
VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
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L’ODISSEA di Christopher Nolan (2026)
Ciao ragazzi, come state? Siete già in vacanza in qualche capitale in giro per il mondo? Avete i piedi a bagno o al caldo in qualche spiaggia? Sicuramente avrete trovato il tempo di entrare in una sala cinematografica e andare a vedere il nuovo, attesissimo, chiaccheratissimo film di Christopher Nolan: L’ODISSEA. I dati parlano chiaro e se non siete tra quelli che si sono fiondati in sala nella prima settimana fate parte di una minoranza. In questi mesi sul film si sono dette un sacco di cose, perlopiù sbagliate, almeno secondo il sottoscritto. Un sacco di attacchi al così detto “woke” abbastanza ridicoli e altrettanti ancora peggiori che derubricherei sotto la voce “razzismo”. Tutto quanto sotto il finto scudo della così detta “fedeltà” al materiale originale, quello che a scuola la maggior parte dei lamentosi non ha mai avuto voglia di studiare, figuriamoci difendere. Comunque, il film è uscito e, per il sottoscritto, è semplicemente un capolavoro. Ora vi dico la mia. Nolan non ha molto interesse alla fedeltà al testo, o meglio, fa una scelta differente rispetto al classico film tratto da un opera di questo tipo. La prende e la aggiorna al nostro tempo cercando di dire qualcosa di nuovo. Volete un film che rifaccia 1:1 il libro di Omero? Siete nel posto sbagliato. Cominciamo a chiarire cosa sia, in realtà, l’Odissea letteraria visto che si è detto di tutto in questo mesi. L’odissea è un insieme di racconti orali tramandati nel tempo che Omero ha preso, messo su carta, cambiato e adattato al suo tempo per farne un libro. Nel farlo ha deciso quali secondo lui fossero le storie più “Canon” per rendere coerente la sua narrazione. Quindi una serie di miti e leggende, ovviamente inventate, che negli anni si sono trasformate naturalmente fino ad arrivare ad Omero. Da questi scritti è nato il genere fantasy, tanto che L’Iliade e L’Odissea vengono considerati a tutti gli effetti dei proto-fantasy, al punto che lo stesso Tolkien ha dichiarato che per Il Signore degli Anelli, oltre ai miti norreni (ovviamente) si è ispirato alla struttura dell’Odissea. Lo dico io? No, mi sono informato, questo nonostante i professori in canotta e ciabatte su Facebook lo neghino. Tutto chiaro fino a qui? Nolan fa più o meno quello che Omero fece con l’Odissea, prende quelle storie e le adatta al nostro tempo per dire altro e per cambiarne profondamente il senso. Chi non ha amato questo film si lamenta che manchi di una certa epicità ed è vero, il film la depotenzia per un motivo ben preciso che ha a che fare con il messaggio e il mondo di oggi. Invece di elevare l’uomo come mito vivente, o la guerra come atto di eroismo e potenza, Nolan fa una cosa diversa e ci dice che il mito dell’eroe, per come di solito viene descritto, è una bugia. L’Ulisse del film di Nolan è un uomo distrutto dalla guerra che non vuole tornare a casa non tanto perché non riesca, come nel libro, ma perché si vergogna di se stesso. È un film palesemente antimilitaristico ed è uno dei motivi per cui ha una fortissima valenza politica sopratutto inserito nel nostro tempo. Sarebbe fin troppo facile fare un film di eroi e mostri. Se nell’opera originale lo stupore di certe battaglie era presente per alimentare la meraviglia nel cinema di oggi non avrebbe molto senso dato che, parere personale, grazie agli effetti speciali siamo abituati a vedere di tutto. Al contrario Nolan fa un film di sottrazione dove, ovviamente, non mancano la maestosità e le creature, che però vengono trattate in modo diverso. Anzi, alle volte si ha la sensazione che il film faccia un discorso non troppo dissimile da quello che ritroviamo nel The Witch di Robert Eggers. Siamo sicuri che gli dei esistano davvero? Che certe creature non siano solo nate dal racconto, che facciano solo parte del mito e delle leggende? C’è una scena in particolare nel film dove Telemaco chiede a Menelao del padre, e lui gli risponde che le storie che si raccontano sul suo conto, sul suo viaggio, siano le più disparate, le più diverse. In alcune è morto e in altre è vivo, in alcune ha fatto degli incontri e in altre altri e che, di fatto, sono solo racconti