
VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
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RESIDEN EVIL di Zach Cregger (2026)
Cosa cercate davvero da un adattamento cinematografico di un videogioco? È questa la grande domanda da cui dipende il gradimento di questo nuovissimo capitolo di Resident Evil, che riporta il franchise al cinema dopo la fine della saga di Paul W.S. Anderson. A firmarlo è un autore vero: Zach Cregger, regista che si è fatto subito notare nel panorama horror con soli due film (Barbarian nel 2022 e Weapons nel 2025). Fin dai primi trailer, orde di fan hanno invaso i forum: “Non sembra Resident Evil”, lamentando l’assenza dei volti storici della saga. Una critica mossa a scatola chiusa, ma poi confermata dalla visione del film. Cregger, infatti, rifiuta categoricamente la strada del ricalco o della fedeltà uno-a-uno. Sceglie invece l’originalità, dando vita a una specie di spin-off ambientato in quell’universo, di cui cattura gli elementi caratterizzanti piuttosto che replicarne pedissequamente nomi e situazioni. E qui torniamo al dilemma iniziale. Da videogiocatore che conosce bene il brand, ho capito negli anni che la fedeltà assoluta non paga mai. Sarebbe affascinante vedere i protagonisti storici in un contesto live-action credibile, ma la verità è che si tratta di un’operazione impossibile. Cinema e videogiochi restano media distinti: un conto è la regia cinematografica, un altro è l’esperienza interattiva. Per sua natura, il videogioco ti cala nella storia in prima persona attraverso una narrazione complessa che dura decine di ore. L’immedesimazione è totale e si costruisce nel tempo grazie a un mix di trama e gameplay. Questa esperienza è irreplicabile in un film, che ha a disposizione un tempo limitato e impone una fruizione passiva. In un videogioco il protagonista sei tu, nel cinema è qualcun altro. E questo fa tutta la differenza del mondo. Per questo raccontare nuove storie in contesti conosciuti è, per me, la strategia migliore: assume un valore per chi non sa nulla del gioco e ne ha uno diverso per l’appassionato. Il gradimento del film cambia quindi a seconda di chi guarda. Il videogiocatore intransigente lo malsopporta perché non ritrova i personaggi che hanno accompagnato le sue peripezie, bollandolo come brutto e infedele. Ma è davvero così? Cosa definisce l’identità di Resident Evil? Il fulcro di un videogioco sta nelle meccaniche che lo rendono riconoscibile: non conta solo chi vive quel mondo, ma come quel mondo si muove. Cregger è un gamer (lo ha ribadito in diverse interviste) e mette in scena il suo Resident Evil, trattandolo come se fosse un nuovo capitolo videoludico con una storia e personaggi inediti, ma fedele al sistema di progressione classico. Una dinamica che anche ai fan storici dovrebbe risultare familiare e che invece non viene percepita : accadde lo stesso con Resident Evil 7, un soft reboot della saga videoludica, da molti inizialmente rifiutato perché privo dei soliti mostri e protagonisti, ma che in realtà era un ricalco mascherato delle situazioni e dei riferimenti del primo, storico capitolo (una missione di salvataggio, una casa, degli infetti, una fuga, la scoperta della verità nei laboratori sottostanti). Cregger si muove esattamente così, giocando nel suo film con il senso di progressione della saga. Troviamo un protagonista inedito catapultato in una situazione misteriosa; all’inizio non sa come muoversi, ma la sua crescita e la complessità delle situazioni avanzano di pari passo. Esplora location differenti, parte con armi piccole per poi trovarne di più potenti, in un percorso scandito da una miriade di citazioni alla saga videoludica di partenza. Fa quello che deve fare: un film che evoca un videogioco, ma funziona autonomamente come cinema. In tutto questo, il regista compie una scelta straordinaria che avvalora questa tesi. Chi gioca a Resident Evil sa bene quanto sia frequente imbattersi in diari, file e rapporti medici sparsi per le mappe. Sono piccoli frammenti testuali che raccontano le storie secondarie di personaggi che spesso non incontriamo mai, o che ritroveremo più avanti trasformati in creature. Ebbene, il film di Zach Cregger dà voce proprio a loro: agli ultimi, a coloro che non vediamo, di cui solitamente leggiamo le gesta scritte con ansia o malinconia. Un approccio originale e incredibilmente amorevole verso una saga e verso le vittime collaterali del mondo che stiamo esplorando. Ci troviamo davanti a un film veloce e all’aprenza facile e leggero ma che, in realtà, nasconde al suo interno delle scelte molto intelligenti. Non solo per me è un bellissimo film e un Resident Evil al 100% ma, un opera che cresce dentro e che, almeno nel mio caso, ne fa cresce il gradimento al punto da non vedere l’ora di vederlo ancora. Non ho idea di che tipo di spettatori siate, se vogliate una fedeltà assoluta al materiale originale o meno, ma per me questo è un altro, bellissimo, film di Zach Gragger. E un ottimo Resident Evil.
