La Magnetic Eye Records continua nella sua opera di rivalorizzazione dei grandi classici del passato. E dopo aver rivisitato – sempre sotto forma di compilazione – tra gli altri The Wall dei Pink Floyd, Electric Ladyland di Jimi Hendrix e Back in Black degli AC/DC, guarda stavolta in casa Jethro Tull. Pensare di introdurre nomi di questo calibro rischia di essere davvero un’operazione molto più ridicola che scomoda. Nonostante, rispetto ai nomi di cui sopra, i Jethro Tull siano, dal punto di vista della diffusione capillare e della conoscenza, anche sommaria, una spanna sotto, non crediamo sia possibile pensare che tra coloro che frequentano più o meno abitualmente le nostre pagine, ci sia qualcuno che non li conosca. Ma non solo. Tra tutti i dischi della band di Blackpool, siamo convinti che quello che più di tutti sia capillarmente diffuso nelle case dei nostri avventori sia proprio questo Aqualung, originariamente andato in stampa nel lontano (ma non troppo, visto che coincide con la mia data di nascita) 1971.
La band di Ian Anderson è da sempre apprezzata soprattutto per la sua capacità di modellare il proprio approccio sonoro nel corso degli anni. Ed è proprio guardando a questa pluralità di direzioni intraprese che ci piace segnalare un tributo di questo tipo, in cui mancano completamente le redini, e le proposte si susseguono in modo assolutamente eterogeneo, col gusto e la dinamicità che variano a seconda della band. Ci piace al tempo stesso sottolineare come i partecipanti abbiano scelto di reinterpretare l’album senza distaccarsi troppo da quelle che sono le coordinate sonore in cui abitualmente si muovono. Alla giusta distanza, marchiandole con il proprio sound ma senza eccedere troppo né in un verso né nell’altro. Realizzato nella tripla veste in vinile 12″ gatefold (rosso sangue, marmorizzato trasparente e nero), Aqualung (Redux) è un ascolto che sentiamo di consigliare a tutti quelli che sposano sonorità progressive e sperimentali, indipendentemente dal fatto che siano (stati) estimatori della band britannica. Tra blues, hard rock e psichedelia l’album scorre veloce e in modo “fresco” proprio in virtù della dinamicità garantita dal continuo cambio di registro sonoro. Non sappiamo se quelle che siamo soliti chiamare “nuove generazioni” sapranno cogliere il valore dell’originale, e, conseguentemente, essere chiamati a riscoprire un sound per certi versi datato che ha però scritto la storia di un frangente musicale ricchissimo e vario. La speranza è che si possa andare proprio in questa direzione. Se così non fosse, non ce ne faremo un cruccio. E nel dubbio una volta finito di ascoltare la versione Redux di Aqualung correremo a riascoltare la versione originale, nella nostra versione “scoppiettante” in vinile per i troppi, ripetuti, ascolti.
Se Aqualung fa parte di quei dischi a cui portare reverenza e rispetto, un’operazione come questa va esattamente in quella direzione, e quindi non può che essere apprezzata, pur senza gridare al miracolo.
(Magnetic Eye Records, 2024)
1. Chris Goss – Aqualung
2. The Well – Cross-Eyed Mary
3. Osi And The Jupiter – Cheap Day Return
4. Huntsmen – Mother Goose
5. The Otolith – Wond’ring Aloud
6. Motorpsycho – Up to Me
7. Big Scenic Nowhere – My God
8. Saturna – Hymn 43
9. Mammoth Volume – Slipstream
10. The Sword – Locomotive Breath
11. Domkraft – Wind-Up