
La comfort zone è una brutta bestia. Prendiamo i Winterfylleth: due anni dopo The Imperious Horizon eccoli di nuovo sugli scaffali (virtuali e non) con il loro nuovo parto discografico, The Unyielding Season. La formula è quella, ormai rodata da tempo, ed è inutile girarci intorno: sta iniziando un po’ a scricchiolare.
Comfort zone dicevamo: sì perché i Nostri da un po’ di tempo a questa parte non sono certo propensi a chissà quale innovazione nei loro album, e chi già li conosce e decide di intraprendere gli spesso lunghi ascolti delle loro opere sa già cosa aspettarsi. Ed arriviamo quindi ad un crocicchio di scenari: se li ami alla follia sei felice di stare, appunto, nella loro comfort zone, e magari rifuggi addirittura qualsiasi novità. Se li ami ma speri in qualcosa di nuovo, che esca invece dal consueto bozzolo confortevole al quale gli inglesi ci hanno ormai abituato, rischi di rimanere deluso. Se infine non li conosci proprio e decidi di approcciarti a loro per la prima volta allora puoi, fondamentalmente, scegliere con tranquillità una qualsiasi delle ultime uscite, e andrai sul sicuro. Questo è lo scenario che vive l’autore di questa recensione, nello specifico si sente come la seconda tipologia di ascoltatore. Chi scrive ha sempre seguito i Winterfylleth, ne ha apprezzato ogni uscita, perché è oggettivo, questi ragazzi non hanno sbagliato un colpo, e The Unyielding Season è alla fine l’ennesimo centro. Eppure come dicevamo qualcosa scricchiola, si inizia ad avvertire una sensazione disturbante, un senso di già sentito che va a braccetto con l’incapacità di incasellare un certo brano in un preciso album rispetto ad un altro. Riteniamo che quando le canzoni iniziano ad assomigliarsi da disco a disco, con leggere variazioni ma pochi o nessun appiglio in grado di dare loro una specifica identità, cominciano a venir fuori i primi problemi. The Unyielding Season è un album furioso, battagliero, forse il più aggressivo pubblicato dai Nostri in tempi recenti, un piglio titanico e fiero che a più riprese ci ha ricordato i defunti Dawn Ray’d. Questa è, fondamentalmente, l’unica significativa novità introdotta. È composto da dieci brani quasi tutti impiantati su attacchi frontali e su muri sonori di grande impatto, travolgenti, con la voce di Naughton lacerante e disperata. Le aperture sinfoniche e melodiche non mancano, e donano a tutti i brani un respiro epico, meno naturalistico del passato ma non per questo meno coinvolgente . “Unspoken Elegy” e “Where Dreams Once Grew” sono due momenti acustici che si scontrano brutalmente con la violenza che li precede e segue, donando un senso di pace e ristoro appaganti e mettendo in luce ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, la grande capacità dei Nostri di ergersi a “menestrelli” della canzone folk di Albione. La title-track, con la sua seconda metà devota ad un’atmosfera dimessa e malinconica, e “In Ashen Wake” con il suo climax solenne, sono forse le vette qualitative del lavoro. Menzione a parte per la cover scelta a conclusione del disco, “Enchantment” dei conterranei Paradise Lost. Qui i Nostri restano fedele all’originale, aggiungendo però il loro tocco personale alle chitarre che qui riprendono il classico “wall of sound” dei Winterfylleth. Alla voce abbiamo il tastierista Mark Deeks, la cui prova è oggettivamente valida e con un’impostazione personale che, volutamente, non vuole ricalcare quella di Nick Holmes. Il resto dei brani sono attacchi furiosi e belligeranti, coinvolgenti certo, ma che non spiccano particolarmente seppur suonati con qualità eccelse (ce ne vorrebbero di pezzi così!).
Giudicare questo album è difficile, per i motivi già ampiamente descritti. Preso singolarmente, o ancor più, prese singolarmente le singole canzoni, è indubbio che si tratta di un disco ottimo, prodotto e suonato con classe, nel quale emerge, palpabile, il fuoco che la copertina annuncia. Se però ci allarghiamo ad uno sguardo di insieme, che copre anche le precedenti uscite e fornisce un quadro più ampio, la valutazione scende in maniera proporzionale alla presenza di quella fastidiosa sensazione di già sentito di cui già vi abbiamo parlato. Se ragioniamo con il cuore del fan sfegatato il giudizio schizza nuovamente in alto; se infine siamo fan critici ci allineiamo, nuovamente, con chi cerca di vedere l’opera inserita nel quadro più ampio. L’oggettività deve però guidare le nostre valutazioni, e considerando il tutto, non potendo tralasciare l’omogeneità forse eccessiva che, disco dopo disco, stanno proponendo i Winterfylleth (la comfort zone di cui all’inizio), con il malincuore del fan di lunga data ma con un pizzico di polemica, la valutazione qui in calce ci è sembrata forse la più idonea.
(Napalm Records, 2026)
1. Heroes of a Hundred Fields
2. Echoes In The After
3. A Hollow Existence
4. Perdition’s Flame
5. The Unyielding Season
6. Unspoken Elegy
7. In Ashen Wake
8. Towards Elysium
9. Where Dreams Once Grew
10. BONUS TRACK – Enchantment (Paradise Lost Cover)