recensione di Carmelo Garraffo
I WANT YOUR SEX di Gregg Araki (2026)
NIMRODS di Lee Kirk (2025)
Ciao amici del Metal? come va? Che tipo di ascoltatori siete? Perché adesso vorrei parlarvi di un film musicale ma che con il Metal ha poco a che a fare e che parla più che altro a chi ascolta il punk, uno di quelli che, ad oggi, non possiamo definire proprio “sovversivo”. Oggi vi scrivo di NIMRODS, il così detto “film dei Green Day“. La trama di Nimrods ruota attorno a tre liceali, membri della sgangherata punk band Analog Dogs, che cadono vittima di uno scherzo: si convincono infatti di essere stati scelti per aprire il concerto di Capodanno dei Green Day a Los Angeles. Decisi a cogliere l’occasione della vita, rubano un’auto e partono per un caotico viaggio on the road da Kansas City alla California. Detto questo, va subito specificato che l’operazione in sé non è assolutamente un vero e proprio biopic musicale sulla band di Billie Joe Armstrong, quanto piuttosto una commedia di formazione adolescente che prende in prestito e riadatta svariati aneddoti, follie ed esperienze reali vissute dai Green Day durante i loro primi, storici tour in furgone, ambientato però ai giorni nostri, in uno strano mix che sembra ambientato negli anni 90 ma con gli smartphones, usati pochissimo. Quindi già abbastanza confuso in partenza. Il problema principale è che, purtroppo, tutto il film soffre di una pigrizia disarmante. La sceneggiatura trasferisce sullo schermo sia gli aneddoti reali che la trama inventata per l’occasione nel modo più pigro e scontato possibile, dando vita a un racconto del tutto innocuo, privo di qualsiasi originalità, mordente o piglio punk. Anche dal punto di vista tecnico ed espressivo, la regia di Lee Kirk e la recitazione del cast si mantengono su livelli assolutamente standard, confezionando un prodotto artisticamente davvero poco ispirato. Certo, il film scorre e si lascia guardare dall’inizio alla fine senza troppi sforzi, ma si dimentica altrettanto velocemente non appena partono i titoli di coda. Alla fine della visione non resta chiaro il motivo per cui sia stata tentata un’operazione del genere: forse un biopic tradizionale affidato a un bravo regista e con una forte impronta autoriale avrebbe avuto un valore artistico decisamente superiore, rispetto a questa commedia adolescenziale senza né arte né parte. Sopratutto tenendo conto che i Green Day, che piacciano o meno, sono una delle rock band più grandi del pianeta e, di certo, i soldi per fare qualcosa di più li avrebbero avuti. Oppure, ora sto proprio facendo pensieri in libertà, realizzare un bel documentario, serio e autoriale, da un bravo regista, in modo da farsi pubblicità con un prodotto pronto a rilanciarli anche in ambienti meno commerciali. E invece nulla, un film innocuo che pare una produzione Disney da guarda un pomeriggio d’estate. Un film che, se va bene, verrà ricordato come “quello coi Green Day”. E basta. Da noi ha avuto una distribuzione limitata al cinema, molto in sordina, sparendo presto dalla programmazione, oltre che dalle teste di chi è riuscito a vederlo.
