Considerando che le uscite a nome The Smashing Pumpkins degli ultimi vent’anni non brillano certamente per ispirazione e riuscita, è lecito tenere le aspettative particolarmente basse anche per l’inatteso Aghori Mhori Mei, nuovo capitolo della creatura di Billy Corgan. Forse anche per questo, dopo alcuni ascolti, ne risultiamo particolarmente sorpresi considerando che tra le mani ci si ritrova un prodotto che almeno non ha velleità di grandezza – tipiche degli ultimi infausti atti delle zucche – o non presenta prosopopee pompose e mastodontiche difficilmente digeribili nella speranza di ritornare a comporre un altro – irripetibile, per fortuna – Mellon Collie and the Infinite Sadness, in cui ogni nota era oro che colava, al netto di un effetto nostalgia tenuto onestamente da parte.
Aghori Mhori Mei suona come un disco degli Smashing, ha una durata contenuta e suona dannatamente rock. Nulla di nuovo, intendiamoci, ma un’apertura come quella di “Edin” di questi tempi è davvero tanta roba e ci fa sbilanciare dicendo che questa collezione di dieci tracce possa essere una delle cose migliori fatte da The Smashing Pumpkins dai tempi di Machina / The Machines of God. Poi possiamo tranquillamente argomentare che, data la direzione intrapresa da Corgan negli ultimi anni, tornare a proporre un lavoro che rientri in certi canoni – che tra l’altro egli stesso ha praticamente inventato – possa suonare come una resa, specialmente dopo tanti tentativi di rinnovarsi andati a male. Ma tornare a farlo in modo da convincerci che tutto sommato un disco de The Smashing Pumpkins nel 2024 possa aver senso, beh, non è male. Non mancano momenti sottotono su cui grava il peso degli anni che passano o interi pezzi filler (su tutti “Goeth the Fall”): chiaramente la verve furiosa di Corgan non esiste più e ogni tanto pare che si intestardisca ancora a tentare di comporre una nuova “Tonight, Tonight” (“Pentecost”). In altri momenti invece pare rinvigorita l’interpretazione, soprattutto nei momenti un po’ più sognanti e romantici (“Pentagrams”, “Murnau”) coadiuvati da un uso a fuoco dei synth e delle tastiere che non esagerano con orchestrazioni barocche e contribuiscono a creare un bilanciato sottosuolo sonoro che supporta le doti vocali di Corgan non più eccelse. Momenti più uptempo come “Sighommi”, “Sicarus” o “War Dreams of Itself” risultano godibili e memori di una furia che ricorda i riffoni circolari e sabbathiani di Gish, ma ahimè spogliati di quella rabbia viscerale vocale che era un indubbio fiore all’occhiello del combo americano. Il vero punto di forza di questi pezzi è che però finalmente suonano come quelli composti da una band e non da un one-man project. Pezzi come “Who Goes There” e “999” presentano apporti non banali dati da James Iha e Jimmy Chamberlin che in generale appaiono più liberi di esprimersi e dettare legge sull’espressività dinamica di certi momenti. Si ha l’impressione che senza il loro apporto anche questi pezzi potessero tranquillamente finire nel dimenticatoio.
La speranza è che ormai ci si sia rassegnati a non voler rincorrere gli spettri del passato ma che si riesca a trovare davvero nuova linfa. Aghori Mhori Mei mostra che forse, tutto sommato, The Smashing Pumpkins potrebbero aver ancora qualcosa da dire. Per sicurezza però è necessario volare bassi e rimanere cauti, avvalendoci dell’onere della prova futura.
(Thirty Tigers, 2024)
1. Edin
2. Pentagrams
3. Sighommi
4. Pentecost
5. War Dreams Of Itself
6. Who Goes There
7. 999
8. Goeth the Fall
9. Sicarus
10. Murnau