e non verità, che diventano tali a seconda delle storie a cui scegliamo di credere. Questo tema nel film è molto presente, insieme a tutti gli altri. Le scelte di cast tanto criticate hanno poi un senso molto specifico. Da Elena di Troia che nel film non è più un oggetto del desiderio capace di giustificare una guerra ma solo una scusa raccontata per nascondere la voglia di conquista di territori a fini espansionistici. Quanto è attuale tutto ciò? Guerra fatte con scuse ridicole? in questi anni ne abbiamo viste molte. L’attacco internettiano sulla povera Lupita dimostra come anche nella realtà il popolino guardi al dito e non alla luna. Rendendola vittima due volte, dentro e fuori dal film. Altro attore contestato? Elliott Page. Nel film interpreta il personaggio di Sinone, non presente nell’opera letteraria. Sinone è infatti è apparso in un altro libro, L’Eneide di Virgilio, e qui viene ripreso per un motivo molto particolare. Se il personaggio interpretato da Elliott Page negli scritti aveva il ruolo di traditore e ingannatore qui assume il senso opposto. È solo un capro espiatorio, un ingannato coinvolto suo malgrado in una guerra a cui non voleva partecipare, oltre a trasformarsi nel senso di colpa di Ulisse. È innegabile come la scelta di casting dia tutto un significato nuovo al personaggio che sembra rappresentare metaforicamente la lotta in cui è stata coinvolta la comunità trans, capro espiatorio sociale per moltissimi politici nel mondo di oggi. Insomma, anche qui troviamo una lettura intelligente e politica sul mondo in cui viviamo, confermando quanto questa Versione dell’opera possa essere stratificata e profonda. Di conseguenza potrei davvero andare avanti per molto tempo ad analizzare l’Odissea di Nolan e mi rendo conto che in queste pagine solitamente si lanciano piccoli consigli più che scrivere righe su righe di analisi approfondita, ma ci tenevo perlomeno a dare qualche piccola indicazione sul tipo di opera e sul motivo per cui la scelta di Nolan è lontana dalla classica riproposizione fedele che, sinceramente, non avrebbe poi chissà quale utilità. Perché al di là se il film piaccia o meno, e per me è da pazzi non apprezzarlo, trovo sia completamente insensato lamentarsi che non abbia una certa estetica da vecchio colossal, o che non abbia i mostroni che dicono e fanno le stesse cose del libro. È un operazione di cinema completamente diversa. Questo è un film politico che vive soprattutto nel nostro tempo, un film che prende delle storie tramandate nel passato per restituire un messaggio contemporaneo. Nolan fa esattamente quello che Omero fece al suo tempo. prendere dei miti e delle leggende, e trasformarle per raccontare il mondo in cui viviamo. Bellissimo.
recensione di Carmelo Garraffo
DEEP WATER di Renny Harlin (2026)
Se c’è una dura verità è che il periodo estivo, in Italia, non offre mai molte uscite cinematografiche. La gente è in spiaggia e si muove più che altro per i grandi eventi, che se Nolan vuole uscire a Luglio mica puoi spostare a settembre. Eh no. Quindi il secondo film di cui vi parlo è un qualcosa di estivo, leggero, forse troppo leggero. Parliamo di DEEP WATER, che dovrebbe essere in sala proprio adesso. Renny Harlin torna al cinema dopo il fragoroso flop della trilogia di The Strangers. Che anche qui ci sarebbe da dire. Nel senso, si era tanto chiacchierato di questi remake di The Strangers, sopratutto del primo capitolo. Un flop talmente colossale che nel frattempo sono usciti a poca distanza l’uno dall’altro gli altri due capitoli di cui NESSUNO si è accorto. Una debacle. Eppure Harlin era un buon regista di mestiere. Suoi film come Die Hard 2, Corsari o Cliffanger ma che, negli ultimi anni sembra non azzeccarne una. Questo Deep Water purtroppo conferma la sua parabola discendente anche se all’inizio ci avevo creduto. Ho approcciato il film aspettandomi di vedere una roba brutta ma divertente che, inaspettatamente, nella prima metà convince molto più del previsto. La trama è molto semplice. Un aereo di linea ha un incidente e precipita finendo in mare aperto. Premesse classicissime. Insomma, cosa ci si può aspettare da un film del genere? non di certo qualcosa di profondo come le acque del titolo ma proprio per la sua natura certi ingredienti