recensione di Carmelo Garraffo

COYOTE VS. ACME di Dave Green (2026)
È difficile capire chi sia più resiliente: se gli autori di Coyote vs. Acme o il suo protagonista, Wile E. Coyote. I primi escono da anni di lutto per aver creduto che il loro film fosse ormai immolato all’altare delle detrazioni fiscali per ragioni mai davvero motivate; il secondo lotta da una vita per catturare un velocissimo pennuto servendosi di una moltitudine di gadget per lo più inaffidabili. Non credo fosse questo l’intento iniziale, ma Coyote vs. Acme si è rivelato una sorta di meta-storia: un film su un piccolo cartone contro l’avido conglomerato multinazionale che lo vuole mettere a tacere. Tuttavia, anche senza questo contesto esterno, il film di Dave Green è un vero gioiello. È, oserei dire, la nuova grande legal-comedy di culto dopo Mio cugino Vinny e il nuovo grande ibrido tra cartoni e umani dopo Chi ha incastrato Roger Rabbit?. La sceneggiatura di Sami Burch (basata su un articolo parodia pubblicato nel 1990 dal New York Times e realizzata in tandem con James Gunn) ritrova quel genio cospiratore di Wile sempre determinatissimo e ossessionato dalla cattura della sua preda prescelta, Road Runner. Di rientro dalla sua ultima catastrofica uscita, sventata dai comici (per noi) fallimenti dei suoi piani e della relativa tecnologia, un Coyote affamato e avvizzito si ritira nella sua caverna a pianificare il prossimo tentativo. Viene interrotto dallo spot di uno studio legale che aiuta i cartoni animati in difficoltà, inducendolo a riconsiderare il suo ultimo piano. Parte quindi per assumere un avvocato, intenzionato a presentare reclamo contro gli indiretti artefici di tutti i suoi fallimenti, la multinazionale ACME. Avvocato che si rivela più un ambiguo figuro specializzato in patteggiamenti – una sorta di Saul Goodman PEGI 13 – che una mente brillante e motivata, ma la sua stagista e nipote ha ancora gli occhi lucidi dell’idealismo e respinge i tentativi dello zio di convincere il Coyote a un rapido accordo. Finiscono presto tutti coinvolti in una partita a scacchi legali alla Davide e Golia, tutta segreti aziendali, testimoni sfuggenti e oscure confessioni di cartoni scomparsi da tempo. Nel corso del film, l’avvocato ritroverà il Vinny Gambini che è in lui, e la truppa affronterà l’avidità della ACME in un’epica battaglia di stoccate al mondo corporate e affondi alla politica statunitense. È magico quante battute al minuto il film riesca a mettere a segno anche nei momenti più drammatici e toccanti, senza per questo depotenziarli. Perché Coyote vs. ACME non funziona solo a forza di trovate visive come ci si potrebbe aspettare, ma con un cuore, un acume e un’intelligenza sempre presenti. Tra uno sketch e l’altro si sviluppa una centrata critica al corporativismo, al sistema legale e al governo, ma anche un bellissimo inno all’autostima e all’amicizia che rende questo film davvero un po’ speciale. Wile è un cartone animato che si esprime a cartelli e pantomime, ma è un personaggio pienamente sviluppato in virtù dell’abilità degli animatori, della sceneggiatura e del modo in cui sono rimasti fedeli al lavoro di Chuck Jones. In un certo senso, questa meta-storia non intenzionale parla ai nostri bambini interiori permettendoci di ridere insieme ai nostri personaggi preferiti senza rinunciare all’idea che i monopoli aziendali siano un cancro per l’umanità. È una storia di lotta di classe che tra risate e lucciconi ci ricorda che possiamo anche divertirci, pur continuando a respingere il sistema, e questo finisce per essere uno dei messaggi di questo delizioso, piccolo, grande film. E se ciò non funziona, possiamo sempre tutti imparare qualcosa dalla resilienza di Wile E. Coyote e dalla gioia di avere uno scopo che ti elevi e ti migliori anche se non lo raggiungi.
