
Quando da ragazzino ho iniziato il mio grande viaggio nel rock, mi sono subito invaghito di alcuni dei grandi padri del genere e, sorprendentemente per me, ho iniziato con un forte interesse per band dalla tecnica elevatissima. Mi riferisco a Yes, ELP, King Crimson e simili, tutte formazioni riconducibili al prog rock. Poi, con il liceo, sono stato travolto dalla coppia Ramones/Hüsker Dü: da lì in avanti l’interesse per la perizia tecnica e la pulizia del suono è andato scemando, e con esso anche la fascinazione per quelle band citate all’inizio. Cosa c’entra tutto questo con gli Elder? Facciamo un passo indietro. Seguo la band di Boston da parecchio tempo, da quando ho sviluppato un interesse per il doom metal post‑sabbathiano, fatto di un ottimo mix di riff pesanti e melodie catchy. Gli Elder erano una delle realtà USA più interessanti del genere, ma anche una band “particolare”, che nel corso della loro ventennale carriera ha attraversato un’evoluzione costante. Dal terzo album in poi hanno iniziato a sperimentare molto, fino a inglobare elementi di prog e rock psichedelico che devono parecchio proprio alle band menzionate prima. Anzi: non solo hanno inglobato quelle influenze, ma si sono trasformati essi stessi in una band prog, con forti rimandi alla tradizione del genere. A livello umano, i Nostri si sono trasferiti da anni a Berlino (hanno anche realizzato un album congiunto con i teutonici Kadavar, intitolato ELDOVAR: A Story Of Darkness & Light) e, dopo aver attraversato un periodo di stanca dovuto allo stress della routine concerti/album/tour, sono tornati recentemente con il loro settimo album (più innumerevoli EP) in vent’anni di carriera, Through Zero, uscito per la Stickman Records.
Through Zero non solo conferma quanto di buono fatto dalla band fino ad ora, ma lo supera: è un disco maturo e atmosferico, in cui tutti gli elementi sono perfettamente bilanciati in un blend delle loro influenze. Un lavoro crepuscolare, stratificato e profondamente psichedelico, dove la melodia non viene mai soffocata dalle chitarre e la voce pulita riesce sempre a emergere e farsi apprezzare. Accanto agli elementi già citati, si trovano anche krautrock, post‑rock ed elettronica stratificata e d’atmosfera: un insieme che rende Through Zero un ascolto ricco, coerente e sorprendentemente accessibile. I sette pezzi dell’album sono tutti piuttosto lunghi e presentano caratteristiche molto diverse tra loro. “Sigil To Ruin” apre il disco con un’impronta space‑rock ma con un incedere robustamente doom: un’introduzione che mette subito in chiaro la doppia anima del lavoro, sospesa tra peso e psichedelia. “Capture/Release” è il pezzo più “ruffiano”, quello dove la melodia stoner prende il sopravvento e guida l’ascolto con naturalezza. “Through Zero”, la title-track e anche la mia preferita, è un brano ipnotico: ripetitivo ma mai noioso, lento ma non privo di improvvise accelerazioni. Si basa su un riff che ritorna più volte, quasi identico ma sempre in evoluzione, come se il pezzo respirasse. “Strata” è il brano più lungo e più marcatamente kraut: una vera onda cosmica che cresce, si espande e si stratifica senza fretta, fino a diventare un viaggio quasi meditativo. “Sight Unseen” rappresenta un rallentamento, una discesa in profondità. Qui la componente elettronica e i synth diventano centrali, aggiungendo un’atmosfera più intima e sospesa. “Blighted Age” è la chiusura perfetta: il pezzo più corto, quasi cantautorale, che suona come una favola della buonanotte. Si dissolve lentamente, mentre gli occhi si chiudono e il viaggio termina con dolcezza
Through Zero è uno dei lavori più completi degli Elder: un disco che non punta alla potenza bruta, ma alla profondità emotiva, alla ricerca sonora, alla continua trasformazione. È un album che cresce ascolto dopo ascolto, rivelando dettagli nuovi ogni volta. Davvero un’ottima prova.
(Stickman Records, 2026)
1. Sigil To Ruin
2. Capture/Release
3. Through Zero
4. Strata
5. Sight Unseen
6. Blighted Age


