Anche quest’anno la stella cometa di Grind on the Road ci ha guidati al Venezia Hardcore (di seguito, il “VEHC”), punto di riferimento per gli amanti delle sonorità estreme e, ormai da anni, appuntamento fisso della primavera concertistica della penisola. Il tutto si svolge, ancora una volta, al Centro Sociale Rivolta di Marghera (VE), che si conferma la cornice ideale per un evento di tale respiro. Se dodici mesi fa avevamo aperto il nostro racconto con un pensiero a Giacomo “Jack” Gobbato, scomparso poco prima dell’edizione 2025 per aver scelto di non voltarsi dall’altra parte di fronte a una rapina, oggi non possiamo che riconoscere quanto la sua presenza continui a vivere nel cuore e nell’anima del Rivolta e di chi lo anima ogni giorno. Un ricordo discreto ma potente, che prende forma nei murales, nei manifesti e negli striscioni che ne restituiscono il volto. Come ricordano le scritte che punteggiano gli spazi, “Rest in Power, Jack”.

La vita è grama, si sa, dunque arriviamo al Marghera solamente nella giornata di sabato 16 maggio, già comunque carichi a pallettoni grazie ai racconti degli amici che soggiornano in laguna dal giorno prima e che hanno avuto modo di godersi, nella prima giornata di Fest, una line-up con Mother, Fosgene, Substrata, Wojtek, Caged, Compete, Shizune, Turn of Phrase e Nuovo Testamento. Niente male per iniziare, diciamo.
Chi è stato al VEHC lo sa, bisogna fare i salti mortali per vedere il più possibile. Il nostro programma del sabato prevede un inizio di fuoco con i Final Struggle, giovane band di Modena che ha il compito di scaldare l’atmosfera dell’Open Stage, il palco “principale” del Rivolta. Sono le 16.30 ma l’atmosfera è così calda che, come da pronostico, si fa fatica ad arrivare nei pressi del palco. Il mosh inizia subito sulle note di un hardcore che deve molto alla scena dei Novanta e dei primi Duemila e l’asprezza del suono ben si sposa con i testi impegnati del gruppo, che scuote le fondamenta del Rivolta e prepara l’Open Stage per ciò che di lì a poco verrà.
Un Campari al volo e ci dirigiamo al Nite Park, il palco “secondario”, per l’esibizione dei Pretesto, gruppo Oi!core di Torino che abbiamo avuto il piacere di vedere qualche tempo fa a Milano in occasione della festa dei dieci anni dei Sempre Peggio. Se c’è una caratteristica che abbiamo sempre amato dei Pretesto, è quella di una componente vocale sempre molto scenografica e teatrale e anche questa volta la prestazione non fa eccezione: senza neanche accorgercene ci troviamo con il microfono a due spanne dal naso, in un dialogo musicale che sembra quasi riguardarci personalmente. Tra i brani dalla resa live migliore segnaliamo la sempre struggente “Aus Merzen” e “L’Eternauta”, che rappresentano a nostro avviso fiore all’occhiello della produzione dei torinesi.
Torniamo all’Open Stage per lo show degli Hammertime, band che avevamo avuto il piacere di vedere recentemente anche in apertura alla tappa milanese di Ozone Dehumanizer. Sotto il palco diamo un rapido saluto a Roberto dei Jorelia, band di cui sfoggiamo con orgoglio la felpa, per poi lasciare spazio al mosh più sfrenato. Se i Final Struggle avevano scaldato l’atmosfera, gli Hammertime con il loro hardcore che non nasconde influenze death metal hanno letteralmente raso al suolo il palco del Rivolta, dando la possibilità a una schiera di belve assetate di colpi proibiti di frantumarsi le ossa nel pit.
Dopo un tale massacro è necessario prendersi una pausa defaticante, se così si può definire. Scegliamo dunque di affidarci ai Cabrera, istituzione post-hardcore/emocore modenese, di cui ci godiamo lo show dalle retrovie. Rispetto a chi si è esibito prima e a buona parte di chi verrà successivamente, quella dei Cabrera è musica più introspettiva, lacerante dell’anima più che della carne. Nel minutaggio contenuto che la maratona del VEHC concede alle band, i Cabrera regalano una prestazione di assoluto pathos, intensa e trascinante. Tra un Campari e l’altro, il nostro programma proseguirà per un po’ nel Nite Park.
È il momento dei Jaguero e, avendo divorato l’ultima fatica in studio dei vicentini, recensita anche qui sulla nostra webzine, non stiamo nella pelle. È proprio da Make Me Feel Alive Again che vengono presi gran parte dei pezzi proposti, tra cui citiamo per affezione e resa dal vivo “Lit”, prima traccia dell’album e prima traccia del live, e “Twentyfour7”, il cui coro risuona ancora nelle nostre orecchie a distanza di giorni. Ci godiamo tutto il concerto nel sentito pogo sotto il palco, che dimostra quanto affetto ci sia già intorno a una band relativamente giovane con all’attivo “solo” un disco e un paio di EP.
Non ci spostiamo di un millimetro perché attendiamo con ansia anche i The Frog, power-duo veneto che, tra l’altro, è arrivato a suonare a New York, Boston, Richmond e Martinsburg nel gennaio dell’anno scorso. I The Frog sono Umberto (basso e voce) e Francesco (batteria e voce) ma suonano come se fossero in dieci. La performance è trascinante ed è comandata da inizialmente da Umberto, che scende dal palco e suona in mezzo al pubblico, per poi risalire e suonare disteso per terra, e successivamente anche da un Francesco che molla pelli e piatti per imbracciare il microfono sulle battute finali. E come è possibile proseguire senza batteria? Semplice, con il supporto di DJ 44A, campione della nobile arte del turntablism (nel vero senso della parola, dal momento che ha vinto il Killa Combat Scratch nel 2022), che si prende la scena verso la fine del concerto e aumenta la già altissima euforia collettiva.
Proseguiamo la nostra permanenza nel Nite Park con gli Stegosauro, anch’essi vicentini, che toccano le corde più profonde di un pubblico davvero vasto con il loro math rock a forti tinte emo. È musica caotica e lacerante quella degli Stegosauro, diretta, sincera e impulsiva. Nel live si parla pochissimo, trascinati da un’energia nervosa e da una tensione emotiva condivisa, che rende il nostro battesimo live con la band un’esperienza sentita e partecipata, che non mancheremo di replicare in futuro.