recensione di Emiliano Zambon
ICE CREAM MAN di Eli Roth (2026)
Quando è uscito Thanksgiving, ho ingenuamente pensato che fosse finalmente giunto il momento di una svolta nel cinema di Eli Roth. La scena del Black Friday rimane di gran lunga la cosa migliore che lui abbia mai girato, e nell’insieme il film mi ha lasciato la curiosità di vedere cosa avrebbe fatto dopo: una affermazione che non mi sarei mai aspettato di pronunciare riferendomi a un suo film. Sebbene Thanksgiving 2 sia stato annunciato, lo sviluppo sembra essersi arenato. Nel frattempo, Roth è andato avanti a tutto gas nella fondazione di The Horror Section, una società focalizzata esclusivamente sulla distribuzione di contenuti horror in più formati. Il primo lavoro per questo nuovo progetto è proprio Ice Cream Man. Non si tratta di un remake dello slasher di Paul Norman del 1995 – anche se non si può criticare nessuno per averlo pensato, dato che le “ispirazioni” di Roth sono per lo più copie carbone di altri film migliori, nella speranza che il pubblico non se ne accorga. Alcuni fanno tesoro delle influenze che li hanno ispirati, ma Eli, non avendo uno stile riconoscibile, saccheggia dai classici perché è tutto ciò che sa fare. L’idea in sé non sarebbe neanche male: chi non trova inquietanti i camioncini dei gelati che si aggirano per i quartieri suburbani con quei loro jingle? Tuttavia, l’esecuzione è priva di qualsiasi intuizione o vitalità. La composizione è piatta, il montaggio è pigro. Gli effetti pratici sono di prim’ordine, ma le immagini di bambini che decapitano i loro genitori, infilano loro uno strumento dentale nelle orecchie o macinano le dita nei tritatutto sono sempre e solo presentate come shock value, e quindi prive di alcun impatto emotivo o catartico. Rispetto alla violenza di Thanksgiving, che aveva qualcosa da dire sulla generazione insensata in cui viviamo, Ice Cream Man è un totale buco nell’acqua. Il film sembra tracciare un parallelo tra l’ossessione della società consumistica per gli schermi dei cellulari e il cibo spazzatura, ma mai in un modo che sembri vagamente significativo. Rimane bloccato in un ciclo di violenza esplicita che annoia rapidamente, nel momento in cui ci rendiamo conto che non sta andando da nessuna parte. Ci prova con un twist nel finale che è però tra i più telefonati di sempre: qualcosa che vedi arrivare a un chilometro di distanza, ma che ti fa comunque incazzare quando ti viene sbattuto in faccia. Roth tenta poi di espandere la backstory dell’uomo dei gelati attraverso un orribile flashback chiaramente generato con l’intelligenza artificiale, così brutto e pacchiano da fare il paio con il Dracula di Radu Jude, andando pericolosamente vicino a confermare l’opinione di chiunque abbia definito Roth per anni un babbo privo di talento. Ma anche senza certe brutture, il film rimane uno slasher noioso e scadente, che vuole provocare ma non ha nulla da dire per 86 interminabili minuti. Le battute non divertono, le performance di personaggi così generici da risultare invisibili non convincono, e persino il commento pungente di Thanksgiving sulle ipocrisie e sulla morale puritana qui è del tutto assente. Ice Cream Man sembra il primo film di un adolescente che ha scoperto il gore la settimana scorsa. Il risultato non è solo negativo; è la dimostrazione che, se non sei un regista del calibro di Zach Cregger, avere il controllo totale sulla propria visione quando non c’è nessuno intorno a dirti cosa non funziona può diventare un enorme problema.