se cucinati bene possono regalare allo spettatore del divertimento. La partenza è super ok, con la solita presentazione dei vari personaggi seduti nei diversi posti dell’aero che, a un certo punto, ha dei problemi. È tutto ben girato con la lunga sequenza dello schianto davvero molto ben fatta. Dopo un ottimo inizio si passa alla fase di sopravvivenza, e qui inizia i primi problemi. La scrittura del film inizia a vacillare, non perché ci si aspetta qualcosa di profondo ma proprio perché cominciano a susseguirsi situazioni che hanno davvero poco senso. I nostri sopravvissuti dovranno sopravvivere a gruppo di squali pronto a mangiarli senza pietà che sembrano usciti da uno Sharknado qualsiasi, senza un minimo di coerenza nei loro comportamenti. Alcuni uccidono in un istante, altri prendono tempo senza motivo, alcuni sono fortissimi e alcuni possono tranquillamente essere presi a calci. A peggiorare la situazione sono dei passaggi del film legati a comportamenti senso senso. Inutile spiegarli tutti ma c’è n’è uno che così pretestuoso e stupido che va citato. Tanto per un film del genere avete davvero paura degli spoiler? A un certo punto alcuni sopravvissuti si ritrovano su un canotto (che anche li, gli squali distruggono tutto ma un canotto no, ma facciamo finta che sia ok). Il protagonista si gira e comincia a chiamare una bambina, uno dei personaggi principali di questa storia, e lei non c’è. Comincia a urlare per chiamarla e lei risponde, impaurita. Si trova su un pezzo di aeroplano galleggiante a una certa distanza da lì. Come ci è finita? Come ha fatto la piccola bambina, dal canotto in cui erano tutti stretti stretti, a tuffarsi in mare, fare una vascata a nuoto e salire sul relitto? e sopratutto, perché farlo e poi chiamare aiuto? Il motivo non c’è ma serve solo a innescare l’ennesimo salvataggio del nostro protagonista che nuova e va a salvarla, tutto questo mentre gli squali famelici, fortissimi e velocissimi, non lo raggiungono mai. Gli stessi squali che in una scena saltano fuori dall’acqua e distruggono un elicottero (per dire). Il film da un certo punto in poi è tutto così ed è un peccato perché un bel disaster/survival movie estivo di questo tipo è sempre un bel vedere senza impegno in un giorno speciale. E invece no. Che poi va bene una roba fracassona ma se dal divertente comincia a diventare stupida è un problema. E nulla, il film sceglie questa strada che inizia seria e si trasforma in altro, con il nostro eroe che, dopo aver passato quasi la totalità del tempo in acqua, tira fuori un cellulare perfettamente asciutto e funzionante dalla sua tasca per chiamare la sua bella. Senza senso.
recensione di Carmelo Garraffo

EVIL DEAD BURN di Sébastien Vaniček (2026)
Uno dei tratti più riconoscibili dei film di Sam Raimi dedicati al Necronomicon lovecraftiano è senza dubbio la regia: un’orchestra esplosiva di movimenti di macchina impossibili e shaky cam impazzite, punto fermo che tuttavia il buon reboot del 2013 e il suo pessimo sequel hanno sfruttato con parsimonia optando per uno stile più asciutto (e generico). Con il terzo film, diretto dal francese Sébastien Vaniček, la regia si riappropria di quel modello lì, che torna prepotentemente in scena fin dall’ottima cold open. Vaniček a mio avviso è il primo regista del nuovo ciclo che riesce a incapsulare così bene un tono in linea con il capitolo originale del 1981, recuperando solo poche coordinate per poi fare la sua cosa, tra personaggi bolliti vivi, una funzione funebre che vale da sola il prezzo del biglietto e svariati modi per lo più riusciti di giocare con il tema del titolo, il tutto avvolto in un buon mix di effetti pratici (tanti) e digitali (pochi) mentre sviluppa una narrazione interessata alla complessità del dolore, delle relazioni coercitive e dei legami familiari tossici con più di qualche debito con la New French Extremity. Il primo lungometraggio di Vaniček, Infested, ambientato in un palazzone della banlieue parigina preso d’assalto da giganteschi ragni killer, oltre a rivelarsi un esame spinoso sui pregiudizi legati all’immigrazione era anche un film piuttosto divertente e un ottimo esercizio di horror claustrofobico. Fare parte del franchise di Evil Dead oggi è diventato una sorta di entry point per ambiziosi