Parlare di quanto siano bravi gli Stormo, ormai, è del tutto scontato. Parlare di quanto siano riusciti a rimanere fedeli alla propria personalissima formula, pur realizzando lavori che strizzavano l’occhio talvolta all’una, talvolta all’altra deriva, lo è altrettanto. Eppure, riprendere in mano il percorso degli Stormo mi sembrava la soluzione migliore per arrivare a offrire una panoramica completa di questo Tagli / Talee, mettendo in luce quanto il disco qui recensito sia la sintesi (e al contempo la sublimazione) del tragitto sin qui affrontato e, forse, l’apertura per qualcosa di nuovo. Sin dagli esordi, gli Stormo si sono distinti per una proposta difficilmente collocabile in maniera univoca nel macromondo hardcore, ibridando post-hardcore, noise, math, screamo. Dopo il primo folgorante Sospesi Nel Vuoto Bruceremo In Un Attimo E Il Cerchio Sarà Chiuso, che aveva sconvolto la scena per la proposta di qualcosa di veramente nuovo, il successivo Ere aveva spinto sull’acceleratore proponendo un album criptico, meno intellegibile, in cui si intravedeva già una progressiva svolta verso sonorità già più affini al metal; svolta che verrà marcata ulteriormente dal successivo Finis Terrae. È proprio Finis Terrae, a parere di chi scrive, il punto di svolta della band, perché sancisce un passaggio fondamentale dall’introspezione dell’esordio alla viscerale esternalizzazione dell’emotività, che arriva a parlare più al pubblico che a sé stessi. Se prima era il pubblico a prendere dagli Stormo, elaborando e declinando in maniera molto personale concetti musicali ed emotivi quasi auto-riferiti, ora sono gli Stormo che offrono al pubblico gli strumenti per lo sfogo del proprio io interiore. Endocannibalismo prosegue il percorso presentandosi poi come un album più quadrato ed impostato dei precedenti, più maturo, che punta al togliere più che all’aggiungere e mostra la maturità definitiva del gruppo.
La domanda, a questo punto, è come si inserisce Tagli / Talee nella traiettoria musicale dei Nostri. La risposta, non certo immediata come la domanda, è che l’album sembra essere la sintesi più ragionata possibile di tutti gli elementi dei precedenti (capo)lavori. Il disco, scritto interamente in tour, vede un parziale ritorno allo screamo canonico della grande scuola italiana (in questo senso, brani come “Rami” e “Riva” mostrano i classici giri di chitarra malinconici lasciati da parte negli ultimi lavori), sapientemente accompagnato da riff e batteria molto vicini al black (“Sciame” e “Alte Mura” su tutte), che a loro volta mutano poi, nel contesto degli stessi pezzi, in strutture tipicamente post-hardcore. Troviamo poi un nuovo uso di dissonanze artificiali, aggiunte in fase di registrazione e post-registrazione da Diego Castioni (“Sabbia Pt.2 Ghiaccio) e Alberto Bertelli (“Come Fauce Che Divora”), ad alimentare gli effetti stranianti già raggiunti strumentalmente dal quartetto di Feltre e, a questo proposito, preme fare i complimenti per scelte così particolari ma perfettamente incastonate nel contesto dei brani citati. Rimangono invariati gli elementi math, il noise al limite di un rumorismo primordiale ma crollano quasi tutte le strutture compositive ordinarie a favore di un prodotto che gioca nel tornare in parte verso terreni meno intellegibili rispetto al recente passato, senza togliere le coordinate all’ascoltatore ma bendando gli occhi mentre intraprende il viaggio. Come sempre è difficile parlare dei testi, criptici, personali e al contempo capaci di abbracciare l’umanità tutta. L’ampiezza dei concetti, di stampo quasi ancestrale, si interseca ancora una volta con il quasi body-horror delle immagini proposte (in “Come Fauce Che Divora” la mente e il cuore soffrono all’idea di una “sabbia sospesa che scoperchia un essere trafitto da un altro che respira”), enfatizzate anche dal titolo dell’opera e dall’insistenza sui concetti quali gli artigli o le lacerazioni. Un gore che non è mai fine a sé stesso e non punta banalmente a richiamare un immaginario, ma è come sempre allusivo di una condizione esistenziale. La prova di Luca Rocco è in questo senso, per l’ennesima volta, da applausi e il frontman riesce a convogliare un immaginario d’avanguardia con l’acida ferocia primordiale del timbro vocale.
Gli Stormo confezionano ancora una volta un disco che è un punto e a capo per tutta la scena post-hardcore italiana (e non solo). Si ritorna parzialmente al puzzle di generi e sensazioni dei primi lavori, ma i pezzi sono adesso allineati da mani profondamente esperte, che possono così ritagliare spazi più ragionati per osare e cercare traiettorie solo parzialmente esplorate. La capacità di ibridare generi, innovarsi, tornare indietro, mantenendo inalterata la qualità e la riconoscibilità della proposta è qualcosa che hanno solo i grandi. E gli Stormo, da anni, sono tra i più grandi. Complimenti.
(Prosthetic Records, 2025)
1. Tagli
2. Sabbia
3. Sabbia Pt.2: Ghiaccio
4. Kallitype
5. Sciame
6. Rami
7. Talee
8. Bordi
9. Riva
10. Alte Mura
11. Come Fauce Che Divora