, in grado di muoversi liberamente, in totale autonomia. Le Révélateur nasce per caso, come tributo all’omonima pellicola del 1968 di Philippe Garrel, autore di punta della Nouvelle Vague francese, che racconta il percorso di iniziazione di Stanislas, un bambino in età prescolare, che, dopo la perdita di entrambi i genitori, vaga solitario cercando la dimensione divina, in un percorso che lo individua come il Rivelatore, caratterizzato da paesaggi inquietanti, silenziosi, desolati, come foreste e lande disabitate. Un immaginario post-apocalittico che necessitava quindi una scelta sonora malinconica, a metà tra paura e fascinazione.
L’idea di Réka Csiszér e Radwan Ghazi Moumneh è quella di dare nuova vita all’opera, con la sonorizzazione delle immagini che diventa una sorta di nuova colonna sonora. Ne è uscito un disco che non poteva quindi che essere improntato ad un approccio estremamente inquietante, in cui il disorientamento sposa alla perfezione il bianco e nero originario, e che fortifica il legame dei due con un passato personale fatto di alienazione e isolazionismo. Il duo ha messo in piedi un album in cui il suono riesce a sublimare il silenzio, intensificandone l’impatto, in modo da arricchire le immagini, ma senza quell’invadenza che spesso le colonne sonore mostrano. Le Révélateur è un album solenne, austero e ipnotico, in cui l’unica certezza sembra essere rappresentata dalla continua modificazione spazio temporale che alimenta il malessere andandoci a chiudere in un angolo oscuro. Così come il film, anche il disco si regge sull’assenza e sulla sottrazione emotiva, in un incontro/scontro tra elementi che si avvicinano senza far rumore, quasi in dissolvenza, in cui anche il respiro diventa un frastuono impercettibile in grado di risultare disorientante.
Suddiviso in otto movimenti evidenziati solamente con la progressione numerica da uno a otto in arabo, l’album mostra un carattere essenziale, che sposa un’idea minimalista ed enigmatica, in cui la tensione risulta costante, in un crescendo a metà tra drone e ambient che sembra voler riproporre il bianco e nero del film attraverso una dicotomia sonora tra ombre e luci. La loro è una manipolazione sonora realizzata attraverso la fusione tra elementi divergenti, ma che sembrano completarsi alla perfezione, come violoncello, bouzuki, raraba e synth, in grado di creare un suono essenziale che diventa fuoco nel buio. Se il film si caratterizza per l’assenza di dialoghi, qui la voce diventa il rumore costante di un contesto che sembra sempre sul punto di deflagrare, ma che, invece, resta costante, in bilico davanti a un baratro che alla lunga non fa più paura.
(Asadun Alay Records, 2026)
1. wāḥid
2. ithnān
3. thalātha
4. arba’a
5. khamsa
6. sitta
7. sab’a
8. thamāniya


