
VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
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HOKUM di Damian McCharty (2026)
Questo mese farò la figura del polemico, ve lo dico in anticipo, ma non perché la vita mi ha preso a schiaffi (non più del solito) e ho bisogno di sfogarmi ma perché vorrei rimanere fermo nelle mie convinzioni ma, vi assicuro, cercherò di darvi gli strumenti per capire se il film fa per voi. Partiamo con HOKUM! Questo 2026 è stato un ottimo anno per gli horror, OBSESSION e BACKROOM hanno fatto contenti un sacco di fan del genere, me compreso, e se frequentate un minimo internet, vi sarete accorti che questi due film vengono spesso associati anche ad HOKUM, come se fosse una santa triade del 2026. Le aspettative, perlomeno le mie, erano quindi molto alte, anche perché il film precedente di McCharty mi era piaciuto. Di ODDITY abbiamo parlato anche su queste pagine ma se per caso ve lo siete perso è un buon film, forse con qualche spigolo legato probabilmente al budget ma comunque un buon esordio da recuperare. HOKUM è una produzione decisamente più ricca rispetto a ODDITY, è costato sei volte tanto, e questo si vede, sia per la fattura generale che per il coinvolgimento di attori più di rilievo, coma Adam Scott nelle vesti del protagonista ma, vi dico subito, sono uscito un po’ deluso dalla visione, Mi spiego. Il film è buono, non stiamo mai parlando di un brutto film, neanche lontanamente, ma è innegabile che rimanga ancorato a un cinema molto più tradizionale è meno “fresco”, soprattutto rispetto agli altri film a cui è stato accostato. Viene da molti definito un folk horror ma per quanto sia in parte vero io lo incaselleri con molta più forza all’interno del genere gotico. Di base il film si muove attraverso quelle regole fatte di ombre, rumori, tende che si muovono, stanze nascoste, fantasmi nell’ombra e tutto il corollario. E il punto centrale penso che sia proprio questo. Perché il film rimane in quasi tutti i suoi ingredienti super classico senza mai inventare o proporre qualcosa di inedito. C’è il protagonista “con dei problemi” che va in un vecchio hotel a cercare se stesso, finendo per rimanere incastrato in quei luoghi e con quei fantasmi per esorcizzare in primo luogo i suoi, uscendone probabilmente migliore. È un buon film che non riesce mai a diventare un ottimo film. Non che sia un problema gravissimo, se siete amanti del genere sono sicuro che non vi sembrerà, alla fine, di aver buttato il vostro tempo, ma in un anno come questo, dove il genere cerca nuovi autori pronti a svecchiare e reinterpretare il genere per donarci qualcosa di nuovo qui siamo da un altra parte, con un autore che guarda indietro senza inventare niente. Ci basta? Non lo so, decidete voi. da noi esce in sala il 5 Agosto 2026.
