
Settimo album (in dieci anni di attività) per i belgi La Jungle, che, per l’occasione, allargano la formazione passando al trio, senza però perdere l’attitudine che li ha portati – costantemente – a cercare di smantellare i confini che separano (almeno idealmente) i generi musicali tra loro. La loro idea è quella di porre sempre come riferimento di base imprescindibile, tutto l’amore (e l’ammirazione) per quel krautrock di stampo settantiano (da cui noi siamo da anni dipendenti) che ha realizzato un’autentica rivoluzione sonora, andando a porre le basi per la nascita di un’infinita serie di progetti che guardano alle dissonanze sperimentali. Online l’opinione comune è quella che vede i belgi come una delle realtà che dal vivo riesce a meglio esprimere tutto il proprio potenziale, grazie ad una forza travolgente, che vede l’imprevedibilità al potere. Ascoltando con attenzione questo An Order Of Things ci siamo fatti l’idea che, anche su disco, i La Jungle possano dire la loro, eccome. Crediamo infatti che anche in un contesto domestico, con il giusto volume (cioè fastidioso per tutti gli altri di casa, e del circondario) possano risultare decisamente intriganti.
Concepito nel silenzio della Vallonia, e registrato nell’ancor più inquietante catena boschiva della Normandia, An Order Of Things rappresenta un quadro di ciò che, oggi, sono (diventati) i La Jungle, vale a dire un progetto che trae nuova linfa da un rinnovamento, volto però a non andare a stravolgere la natura delle cose che sta alla base del loro percorso, ma indirizzato verso quel domani che per loro è già arrivato (e non da adesso). Un domani costruito intelligentemente intorno ad un sound ipnotico e coinvolgente, che rasenta in taluni momenti la trance, e che riesce ad essere, sempre e comunque affascinante, anche nei momenti più (apparentemente) ostici, dove caos e ricerca diventano una cosa sola. Certamente l’introduzione della seconda batteria vada inevitabilmente a influenzare il nostro giudizio (e la loro scrittura), portando la band verso un jungle sound 2.0 caratterizzato da ritmiche ancor più ossessive in grado di accorciare il fiato, andando quasi a spezzare il respiro attraverso un groove che non perde un colpo, e martella incessantemente dall’inizio alla fine. Provando a parafrasare il titolo, possiamo spingerci a dire di essere alle prese con un reale e innegabile nuovo ordine delle cose, realizzato attraverso un doppio drumming, che alza il livello dello scontro, permettendo al trio di andare a sperimentare nuove soluzioni e di ampliare la propria gamma sonora attraverso architetture non solo più complesse, ma anche più incalzanti. Una rivisitazione del proprio suono che sancisce un legame inscindibile tra le due anime, quella analogica dei due batteristi, e quella digitale dei synth, terreno ideale per la libertà sperimentativa della chitarra.
An Order Of Things è quindi un album che scuote il corpo, e lo trasporta in un’altra dimensione, in una “giungla” che si fa reale, e, come tale, avvolge e intrappola. Siamo nella condizione per cui possiamo pensare ad un rollercoaster impazzito da cui non possiamo scendere, anche perché, in fondo, ci piace ammettere che nonostante tutto, non abbiamo alcuna intenzione di scendere. Mezzo punto in meno, se non uno, per la copertina davvero imbarazzante, e totalmente fuori contesto. Peccato.
(Hyperjungle Recordings, 2026)
1. Witches Carousel
2. Jeddah Tower
3. Sad Hill Fire Wave
4. Sabertoother
5. Damon Heart
6. Cowboy Ride
7. Evil Legs
8. Le Soleil
9. The Love And The Violence