registi horror, e in questo senso Vaniček dimostra talento nel sintetizzare un felice mash-up tra Raimi e l’ondata di horror francesi primi anni 2000 con i quali si è evidentemente formato, venando morti feroci e sequenze grottesche di significato metaforico, mantenendo le cose in movimento a un ritmo sostenuto, ripetendosi raramente, operando in un’economia d’azione che molti registi più blasonati si sognano. Del resto, le poche volte in cui il film rallenta per offrire bocconcini di dramma familiare o agganciarsi alla mitologia della saga, la corsa si arresta. La più grande difficoltà di Vaniček anche in Infested, è stata una claudicante capacità di bilanciare sequenze d’azione con il bagaglio emotivo dei personaggi, e qui non fa eccezione. Piccoli nei in un film che sa colorare le sue battute, trovando una gustosa varietà di modi per ridurre la casa di una orrenda famigliola di stronzi in un ossario. Perché il vero tessuto connettivo tra il film di Vaniček e gli originali è il palese entusiasmo di sperimentare e di spingersi ai limiti.
recensione di Emiliano Zambon
THE FURIOUS di Kenji Tanigaki (2026)
Non rivoluzionerà il mondo del cinema d’azione come ha fatto The Raid (chi può?), del quale ne è ancora piuttosto una costola, cionondimeno il film di Kenji Tanigaki si inserisce a pieno diritto tra i più memorabili film di arti marziali degli ultimi anni, e con tutta probabilità il migliore che vedrete quest’anno (Hope ancora mi manca). Una corsa a rotta di collo tra la folla che mi ha fatto godere da matti per la maggior parte della sua giusta durata. Di base, un buddy movie su un padre la cui giovane figlia viene rapita da un gruppo di trafficanti di bambini che si allea con riluttanza al marito di una giornalista scomparsa in una corsa disperata contro il tempo per salvare le due – e molti altri bambini – da un circolo criminale feroce e spietato. Certo, non è esente da difetti: la trama è prevedibile, i dialoghi goffi, il sovradoppiaggio spesso evidente e alcuni aspetti tecnici tradiscono il budget ridotto. Ma in termini di azione, The Furious non è secondo a nessuno. Non avrà il rigore dei migliori successi sudcoreani, cinesi o indonesiani, ma compensa con la pura adrenalina e una ferocia che non vedevo da tempo. Vitale, dinamico e brutale, pieno di sequenze fantastiche e di trovate da applausi, è il tipo di film pensato per darsi il cinque alto tra amici, dove ti troverai a gongolare come un idiota mentre i due si fanno strada a ondate di mazzate messe in scena con un tale livello di violenza, di stunt fuori di testa, di complessità tecnica e chiarezza dell’azione da lasciare a bocca aperta. Io mi sono divertito un mondo, provalo anche tu!
recensione di Emiliano Zambon

THE SHEEP DETECTIVES di Kyle Balda (2026)
Non mi sarei mai aspettato che in un film chiamato The Sheep Detectives ci sarebbe scappato il piantino, ma eccoci qui. Il film di Kyle Balda su un gregge di pecore che indaga sull’omicidio del loro amato pastore si è rivelato una delle sorprese più divertenti e toccanti dell’anno. Un film per famiglie perfetto che mescola sapientemente effetti pratici e digitali; uno in cui la posta in gioco è assolutamente reale e il lieto fine non arriva senza un certo costo, rendendolo di per sé qualcosa di speciale, considerando il numero di film di questo tipo che sembrano aver paura di affrontare argomenti anche lontanamente spinosi. Ma questo film affronta la morte e l’isolamento sociale in modi che hanno un peso e un significato. La mia unica, piccolissima, insignificante lamentela riguarda la cittadina immaginaria in cui è ambientato che risulta un po’ generica, laddove mi sarebbe piaciuto vedere la storia svolgersi in un luogo con lo stesso carisma delle persone e delle pecore che lo abitano. Dal trailer, The Sheep Detectives sembra un innocuo giallo per bambini con un cast stellato, e non sarebbe un’impressione del tutto imprecisa, ma sotto questa soffice apparenza si nasconde un commovente esame della mortalità e della necessità di una comunità che ti sostenga, oltre a un giallo assolutamente gradevole, divertente e ben congegnato. Perché a volte abbiamo bisogno di ricordare le cose dolorose, e il modo migliore per farlo, forse, è fare parte di un gregge. Pixar prendi appunti.