recensione di Carmelo Garraffo
MÃRAMA di Toa Stappard (2025)
Mãrama è uno di quei film di cui si chiacchera nel sottobosco di appassionati di cinema di genere, passato a qualche festival l’interesse nasce dal suo essere, diciamo così, peculiare. È un horror o, forse sarebbe meglio dire, un Gotico anomalo. Lo è perché perché è un gotico anticoloniale, scritto e diretto da un regista indigeno: Toa Stappard. Mārama (interpretata da Ariāna Osborne) è una giovane donna Māori che viaggia dalla Nuova Zelanda fino allo Yorkshire, in Inghilterra. Si sposta con la promessa di ricevere informazioni sulle sue origini e sulla sua famiglia, da cui era stata separata da bambina. Quello che mi sono chiesto io mentre stavo guardando il film è quanto un intenzione possa alzare o meno il gradimento di un film. Me lo sono chiesto perché è innegabile che Mãrama metta sul piatto tutta una serie di questioni che, sulla carta sono davvero molto interessanti. Usare il genere per andare a parlare dei soprusi subiti da quei popoli è già di persè un idea interessante, senza contare la forma molto particolare, un gotico a tutti gli effetti fatto di case antiche con arredamenti pazzeschi, ombre, luci che filtrano dalle finestre, vestitoni e tutto quanto. Esteticamente, diciamolo subito, il film è molto bello. La fotografia è ottima e tutto il comparto visivo è ricercatissimo, degno sicuramente di lode. Ma, dicevamo, esiste un film oltre le sue intenzioni? Il film inizia con un cartello che ci spiega, in breve, cosa sia successo in quel terribile periodo storico dandoci immediatamente la lettura di cosa andremo a vedere. Quello che succederà da li in poi, per me, semplicemente, non racconta nulla e, ancora più problematico, usa il genere solo per confezionare delle buone immagini. Pensiamo ai classici del gotico, tipo The Innocent (1961) o The Haunting (1963) dove le protagoniste si aggiravano con i loro vestitoni, candelabro in mano, in queste enormi case buie spaventate dalle ombre e dagli scricchiolii, terrorizzando loro e noi, con una trama che si dipanava tra le scoperte avvenute negli angoli più oscuri e silenziosi. Qui no. Non esiste assolutamente nessuna tensione legata a quei luoghi se non un attesa per una violenza che ci si aspetta arrivare solo a causa di quel primo cartello e non per via del meccanismo cinematografico. Non succede quasi nulla in questo film e la trama si muove tra piccole cose che non fanno altro che confermare questioni che già conosciamo. Poi, verso la fine, succede qualcosa che fa sembrare che il film voglio, finalmente, partire, dandoci l’illusione di star guardando uno slow burn, e che tutto quello venuto prima sia servito alla grossa esplosione finale. Se la scena della festa funziona, anche se anch’essa non mette mai veramente in pericolo la nostra protagonista, e questa sensazione costante di mancato pericolo è un enorme problema, non si può dire lo stesso per il finale che arriva subito dopo, totalmente anti climatico, dove la nostra Mãrama avrà una resa dei conti fiacchissima con il padrone di casa. Anche qui il pericolo non c’è mai ed è come se il regista ci stesse dicendo che mostrarci la vendetta a lui non interessa affatto. Mi ha dato la sensazione di chiuderla in freddissima dicendoci “ma si lo sapete come finisce, passiamo ad altro”. Dove l’altra è l’ennesima scena contemplativa che, ancora una volta, Non ci racconta quasi nulla. Mi spiace fare il cattivo su un film che ha ricevuto in giro un sacco di lodi, sopratutto perché ha un sacco di lodi come le intenzioni, la storia che vorrebbe non solo raccontare a noi ma mettere in luce a chiunque, puntando un faro anche sulle ingiustizie dei popoli poco raccontati, un faro che illumina un film realizzato molto bene. Ma, come ho detto, non sono sicuro che a un film bastino le buone intenzione. A me serve che il film sia anche, e sopratutto, un buon film.
