Stella polare di imperitura luminosità o casuale meteora transitata in più cieli senza davvero appartenere ad alcuno? Negli ultimi trent’anni, poche altre band come i The 3rd and the Mortal hanno suscitato un’ammirazione sconfinata e, del pari, dubbi e perplessità sulla traiettoria artistica intrapresa, con annesso e più che comprensibile sconcerto di fan e devoti sballottati dalle ombre lunghe del gothic doom alle fascinazioni electro ai confini del trip hop. Al di là della proverbiale ultima parola, affidata come sempre e inevitabilmente al gusto personale (e qui, per quanto ci riguarda, due monumenti come Tears Laid in Earth e Painting on Glass dovrebbero troneggiare su tutti gli scaffali degli amanti delle atmosfere oscure elegantemente declinate), la verità è che la cifra stilistica caratteristica del combo norvegese è sempre stata la sperimentazione spinta fino a esiti avanguardistici anche estremi e non stupisce che, nel momento in cui il chitarrista e compositore Trond Engum ha scelto di dar vita a un progetto parallelo, le stesse caratteristiche ne siano immediatamente diventate il tratto distintivo.
Così, attenuando parzialmente lo sconcerto per lo scioglimento nel 2005 dei The 3rd and the Mortal, il moniker The Soundbyte ne ha tenuto in qualche modo alta la bandiera, complice anche il fatto che diversi componenti della casa madre hanno continuato a collaborare con il mastermind di Trondheim. Per la verità, qualche dubbio sulla vitalità del progetto stava cominciando ad insinuarsi, visto che l’ultimo cimento risaliva ormai a otto anni fa (e, oltretutto, nel dicembre scorso i The 3rd hanno annunciato una reunion per celebrare il trentennale dall’esordio), ma questo Still Quiet sgombra il campo dagli equivoci e rimette in pista una band che ha evidentemente ancora molto carburante nel proprio serbatoio creativo e che non ha perso la capacità di sorprendere e, in qualche modo, spiazzare gli ascoltatori. Se, infatti, Solitary IV era stata una perla psichedelicamente dark innervata da striature ambient e drone, stavolta Engum prepara un piano di volo tanto ambizioso quanto riuscito nella resa, proponendo una tracklist letteralmente spaccata in due e alternando al microfono prima la voluttuosa teatralità decadente di Andreas Elvenes e poi le eteree astrazioni di Kirsti Huke, entrambi già protagonisti nel controverso canto del cigno dei The 3rd, Memoirs. Il risultato è un album per sommi capi ascrivibile all’universo gothic, ma qualunque classificazione troppo rigida rischia di non rendere giustizia a un lavoro che si nutre di complessità e contaminazioni e che si tiene lontanissimo dai cliché, a cominciare dal ricorso a quei registri sdolcinati e leziosi che sono stati spesso il limite di un genere proprio per questo non di rado oggetto di strali critici, se non di ostilità tout court. Altro possibile equivoco da chiarire in via preliminare, nell’economia del platter il metal in senso stretto riveste un ruolo, se non marginale, quantomeno defilato, limitandosi a scorrere sottotraccia o come possibile e ipotetico approdo di tracce che però, sul campo, finiscono per prendere direzioni diverse. Il concetto si chiarisce immediatamente nella triade di brani affidati alla voce di Elvenes (in mezzo ai quali si colloca la title-track, breve inserto folk acustico strumentale), a cominciare dall’opener “Floating Distance”, che esalta un approccio ottantiano iniettato di accattivanti vapori new wave ad alto tasso di fruibilità immediata, spingendosi fino alle soglie di una radiofonicità quasi catchy. Non deve ingannare nemmeno l’avvio di “The Fall of Illusions”, che sembra inizialmente puntare su ritmi lenti e cadenzati dal vago retrogusto doom, perché il vero cuore pulsante della traccia è in un rock teatralizzato dove David Bowie proietta ombre ben più significative di Aaron Stainthorpe. Il gioiello del terzetto è però “Will You Follow”, con il suo viaggio accidentato tra tappeti drone, improvvisi sussulti industrial, un corpo centrale che carica energia e un finale in dissolvenza che adombra eterne fissità (e nota di merito più che dovuta per la prova alle pelli di Rune Hoemsnes, altro inossidabile compagno di ventura di lunga data). In caso di ascolti distratti o superficiali, il cambio della guardia al microfono rischia di provocare una sensazione di stravolgimento della rotta artistica fin qui intrapresa, ma, a un’analisi più approfondita, le differenze sono più apparenti che di sostanza, al netto di due timbri vocali evidentemente tutt’altro che sovrapponibili. Se, infatti, la prospettiva si sposta ora oggettivamente verso orizzonti diafani e incorporei appena increspati da qualche velo di inquietudine, la cifra stilistica complessiva rimane saldamente ancorata a suggestioni gothic dagli esiti avantgarde, che lady Huke maneggia da fuoriclasse dosando alla perfezione malinconia e abbandoni. Ecco allora che non sfuggirà la corrispondenza ottantiana tra l’opener e un brano come “When All Is Gone”, che brilla a sua volta per potabilità e relativa immediatezza senza scadere nell’orecchiabilità a buon mercato. E, a conti fatti, tocca probabilmente alla coppia che chiude l’album disputarsi la palma di best of della compagnia, con il minimalismo quasi liturgico e cerimoniale della conclusiva “Will You Find a Way” (impreziosita da qualche refolo sinfonico in fuga dalle corde dall’organo di Geir Nilssen) e, soprattutto, con le spire a lungo ipnotiche e ammalianti della notturna “Can You See Me Now”, che però si apre in un sorprendente e trascinante finale in multicolor in una sorta di proiezione cinematografica dai contorni space, che congeda gli spettatori con un messaggio di bellezza e (rassicurante?) speranza.
Una doppia anima che fa incontrare intensità drammatica, malinconia ed estasi, un distillato di sonorità che infrangono le barriere del gusto e delle decadi, un lavoro di ricerca e sperimentazione che non è mai sterile autocompiacimento, Still Quiet è un album che supera le più rosee previsioni per una rentrée tanto inaspettata quanto gradita. In attesa di capire se la reunion dei The 3rd and the Mortal sia solo a scopo celebrativo o il primo passo di un nuovo percorso, teniamoceli strettissimi, i The Soundbyte, perché anche loro la sanno alzare come pochi, l’asticella della qualità.
(Voices of Wonder, 2025)
1. Floating at Distance
2. Still Quiet
3. The Fall of Illusions
4. Will You Follow
5. When All Is Gone
6. Can You See Me Now
7. Will You Find a Way