recensione d Emiliano Zambon
THE DEATH OF ROBIN HOOD di Michael Sarnoski (2026)
Siete stanchi dei soliti film su Robin Hood? Pensate che i miti e le leggende abbiano bisogno di essere rivisti? Abbiamo iniziato le recensioni di questo mese parlando dell’Odissea che, più o meno, lavora in un modo simile a The Death of Robin Hood, film in uscita in Italia il 12 Agosto (con il titolo Robin Hood – il prezzo del sangue). Il titolo del film è abbastanza rivelatore di quello che andremo a vedere sullo schermo, con un anziano Robin Hood, interpretato da Hugh Jackman, arrivato alla fine dei suoi giorni o, forse è meglio dire, pronto ad arrivarci. In questa versione ci viene detto praticamente subito, quindi non è uno spoiler rivelatore, che le leggende su Robin Hood sono false, solo racconti tramandati e messi in giro, e che la verità è che lui è un uomo cattivo, che ha ucciso e rubato, completamente schiacciato dai sensi di colpa. È così che inizia questa storia, con il vecchio Robin che si fa coinvolgere dal non-più-giovane Little John in una nuova vendetta. Sarnoski è un regista che si era fatto notare con PIG, il film con Nicolas Cage (bello), prestandosi poi al mainstream con A Quiet Place – Giorno uno, che non era piaciuto quasi a nessuno (io sono dentro il quasi, non mi era dispiaciuto). Qui torna alla sua natura da “indipendente” con un film molto più ricercato, con un ottima fotografia e una certa crudezza e sporcizia ben lontana dal cinema di massa. Va però detto che nonostante l’incipit ultra-violento il film in realtà fa altro rispetto a quello che sembra suggerire da principio. Molto presto mette da parte l’azione per trasformarsi in un film riflessivo e contemplativo su un Robin Hood che vuole solo venire a patti con la sua vita passata. Per quanto, a un certo punto, sembri suggerire che l’azione possa tornare non è così, non succederà. Lo so, forse è un piccolo spoiler ma penso sia fondamentale avvertire lo spettatore di cosa sta per guardare visto che anche i trailer suggeriscono altro. Questo non vuol dire che sia un brutto film, ma semplicemente che non è il film che alcuni potrebbero aspettarsi. Se lo chiedete a me però non è un opera completamente riuscita. Mi rendo perfettamente conto di cosa voglia fare e non manca di un certo coinvolgimento fino alla fine, anche emotivo. Però le sue due ore di durata, sopratutto a causa di un ritmo rarefatto e di eventi, che non hanno nulla a che fare con l’azione, che si muovono lentissimi, rendono il film a tratti inutilmente pesante e ammetto che si fa un po’ fatica ad arrivare alla fine. Probabilmente è una questione di sensibilità, aspettative o, ancor più, di gusto, perché il film non è mai brutto, anzi. Ripeto che artisticamente è davvero molto valido e che fa una riflessione sulla violenza non così banale. Ha però, per me, dei problemi di ritmo che cerca di spezzare con della violenza alle volte gratuita, che se all’inizio può sembrare cruda e funzionale poi mi ha dato la sensazione di essere messa lì un po’ per fare facile sensazione, e mi riferisco alla morte di vari animali uccisi davanti allo schermo in un modo un po’ gratuito, usati un po’ per spezzare la monotonia narrativa. Mezz’ora di dialoghi e riflessioni? SBAM, animale morto. Che, non lo so, non mi è sembrata una scelta delle migliori. Non voglio fare quello che che “bello se muore la gente, brutto se muoiono animali” ma è giusto avvertirvi, amici sensibiloni (me compreso). Detto questo è un film ok, con degli ottimi momenti ma che sembra trascinarsi un po’ troppo, costringendoci a trascinarci con lui. Rimane comunque un opera interessante.
recensione di Carmelo Garraffo


