
Tatsuya Yoshida è un importante batterista, compositore, produttore e ingegnere del suono giapponese d’avanguardia/jazz/sperimentale, una delle figure chiave della scena underground nipponica. Fin dai primi anni Ottanta ha suonato e collaborato con molte band giapponesi elogiate dalla critica, come Ruins e Zeni Geva, ma anche europee, come i Painkiller, in cui prese temporaneamente il posto di Mick Harris. Yoshida è un batterista estremamente prolifico e tecnicamente abile, elogiato per la sua energia grezza e violenta, e la capacità di suonare in modo sovrumanamente veloce mantenendo anche le strutture ritmiche più complesse nitide e incontaminate. Martín Escalante invece è un fotografo, regista e musicista cresciuto a Guanajuato, in Messico. Il suo strumento principale è il sassofono contralto, che ha leggermente modificato per produrre un’ampia varietà di rumori, multifonia ed estensioni vocali. Dalla loro unione è uscito un album totalmente folle come The Sound of Raspberry, a metà tra il free jazz e la musica classica più radicale e intransigente.
Il disco è il manifesto della schizofrenia di questi nostri tempi moderni, e può essere visto come la risposta più radicale, ma anche più immediata e irrazionale, al caos e alle oppressioni che stiamo vivendo. Non c’è un solo istante di tregua. I due si rincorrono, sfidandosi in una singolar tenzone da cui emerge un suono delirante, ma sempre costantemente a fuoco, che tiene incollati alle casse dello stereo. Un album in cui l’estremismo raggiunge picchi impensabili, mentre il rumore diventa suono a tutti gli effetti. Il tutto sempre all’insegna di un’intensità incredibilmente alta, votata alla ricerca di quelle soluzioni che possano permettere al duo di farci veramente del male. La cosa più bella di tutto questo è che non esiste un solo istante in cui non siano gli strumenti acustici dei due a far rumore. Non ci sono pedali, sovraincisioni, computer o diavolerie tecnologiche, è tutto frutto del talento e del genio dei due. Anche se sembra che ognuno vada per la sua strada, non è assolutamente così. Il sax e la batteria si plasmano l’uno sull’altra, confrontandosi e dando vita ad un crescendo comune, in cui tutto sembra saltare e abbandonare la logica, mentre è invece tutto perfettamente al proprio posto.
Si tratta di un disco che in pochissimi, per non dire – forse – nessuno, riuscirà a portare a fine ascolto. Ma questo non deve spaventare, anzi. Deve essere fonte di ulteriori stimoli nel momento in cui decidiamo di approcciare un album così provocatoriamente violento. Un album in cui non fai in tempo ad abituarti ad un passaggio che quello seguente, dopo pochissimi secondi, stravolge tutto, rimettendo in discussione le nostre brevi certezze, e poi ancora così, di nuovo, da capo, fino alla fine. Dovendo scegliere un aggettivo, potremmo pensare a strabiliante. Ma non siamo così sicuri di aver fatto la scelta migliore. Forse, ci viene da pensare, un termine che racchiuda tutta la disperazione scriteriata, ma assolutamente travolgente di The Sound of Raspberry ancora non è stato creato. O se esiste non lo conosciamo.
(Wash and Wear Records, 2025)
1. worldless vocals
2. six simple saxophones
3. preeti little please machine
4. benign tenticulations
5. soft wear
6. visual product
7. pierre clementi in belle de jour
8. without a hat
9. ruggerio y almendra
10. the sound of raspberrie
11. nature’s bottle service
12. besos desde las lagunas del alto
13. it’s time for the puppet show!
14. [r̼̊]


