
Più o meno a metà degli anni Ottanta, la scena punk svedese venne travolta da una deflagrante esplosione che cambiò irrevocabilmente la storia musicale della Scandinavia, ovvero la nascita del kängpunk, il movimento che univa hardcore e punk, non solo da un punto di vista estetico, identitario e stilistico, ma anche, e soprattutto sonoro. Caratterizzato da un approccio totalmente DIY il kängpunk puntava sull’impatto, sulla forza dirompente, sul rifiuto delle convenzioni. Tra le band che diedero una spinta maggiore al movimento c’erano anche i Totalitär. Di loro avevamo perso le tracce agli inizi del nuovo millennio. Dopo essersi formati a metà degli Ottanta ed essersi trascinati con forza e frenesia costanti, negli anni Novanta, grazie a due soli album, oltre ad una quantità spropositata di uscite in sette pollici e di split EP, la band svedese decise di sciogliersi subito dopo la pubblicazione del loro split Totalitär / Disclose (Your Own Jailer Records). Idea che venne vanificata dopo nemmeno un lustro, con la band che nel 2007 torna a far sentire il proprio grido di lotta con l’album Vi Är Eliten (Prank Records). Passano quasi vent’anni e li ritroviamo nuovamente attivi, dopo un silenzio che pareva quello definitivo, con un album, omonimo, realizzato grazie all’unità di intenti tra la De:Nihil Records (Europa) e la Prank Records (Nord America).
Il loro è un ritorno che sancisce l’inutilità della carta di identità e dei riferimenti anagrafici. Siamo infatti alle prese con una band assolutamente freschissima e granitica, come nei suoi giorni migliori. Una band che se ne frega del tempo che passa e pensa solo a riportare al centro di tutto l’intensità che li ha sempre caratterizzati. Il tutto reso esplicito con un album intransigente e (come da tradizione) politicamente impegnato, in cui spicca l’aggressività di un approccio spoglio e crudissimo, che non si perde in abbellimenti, ma va dritto al bersaglio come da tradizione hardcore punk. Il sound è sostanzialmente quello di un tempo, al netto di un’ovvia differenza tecnologica che rimarca la distanza tra gli anni Ottanta e la digitalizzazione odierna, ma che non disturba affatto: quello che infatti conta è ciò che gli svedesi hanno da dire, ciò che urlano con rabbia. I nemici storici sono sempre gli stessi, l’autoritarismo, lo stato di polizia, l’oppressione sociale, il fascismo. Tematiche che, anche noi, esattamente come loro, consideriamo ancora oggi fondamentali, e imprescindibili, non negoziabili. Avrebbero potuto scegliere di aggiustare il tiro, soprattutto da un punto di vista sonoro, per provare a collocarsi all’interno di un movimento odierno molto più addolcito, per non dire sputtanato, al passo coi tempi, ma non sarebbero stati corretti, soprattutto con loro stessi. L’album suona esattamente come avrebbe dovuto, e cioè Totalitär al 100%.
Come detto il disco non inventa nulla, ripropone una band ancora in grado di dire la sua, che ha mantenuto lo smalto di un tempo, e che ce lo dimostra grazie ad un album frenetico, caotico, feroce, e carico di rabbia, fatto di nove episodi che si raccolgono in poco più di un quarto d’ora di violenza sonora. I Totalitär sono tornati, per ribadire ancora una volta l’eternità (e la vastità) che separa il punk, quello vero, degli albori, dalla merda che negli anni a seguire, e che ancora oggi ci spacciano per similare, ovvero quell’inaccettabile punk rock patinato, del tutto scevro dalla rabbia del kängpunk. Parlavamo di rabbia. Non c’è solo quella nei nove momenti del disco, c’è anche tutta la maturità di una band che oggi, grazie all’esperienza e alla maturità, canta anche il proprio disincanto per la situazione odierna. Tutto quello che in quegli anni si identificava come il male si è impietosamente realizzato. Non resta che prenderne atto, e fotografare la realtà per quella che è oggi, impietosamente, ma onestamente. Ed è quello che hanno fatto i Totalitär in questo loro album di ritorno.
(De:Nihil Records, 2026)
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