recensione di Carmelo Garraffo
REDUX REDUX di Kevin e Matthew McManus (2025)
Sono arrivato al terzo film prima di passare la palla al buon Emiliano e se guardo a questo film e ai precedenti mi rendo conto solo ora di quanto questo mese sia stato molto critico con dei film che meritano comunque una visione per dei motivi precisi ma, tutti quanti, soffrono di alcuni problemi che non riescono a elevarli ai miei occhi. Ma non saltiamo le tappe e parliamo di questo REDUX REDUX, film dello scorso anno che è arrivato da noi, noleggiabile in varie piattaforme, da non più di un paio di mesi. Come siete messi a film sui viaggi nel tempo? e non intendo cose come Ritorno al Futuro (che amo) ma cose come Choerence (guardatelo), o comunque tutto quel filone di film dall’aspetto indipendente che usano il tempo come elemento lo-fi sci-fi per le loro storie. Senza contare che in questo caso non parliamo esattamente di viaggi nel tempo. I fratelli McManus non sono al loro primo lungometraggio e da quello che si legge in giro questo Redux Redux è, al momento il loro miglior film. Di cosa parla? Irene Kelly è una madre distrutta dal dolore e ossessionata dalla vendetta per l’omicidio della figlia Anna. Utilizzando un macchinario artigianale, la donna viaggia instancabilmente attraverso il multiverso con un duplice scopo: trovare una realtà in cui sua figlia sia ancora viva e rintracciare il serial killer responsabile per ucciderlo in ogni dimensione possibile. Questa caccia spietata si trasforma presto in una dipendenza tossica che logora la sua stessa umanità. La situazione cambia quando, in un universo alternativo, Irene incontra Mia: una ragazza scampata allo stesso assassino che la costringerà a mettere in discussione la sua brutale ossessione. Ora, diciamo subito che il film ha delle buone idee e la storia raccontata non è per nulla male. Il vero problema non è tanto cosa racconta ma il come lo racconta. Non ci sono particolari guizzi registici e il film è confezionato in un modo molto più ordinario di quanto fosse lecito aspettarsi. Forse sono io come spettatore che sono diventato molto più esigente ma il film fatica a trasmettere le giuste sensazioni. Penso che usi volutamente una grammatica cinematografica low-budget come genere impone ma la prima cosa che ho pensato alla fine del film è stata “qualcuno ne faccia un remake!” che fa capire come ci sia qualcosa di buono ma che non sia stato esaltato quanto avrebbe meritato. Mi rendo conto che essendo un road movie e non un film contenuto anche nelle location il budget va spalmato e non concentrato ma ci sono almeno 15 minuti di film che sarebbero potuti sparire completamente senza che nessuno ne avesse sentito davvero la mancanza, riuscendo a migliorare ulteriormente il resto, sempre che i due registi ne siano realmente in grado. Ecco, ritorniamo sempre lì, la mia sensazione è che ci sia stata una cattiva gestione dei buoni elementi che questo film ha da offrire. Anche in questo caso non è un brutto film, si guarda e se siete amanti del genere vi ci potete pure divertire, ma non riesce pienamente ad essere quello che vorrebbe essere. O perlomeno quello che io avrei preferito fosse.
recensione di Carmelo Garraffo

BACKROOMS di Kane Parsons (2026)
Kane Parsons è una rivelazione. Ha 20 anni ed è uno dei registi più giovani di sempre. Quattro anni fa, era un ragazzino che giocava nella sua cameretta con un software per vfx gratuito, e caricava su YouTube una clip di 9 minuti dal titolo Backrooms. 