
Alle volte ci si imbatte in dischi di indicibile bellezza senza sapere nulla dell’artista che ci sta dietro. È il caso di still life, ultimo disco di kariti, origini russe, adottata dalla nostrana Trieste, e del suo dark folk, così lo definiscono quelli che hanno già avuto modo di gustarsi gli album precedenti, tutti sotto l’ala protettrice, e direi lungimirante, dell’olandese Lay Bare Recordings. Questo album è un condensato di malinconia che definirei sana, in quanto durante l’ascolto si scende spesso a patti col proprio vissuto, con un passato fatto di se e di ma, di occasioni perse, sliding doors, di ricordi e di foto sbiadite.
you are nothing
and so am i
we are a forest
of polished bones
under the leaden sky
“nothing”
Ascoltarlo su un tram che sferraglia sulle strade di Milano, avvolta nella nebbia di prima mattina, freddo pungente, persone tutte intorno chiuse a doppia mandata nei loro carapaci esistenziali, scudi per il mondo crudele che non perde occasione per aggiungere afflizioni e preoccupazioni, ecco, ascoltare ogni singola traccia è una terapia inedita, un timido sole che crede nell’alba, nella resurrezione, nel rinnovamento. La voce di Ekaterina, nome di battesimo di kariti, che nelle liriche si divide tra lingua madre e inglese, è leggiadra, accompagnata dal suo fidato pianoforte, mentre le ruvide incursioni delle chitarre – siamo al limite del noise e del drone – conferiscono al tutto una patina di instabilità, colpi di scena in rapida successione, nessuna comfort zone. I colori di still life sono quelli della copertina, perfetta, sfumature infernali per una discesa nel buio più profondo. Le distorsioni elettriche trafiggono le sinapsi, velenose puntine su una parete straboccante di appunti, di fogli strappati, un block notes spogliato di ogni pagina, ed ogni pagina è un giorno andato, volato via. Con questo disco, che ribadisco essere un piccolo dono, kariti fa sbocciare tutto il suo mondo; stare alla finestra, ammirarlo, lasciandosi travolgere, ci spinge al volo, al salto oltre il parapetto. Un tuffo in acque limacciose, ugualmente limpide, specchio di brame che inducono alla vergogna, alla manifesta caducità dell’animo umano. Siamo fiori bellissimi, ognuno di noi, che delittuosamente esigiamo anche l’acqua degli assetati. Vittime e carnefici, sogni e incubi, vita e morte, speranze e impatti dolorosi contro il muro della realtà. Un disco che scorre via come una lacrima calda. Una lama. Un’incisione perfetta. Cicatrici, calligrafia.
of a sharpened blade
that points within
you are the one
who let it in
“suicide by a thousand cuts”
Musica di confine, dove Trieste rappresenta una tenda tra i due mondi (URSS e Jugoslavia, nel profondo passato della persona, ancor prima dell’artista, e poi l’Occidente tutto), che suscita suggestioni fortissime, evoca fantasmi, scompone certezze, mischia le carte. “fragile”, testo in lingua russa, è un pugno nello stomaco (lascio a voi il piacere della scoperta). kariti, artista unica, che non ha bisogno di urlare, di alzare i toni, di volumi esagerati. Alle volte, come nel caso di still life, tutto deflagra in perfetta armonia.
“Nello spazio nessuno può sentirti urlare”
(Alien, 1979)
(Lay Bare Recordings, 2025)
1. spine
2. nothing
3. stems
4. still life
5. purge
6. sucide by a thousand cuts
7. fragile
8. naiznanku
9. baptism