Centro Sociale Rivolta – FOR JACK FOREVER

Final Struggle

Pretesto

Hammertime
Il tramonto si avvicina e, tra le ultime luci della giornata, parte l’outdoor skateboarding jam. Come ogni anno, facciamo presente che durante tutta la giornata gli skater – tra cui ammiriamo anche un paio di talentuosi ragazzini che, siamo sicuri, faranno la storia del VEHC degli anni a venire – si sono alternati dando spettacolo sulla rampa interna, ma è il contest a premi che si tiene nel cortile del Rivolta a catturare l’attenzione maggiore. Dopo una serie di numeri che, per noi profani, appartengono già alla fantascienza, arriva un cerchio di legno intrecciato nel bel mezzo del cortile. E qui accade qualcosa di difficilmente ripetibile: un ragazzo prende la rincorsa, sfreccia sulla tavola, stacca, esegue un backflip in volo attraversando il cerchio, atterra su un’altra tavola. In piedi. È tripudio. Fine dei giochi.

Outdoor skateboarding jam, 1

Outdoor skateboarding jam, 2
Con le prodezze degli skater ancora negli occhi, andiamo a goderci i Raw Power, gruppo che non ha bisogno di presentazioni. Questi nei primi anni Ottanta facevano i tour negli Stati Uniti e suonavano con i Dead Kennedys, per la miseria. Al VEHC disegnano un live che, per noi che li vediamo per la prima volta, è un monumento alla storia del punk hardcore italiano. Mauro Codeluppi, all’alba dei 64 anni, è un’autentica furia sul palco. Il timbro è quello di sempre, come se il tempo non fosse passato: ruvido, graffiato, sporco, rabbioso. Una prestazione fisica in un set tiratissimo in cui non esistono tempi morti, non ci sono parole di intermezzo, solo punk nella sua forma più grezza e più pura.
Dopo qualche ora passata al Nite Park, ci spostiamo all’Open Stage per uno dei momenti per noi più attesi della giornata, il concerto dei Bracewar. Per quanto tutta la giornata sia stata movimentata (per usare un eufemismo), con gli statunitensi il livello del delirio complessivo si alza ancora di più. Aspettavamo questo momento dall’istante in cui è uscita la line-up di questa edizione del VEHC e ci godiamo letteralmente ogni secondo del live all’interno del pogo (o battaglia?) centrale. Mezz’ora abbondante tra breakdown tritaossa e crowdsurfing che culminano nell’invasione di palco a cui partecipiamo con fierezza e che ci lascia senza energie, senza fiato e con la certezza di esserci lussati qualcosa. Per la nostra esperienza, l’esibizione migliore del VEHC 2026.
Il nostro programma prevede ora i Teething, direttamente dalla Spagna con il loro grindcore sporcato di hardcore novantiano. Dalla sinistra del palco ci godiamo tutta la sana violenza degli spagnoli, con linee vocali che alternano growl gutturali a scream ferocissimi. L’approccio del gruppo è meno serioso rispetto a quello che il genere farebbe pensare e non mancano momenti di goliardia pura (chi ha parlato del sudatissimo bacio in bocca tra la voce e la chitarra?) e scherzo con il pubblico. Inseriamo di diritto la domanda “Volete sentire tre brani in un minuto?” – e via giù di violenza – tra i momenti migliori dell’edizione.
Arriviamo alle battute finali con il turno degli Angel Du$t, freschi della pubblicazione di COLD 2 THE TOUCH e reduci dalla data milanese al Q-Hub. Gli americani sono senza ombra di dubbio il nome più atteso dell’edizione e un Open Stage pieno come non mai ne è la chiara dimostrazione. Il loro melodic hardcore, a tratti ruvido al confine con l’abrasivo e a tratti più arioso, è accompagnato da una danza di corpi ebbri di gioia, da capriole dal palco, da vibrazioni collettive che, nonostante l’ora tarda e una giornata in cui il sudore e i lividi non si sono certo risparmiati, riescono a far tremare ancora una volta i muri del Rivolta.

Bracewar

Angel Du$t
Si conclude così, con una giornata che ci sembra volata, la nostra permanenza al Venezia Hardcore 2026. Un festival unico in Italia, capace di unire sotto un’unica bandiera rock, punk, metal, grind e, soprattutto, cuori e anime affini di noi appassionati. Ringraziamo nuovamente l’organizzazione, che ci ha accolto e ci ha permesso di realizzare questo reportage, i ragazzi e le ragazze del Rivolta, i fotografi, chi ha volato sulle braccia della gente e chi l’ha fatto su una tavola da skate, chi è stato per due giorni in piedi al merchandise e chi, a vario titolo, rende ogni anno il Venezia Hardcore un’esperienza da ricordare. Long live hardcore.


