Questo secondo disco degli svedesi Häxkapell ha tutto per piacere. Dalla bellissima copertina, ad opera dell’artista Maéna Paillet, al logo – finalmente decifrabile e non, come spesso accade per il metal estremo, una catasta di rami buttati a casaccio – ma soprattutto per la bontà dei brani al suo interno. Il mastermind Oraklet, che si occupa di tutti gli strumenti – escluso la batteria, suonata da JM con IPU al violino e cori -, liriche, produzione e tutt’ ‘e ccose, dopo il debutto old school black metal del 2021, Eldhymner, torna sulle scene con un album che suona leggermente diverso. La rabbia del black metal non viene mai meno, è parte fondamentale del songwriting del Nostro, ma viene accompagnata da una vena epica importante, una costante ricerca della melodia – si sentano gli ottimi assoli disseminati lungo tutto il disco -, radici folk nei cori e nell’uso degli strumenti ad arco e una delicata patina di metal classico. Un miscuglio che non risulta indigesto, che viene ben mescolato da Oraklet, che per altro dimostra una grande versatilità nel cantato: passa con estrema disinvoltura dallo scream standard del genere al cantato pulito, senza sfigurare, persino nei momenti dove passaggi baritonali trasformano semplici brani in èpos (quasi) indimenticabili.
Il disco si apre con “Satans rötter”, un biglietto da visita che mostra subito le qualità della band: inizio epico, passaggi folk che rimandano alle terre ghiacciate del nord, cori battaglieri, tremolo delle chitarre che proiettano ombre di scontri a cavallo, popolazioni barbare in cammino. Black metal atmosferico e violento, come si confà al genere, con un drumming preciso, potente e cinematografico. La successiva “Metamorfos”, per chi vi scrive uno dei brani migliori del lotto, parte col botto: è un black metal terremotante, senza fronzoli, con Oraklet che sputa sangue sul microfono col suo scream selvaggio e malvagio. A metà brano la sorpresa, il colpo che non ti aspetti: un break che conduce a passaggi cadenzati, le atmosfere sempre sognanti ed epiche, un cantato declamato, siamo sul limitare delle spoken words, una chiamata alle armi, le chitarre a disegnare affreschi melodici da brividi, un assolo meraviglioso e la chiusura con un ritorno alla cattiveria iniziale. In soli due brani gli Häxkapell hanno già mostrato la loro qualità migliore: i passaggi tra oscurità e luce, oppure morte e vita, guerra e pace, sono bilanciati benissimo, non c’è mai la fastidiosa sensazione di ascoltare qualcosa di slegato. La narrazione non avviene solo tramite le parole dei testi ma c’è una continuità che va a completare il quadro generale dell’opera. “Urgravens grepp är hårt och kallt” sottolinea quanto appena detto. Abbiamo un brano che solo formalmente può definirsi black metal, salvo poi abbandonarsi più volte al metal classico, a quello epico, con una costante sensazione di una guerra imminente, la gloria dopo una vittoria, la sofferenza e la conta dei morti. Il riffing parte sì dai clichè del genere ma aggiunge massice dosi di melodia, dal taglio quasi moderno. Un brano che gioca con pieni e vuoti, una sorta di mantice infernale che si gonfia e poi sfoga sul fuoco nero. “Hem” è un intermezzo acustico, parlato, romantico e delicato. Rumori di fondo, percussioni tribali, strumenti a fiato, a tratti sembra un canto sacro, risultando caldo come un fado portoghese, creando così un ponte tra paesi lontani e temperature e climi agli antipodi. “Vindar från förr” è il proseguimento della precedente, con tre quarti della sua durata giocato sui medesimi registri. Vocals solenni, melodie struggenti, petto in fuori, sguardo fiero, sudore e sangue, un’atmosfera eccezionale. Verso la fine una rapida incursione del black metal tout court, per poi chiudersi sulle note iniziali.
Oraklet ama giocare con queste soluzioni: brani che iniziano e finiscono con le stesse note, passaggi che fanno da collante tra un brano e l’altro, cantato pulito e melodie e archi che regalano continue e piacevoli deja vù. L’album si chiude con la lunga “Den sanna modern talar”, undici minuti e mezzo che rappresentano la summa di tutti gli attributi della band ma in chiave ancor migliore. C’è un qualcosa di cinematico, di spinto,di celestiale, non so, è difficile da spiegare. È un brivido continuo, nonostante ci siano tanti passaggi diversi, talmente in contrapposizione tra loro che pare impossibile la loro convivenza. Ma è proprio qui che risiede la bellezza di Om jordens blod och urgravens grepp: un disco che è una parata di emozioni, un’infinita paletta colori, un viaggio attraverso mille e più mondi.
(Nordvis, 2025)
1. Satans rötter
2. Metamorfos
3. Urgravens grepp är hårt och kallt
4. Hem
5. Vindar från förr
6. Den sanna modern talar