recensione di Emiliano Zambon
WAR MACHINE di Patrick Hughes (2026)
In un momento in cui il franchise di Predator si sta reinventando radicalmente, è interessante guardare un film come War Machine, il recente action fantascientifico di Netflix a firma di Patrick Hughes, che in sostanza è una rielaborazione che ci ricorda ancora una volta quanto fosse potente la configurazione originale del capolavoro di McTiernan. Probabilmente potrebbero continuare con le variazioni sul tema ancora e ancora, senza stancare mai. Fallo bene e non puoi sbagliare. War Machine lo fa così così. Dopo l’eccellente slancio iniziale, con il procedere della storia il film mostra i suoi punti deboli, e parte di quell’energia si dissipa, come se non avesse il coraggio di essere la versione migliore di se stesso. Intendiamoci, funziona comunque: il film di Hughes è un action piuttosto viscerale che mescola la giusta dose di effetti visivi senza perdere di vista il protagonista, interpretato da quel blocco di porfido di Alan Ritchson, che è il corpo e il cuore emotivo dell’intera vicenda. Ogni componente, dall’imponente presenza sullo schermo di Ritchson al ritmo del montaggio, fino all’ultimo personaggio secondario, è niente più che funzionale. Non inventa nulla, ma gira tutto piuttosto bene. Una squadra ridotta di militari deve localizzare un aereo abbattuto, distruggerlo per impedire al nemico di usarlo e salvare il pilota. Quando trovano il mezzo, sembra molto più high-tech di quanto si aspettassero. Solo che questo non è il loro obiettivo, ma un ordigno alieno che si è schiantato sulla Terra appena poche ore prima. La macchina si attiva, scansiona i suoi aggressori e si mette all’opera per sterminarli. Hughes gestisce benissimo la tensione del momento, e il lavoro sugli effetti visivi è tra le cose migliori mai viste su Netflix (non che ci voglia tanto), ma la più grande forza di quel primo atto è la fisicità dell’azione. Attraverso un riuscito cocktail di performance, lavoro di ripresa, montaggio e suono, lo sforzo fisico e il dolore vengono trasmessi allo spettatore quasi come se ci trovassimo sul posto. Da quel punto in avanti, tuttavia, il film non riesce a mantenere del tutto le premesse. Gli riesce molto meglio inquadrare il dramma della truppa in difficoltà sul terreno montano rispetto alla presenza di un robot assassino. Non solo gli effetti visivi sono più esposti quando la macchina è in movimento, ma il modo roboante in cui spesso vengono utilizzati ostacola l’immersione. Lo stesso vale a livello recitativo. Ritchson è molto efficace quando interpreta il suo personaggio come all’inizio, ma l’arco di crescita non è calibrato troppo bene. Alla fine, quando il film spinge verso il climax emotivo, la sua recitazione mostra la corda. I limiti del film sono, in una certa misura, autoinflitti. Una serie di domande sorge inevitabilmente dall’incontro inaspettato con una macchina assassina aliena in un territorio così impervio, e una buona dose di tensione potrebbe derivare dal non conoscerne l’origine. Hughes sembra saperlo: uno dei personaggi è particolarmente attratto dalle teorie del complotto, e qual è lo scopo di un personaggio del genere se non quello di porre grandi domande? Ma grazie a un telegiornale nella sala mensa del gruppo, il film svela presto tutte le sue carte, a noi così come ai suoi personaggi. La versione migliore di questa storia sarebbe stata molto più sfumata e, per qualche motivo, si è scelto di non realizzarla.
recensione di Emiliano Zambon