77 milioni di visualizzazioni e una web serie più tardi, è un lungometraggio con Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve e Mark Duplass. La sola impresa tecnica è sconvolgente. La web serie era interamente digitale, ma per il film le backrooms sono dei set veri e propri, realizzati in più di 9000 metri quadri dislocati su 4 teatri di prova. Tutti i membri del cast si perdevano davvero sul set. Alla troupe venivano fornite quotidianamente delle mappe solo per potersi orientare. C’è una stanza che si estende per 40 piani con scale alla Escher. Hanno trascorso un mese solo sulla carta da parati, 50 stampe e 50 test con la fotocamera solo per individuare l’esatta tonalità di giallo e decodificare l’immagine originale di 4chan con precisione maniacale di geografia, luci e ombre. Ma il ragazzo non si è limitato a costruire un mondo liminale inquietante e ricorsivo che sembra un incontro ideale tra The Blair Witch Project, il luogo sommerso di Get Out e i corridoi di Severance se fossero di un giallo chartreuse. Ha ricomposto un linguaggio, un intero vocabolario che internet oggi parla fluentemente. Una vera e propria mitologia moderna. Ambientato nella Silicon Valley del 1990, Backrooms richiama all’estetica vaporwave, degli uffici e delle pubblicità immobiliari degli anni ’90. L’architettura, i controsoffitti e i neon ronzanti sono immagini che puoi collocare esattamente, se sei cresciuto in quel periodo. C’è una dimensione psicologica profondamente inquietante negli spazi liminali di questo film. Cos’ha una stanza vuota che ci spaventa così tanto? Un luogo senza scopo, privo di persone, che dovrebbe sembrare sicuro e invece ci appare infestato. Backrooms capisce che l’assenza di significato è più terrificante di qualsiasi mostro. Ma di cosa si tratta realmente? La domanda centrale che si pone è sostanzialmente una: come se ne esce dal vittimismo? Il film non si limita a cercare silenziosamente una risposta, ma la prende di petto. Nessuno può aiutarti se non te stesso. Le persone affette da vittimismo spesso non vogliono nemmeno uscirne, ed è un’idea culturalmente pregnante da canalizzare proprio in questo momento storico. È la stessa domanda che la nostra coscienza collettiva si sta ponendo in un periodo in cui così tante soggettività svolgono il duro lavoro di accettarsi e auto realizzarsi in un mondo ultra competitivo sempre più spersonalizzante e alienante. Kane Parsons traduce queste ansie soffocanti in un horror. Un cuore pulsante di ansia, meraviglia, soggezione, orrore e qualche risata a denti stretti. È un mondo che crea dipendenza, in cui ti ritrovi a chiederti costantemente cosa troverai girato l’angolo. Ed è francamente terrificante QUANTO crei dipendenza, perché è esattamente così che spesso indugiamo nei pensieri più tossici. Il posto più spaventoso e solitario del mondo è in realtà la nostra mente. Alziamo muri e confini nelle nostre teste per poi viverci all’interno nella vita reale, e tali limitazioni cambiano costantemente con ciò che stiamo pensando e vivendo. Le cose, lì dentro, spesso le ricordiamo parzialmente o erroneamente; le distorciamo, come miglioramenti o peggioramenti rispetto agli originali. E questo potrebbe essere il concetto più inquietante dell’intero film. Questo è il tipo di horror psicologico di cui non sono mai sazio, e penso che A24 sia riuscita a mettere le mani su un grande franchise se dovesse decidere di continuare questa mitologia sul grande schermo.
recensione di Emiliano Zambon

THRASH di Tommy Wirkola (2026)
Sono sempre stato un accanito sostenitore dei film stupidi. Accettare il fatto che un film possa essere “brutto” secondo la maggior parte degli standard, ma comunque divertente. A volte sono i film che aspetto di più. Sapere di poter spegnere il cervello e abbandonarmi al nonsense è un guilty pleasure che accolgo sempre volentieri. Il problema è che Thrash non ci mette molto ad allargare i confini anche di quella manica già piuttosto larga. Il che è frustrante perché la premessa c’era. Ambientato nel mezzo di un enorme uragano, mescola alcuni aspetti da film catastrofico che aiutano a gettare le basi per un film sugli squali che mangiano le persone. Il paragone facile è con Crawl di Alexandre Aja, che ha fatto qualcosa di simile ma con gli alligatori, però sarebbe ingiusto nei confronti di Crawl, un b-movie solido e divertente a cui Thrash non riesce nemmeno ad avvicinarsi. Il film di Tommy Wirkola vorrebbe piuttosto essere un serissimo eco-thriller che prova a giocare con la suspense e la tensione, ma il puro livello di ridicolo della sceneggiatura lo trattiene. Una serie di sequenze appiccicate tra loro con lo sputo