“Grazie all’ansia che ci tiene in vita, grazie per continuare a non divertirvi con noi”.
Mi piace sempre, quando possibile, aprire i contributi con una citazione degli artisti coinvolti, specialmente quando questa è tratta dalla presentazione di un disco, del gruppo stesso o dei pilastri tematici/musicali su cui i progetti artistici si fondano. In questo caso la citazione non proviene dal qui recensito In The End, Was It Worth It?, ma dalla presentazione dell’unico vero e proprio predecessore targato Scare, il full length del 2019 Not dead yet, probably…, ma è talmente calzante per introdurre anche questo secondo album che era impossibile non riportarla. Il virgolettato (a dire il vero leggermente rimaneggiato in questa sede), ci consente infatti di comprendere a grandi linee a cosa siamo davanti: un disco carico d’ansia, che descrive il sentimento di inadeguatezza alla vita nella società odierna che in tanti provano e che sfocia in sentimenti di rabbia, tristezza, frustrazione, abbattimento e comportamenti antisociali. Lo fa con i testi, che mettono in mostra un mondo che fagocita cose e persone, e lo fa soprattutto con la proposta musicale di un metallic hardcore grondante di sludge e innervato tutt’altro che velatamente da grind e crust. Il quartetto canadese, che vede anche una quota rosa alla chitarra, fonde un po’ tutto questo, aggiungendo anche in un paio di occasioni dei giri di chitarra vicini al black (è il caso dell’apertura di “Crowned in Yellow”, ad esempio) e creando così un disco all’apparenza soffocante ma, all’atto pratico, meravigliosamente godibile, armonioso nell’equilibrio delle varie influenze, ascoltabile in loop per ore e ore senza avere la necessità di riemergere dall’abisso. Il segreto, oltre quanto già detto, sta nella varietà delle soluzioni adottate, tra cui segnaliamo momenti in cui è la chitarra a prendere le redini dei brani, altri in cui invece è un basso tellurico à la Death Before Dishonor a comandare le sezioni (anche queste, talvolta volutamente ripetitive e talvolta invece ben più eclettiche), altri ancora in cui gli strumenti uniscono le forze supporto dell’espressività vocale di Philip Roy (l’ultimo minuto di “Harakiri Ton Industrie” è, in questo senso, da antologia e automaticamente porta la traccia in testa alla classifica dei migliori brani dell’anno già a febbraio). Se si dovessero fare un po’ di paragoni, siamo dalle parti degli All Out War o, per andare verso tempi più recenti, di gruppi come Rejoice, Domain, Deadset o dei bravissimi Temple Guard, con i quali si condivide qui un approccio votato all’imprevedibilità e alla varietà delle soluzioni adottate. In generale, la grandezza di In The End, Was It Worth It? sta nel suo essere profondamente ancorato alla tradizione hardcore eppure riuscire a convogliare in essa schemi alternativi, legandoli insieme in trame articolate ma di facile fruizione. In estrema sintesi, a far sembrare facile e immediato quanto in realtà complesso, articolato, studiato nei minimi particolari.
Gli Scare, con In The End, Was It Worth It?, ci regalano un vero e proprio capolavoro. Un assalto sonoro di matrice hardcore influenzato a vario titolo e in varie proporzioni da quanto di più sporco e distorto i generi punk-related abbiano mai partorito, ma confezionando un album incredibilmente fruibile e vario, in cui ogni elemento è funzionale alla creazione di un suono estremamente personale. Se si potrà parlare di una “matrice” Scare in futuro, solo il tempo ce lo dirà. Quello che è sicuro è che chiude il sipario sul disco la stupenda copertina, che incarna al meglio lo spirito dell’opera e ci pone esplicitamente la domanda che presta il titolo all’opera: “E alla fine, ne è valsa la pena?”. La risposta è sì, decisamente.
(Scare Music, 2025)
1. Nevermind if it all explodes, I’ll die anyway
2. PMA : Pessimistic Mental Attitude
3. Drifted Away
4. The Black Painting
5. Thrash Melrose
6. Crowned In Yellow
7. Doomynation
8. Jeanne Dark
9. Midnight Ride
10. Turbograine
11. Harakiri Ton Industrie
12. Reality Of Death In The Maze Of Hope
13. Doomynation 2