
Sono trascorsi quattro anni dal precedente album in studio, quel Mana che ha sancito il giusto riconoscimento per la nostra Lili Refrain. Un lasso di tempo che per chiunque avrebbe potuto rappresentare uno stallo creativo, un sedersi sugli allori, per altro tutti meritatissimi. Al contrario l’artista romana ha saputo sorprendere, andando a compiere l’ennesimo miracolo, scrivendo un nuovo scintillante episodio della sua carriera. Un album, questo Nagalite, che prende un po’ le distanze da quanto fatto fino ad ora, ma senza snaturare l’essenza creativa della Nostra, mantenendo intatta una calligrafia musicale di altissimo livello. Il titolo del disco è composto da due parole: Naga (serpente), in sanscrito e Lite (pietra), in greco; la simbologia è sempre stata una caratteristica portante per il messaggio di Lili Refrain: un serpente, per natura suadente, seducente, subdolo, sempre pronto al cambiamento, alla metamorfosi, alla rinascita, e la durezza della pietra, che fa da contraltare con la sua fermezza, l’immobilità nel tempo, la solidità, le fondamenta, la materia grezza. Nagalite vede confermarsi il buon legame con la Subsound Records come etichetta e il 16th Cellar Studio di Stefano Morabito per le registrazioni. Un lavoro altamente professionale che ben combacia con l’operato di una musicista straordinaria come Lili (e quanto vorrei un progetto tra lei e Dalila Kayros: sarebbe un qualcosa di epocale!).
Ma come suona questo nuovo disco? Come detto, il sound è (in parte) diverso e odora di nuove fragranze. L’opener “Exuvia” è una mano tesa, un gentile accompagnarci dentro una cattedrale vuota, antica come il mondo; tastiere profonde che amoreggiano con voci elegiache, un brano che in pochi minuti cura ogni dolore, che suggerisce lacrime che a breve sgorgheranno copiose. Perché Nagalite questo fa: bonifica l’anima di chi sa ascoltare, di chi è vocato alla purezza. “Nagal” è la stessa mano, più cordiale, che diventa abbraccio, che scalda spalle scoperte al freddo della notte. È deserto lunare, buio nero, cavo come un abisso. Le stelle, miliardi di puntini bianchi, cascata di aghi, sono così vicine, possiamo toccarle: possiamo bruciarci! Il tribalismo qui è stampella solida, sorregge le gambe malferme, il pianto comincia ad avanzare pretese, il torace che sussulta, la gola serrata. Lili Refrain, come sappiamo bene, si districa tra voce, chitarra, basso, percussioni, synth, tastiere, loop station e la sensazione persistente è quella di immergersi in una jam, una costante improvvisazione, un rituale alieno che, chi ha avuto la fortuna di assistere ad un suo concerto, può confermare: un’esperienza ai confini del misticismo. Detto che la componente folk, sciamanica, spirituale, “di viaggio”, rimane intatta, Nagalite segue anche correnti più catchy, con melodie di synth e tastiere che rapiscono già dal primo ascolto – “Coil” è micidiale: kraut rock, synth pop, intrecciate col solito lirismo ancestrale, a tratti selvaggio, che sa di terriccio umido e piedi nudi persi in danze tribali – e sentieri tortuosi, i migliori da percorrere data la ricompensa intrinseca del paesaggio circostante, come la chiosa di “Lithos”, il brano più lungo del lotto, un viaggio dantesco che negli ultimi istanti riprende il mood di “Exuvia”, andando così a chiudere un cerchio, un serpente che si nutre di se stesso.
Un’opera a tratti quasi insostenibile dato il suo carico di tensione. Un album che in trenta minuti ci illustra la maestria di una sacerdotessa in musica, in pieno controllo, in stato di grazia, trasversale, camaleontica; la paletta colori è infinita, Lili Refrain gioca con tutte le sfumature del caso e non c’è un genere musicale che lei non possa domare. Nagalite è già da ora uno dei migliori dischi dell’anno, difficile scalzarlo dalla primissime posizioni. Per me, un piccolo capolavoro – per durata, eleganza, compostezza – che sa essere gigante.
(Subsound Records, 2026)
1. Exuvia
2. Nagal
3. Coil
4. Lithos