in cui un gruppetto eterogeneo di personaggi prendono una decisione stupida dietro l’altra, peggiorando attivamente la loro situazione, così, pretestuosamente e senza motivo, anche quando non hanno alcun impatto su ciò che verrà dopo. Thrash è ricco di questi piccoli momenti, anche solo nella prima mezz’ora, in cui il ragionamento va in pezzi. Ancora peggio, non solo questi momenti non hanno senso, ma il film si impegna ad attirare l’attenzione su di essi in modo così efficace che non puoi fare a meno di notarli. Non puoi semplicemente “spegnere il cervello”, perché è quasi come se il film volesse farti sapere quanto sia stupido. Non aiuta il fatto che tutto ciò passi attraverso dialoghi orrendi e che a tratti si riesca persino a leggere l’imbarazzo negli occhi del cast. Ciò è in parte dovuto al fatto che la sceneggiatura non sviluppa questi personaggi oltre alcuni cliché di base per offrire una parvenza di realismo. Ciò che rimane sono sequenze d’azione trattenute e sottotono, il che è folle considerando che non sembra aver paura di sfruttare la sua classificazione R in altri modi. Forse è perché il lavoro sugli effetti visivi è piuttosto grezzo. Non allo stesso livello dei film Syfy, magari, ma quasi. Ed è più desolante ancora perché il film non inizia così male, visivamente parlando, ma è come guardarlo esaurire il budget in tempo reale minuto dopo minuto. Sulla carta, Thrash avrebbe tutti gli elementi giusti per essere un creature movie stupido e divertente, e chissà, forse in mani più competenti avrebbe potuto funzionare. Allo stato attuale, è semplicemente brutto. Non un brutto che fa simpatia, ma semplicemente pessimo, un film che non vale il tuo tempo. Al di là dei dialoghi atroci e della logica senza senso, il peccato più grande di Thrash è essere noioso.
recensione di Emiliano Zambon
MASTERS OF THE UNIVERSE di Travis Knight (2026)
Quando si è mostrato il primo trailer del nuovo adattamento cinematografico tratto dalla storica linea di giocattoli Mattel, non sapevo bene cosa pensare. Una gran parata di CGI, in un momento storico in cui questa costante dieta a base di cinecomics, infiniti spin-off di Jurassic Park, Star Wars ed epigoni vari mi ha reso un po’ diffidente nei confronti di certi progetti in cui si abusa della grafica digitale, col risultato che spesso questi mondi immaginari invece di sembrare magici e più grandi, sembrano finti e soffocanti. Ma da bambino ero un fan accanito di He-Man. Possedevo (e possiedo tuttora) quasi tutte le vecchie action figure. Amo quei personaggi e sono un grande appassionato degli Sword & Sorcery e Sword & Planet che li hanno ispirati. Quando sono entrato in sala ero curioso e moderatamente speranzoso, ma non mi facevo illusioni. Potete immaginare dunque con quale sommo piacere mi sia trovato invece davanti a un film che mi ha sbattuto in faccia una fedele replica di quel mondo camp e immaginifico che amavo da bambino, con alcune delle coreografie d’azione più riuscite che mi sia capitato di vedere in un blockbuster da diverso tempo. Dopo oltre un decennio di baracconi sempre più deludenti, sono arrivato al punto in cui quasi temo le grandi sequenze d’azione, spesso banali, plastiche e prevedibili. Credo di poter affermare senza timore di smentita che Masters of the Universe manda a zappare non solo il più recente MCU, ma anche la galassia lontana lontana. C’è una sequenza di inseguimenti con mezzi volanti attraverso una splendida area boschiva di Eternia che mi ha ricordato quanto mi divertivo da bambino con le sequenze su Endor ne Il ritorno dello Jedi. Niente nei più recenti Star Wars lo ha incapsulato così bene come il film di Travis Knight, con le sue navicelle matte e le trovate giuste. Un film che rifugge dall’abitudine post-moderna di trasformare le scene d’azione in una serie infinita di tagli rapidi, preferendo sequenze solide, intellegibili e coerenti. Il film di Knight non assomiglia semplicemente ai blockbuster del passato – anche se in qualche modo sembra uscito da un cassetto rimasto chiuso dal 1986. Si abbandona volentieri a occasionali accenni alla sensibilità contemporanea, in particolare una predilezione verso quel tipo di umorismo witty che più passa il tempo e più sembra una carta che solo Robert Downey Jr. può davvero giocarsi. Eppure, sotto quasi ogni altro aspetto, questo è un film con il cuore al posto giusto e l’anima saldamente radicata nel passato. E funziona esattamente per questo, nel suo avvicinarsi senza vergogna anche agli aspetti più ridicoli della mitologia, con l’entusiasmo sincero di un bambino che sfascia le action figure sul tappeto del soggiorno. Non c’è alcun desiderio di decostruzione, nessun tentativo di esplorare l’oscurità nel cuore della condizione umana o di tenere un sermone sulla società contemporanea. Questo è un film su un giovane principe a cui furono rivelati favolosi poteri il giorno in cui alzò la sua spada magica al cielo e disse “PER IL POTERE DI GREYSKULL”, trasformandosi istantaneamente in uno statuario eroe barbaro armato solo di un un perizoma, una spada e il potere magico di un intero pianeta. È intrinsecamente ridicolo. È totalmente camp. Ed è assolutamente sincero. Una sincerità che si rivela contagiosa. Come Guardians of the Galaxy, Thor: Ragnarok, Dungeons & Dragons e, soprattutto, l’immortale Flash Gordon di Mike Hodges prima di lui, anche Masters of the Universe capisce che l’umorismo e lo spettacolo non sono forze opposte ma complementari. Il cast è completamente dedito all’incarico. Nicholas Galitzine si rivela perfettamente sul pezzo come solitario nerd nostalgico, ma anche come straordinario eroe capace di afferrare dischi volanti affilati come rasoi a mani nude. L’attore interpreta la parte, la suona e, cosa fondamentale, ne coglie perfettamente il tono. Il supporto di Camila Mendes, Idris Elba e di una deliziosamente melodrammatica Alison Brie è altrettanto forte, ma l’arma segreta è, sorprendentemente, lo Skeletor di Jared Leto. Una performance fisica abbastanza impressionante che fonde effetti pratici e sublime lavoro sui costumi con miglioramenti digitali, ma è il lavoro di voce che eleva davvero il personaggio. Canalizzando in parti uguali Vincent Price, il Dr. Frank-N-Furter e il diavolo di Legend (ci manchi, Tim), Leto apparecchia una performance da cattivo sorprendentemente massimalista, ridicolo e teatrale. Quello stesso entusiasmo permea ogni aspetto della produzione. Dalla colonna sonora di Daniel Pemberton che suona come una cover degli ABBA sui Nightwish mentre Brian May interviene con un assolo da brividini dopo l’altro; alla scenografia, che trasforma Eternia in una gloriosa fusione di fantascienza retro-futurista e i capolavori di Frank Frazetta. Solo alcuni effetti visivi occasionalmente bruttini impediscono al film di essere visivamente impeccabile. Se ci sono delle critiche, tuttavia, sono relativamente minori. Il primo atto forse indugia un po’ troppo sulla Terra prima di consentirci di immergerci completamente nella colorata follia di Eternia. Allo stesso modo, sebbene l’umorismo sia sempre stato parte del DNA del franchise, l’enorme volume di battute sembra spesso rivolto più al pubblico cresciuto nell’universo cinematografico Marvel che a quello alimentato a pane, marmellata e cartoni del doposcuola, con l’esagerato volume del LOL che a tratti, francamente, irrita. Ma sono piccoli nei in un film che vuole davvero solo offrire una scanzonata avventura e del sano divertimento. Knight capisce esattamente cosa ha fatto resistere i Masters nell’immaginario collettivo per tutto questo tempo. I cameo e gli ammiccamenti sono affettuosi e mai cinici, lo spettacolo costantemente vivace e il sense of wonder infantile, il faro che guida l’intera pellicola. E quando si arriva a incapsulare perfettamente l’assurdità sinfonica del film nei titoli di coda con una microdose di The Darkness, la missione è completa. Masters of the Universe è sciocco, camp e del tutto privo di rilevanza sociale. E per fortuna, perché dietro tutto questo si nasconde un film che trasuda un affetto genuino e un entusiasmo contagioso che non si vede tutti i giorni.
recensione di Emiliano Zambon


