
Solitamente chiudiamo le recensioni con una reprimenda che riguarda la copertina, spesso elemento negativizzante di album realmente interessanti. In questo caso ne parliamo subito, in modo da togliere l’argomento di mezzo, come fosse un dente cariato o da devitalizzare. Ancora non abbiamo capito come sia possibile non considerare un album come un qualcosa in cui la componente grafica debba andare di pari passo con quella sonora. Feedback // Warfare è un disco che ci ha conquistato sin dal primo ascolto, in modo totalizzante, carichissimo di emozioni, fino al momento in cui però abbiamo visto la cover, e ci sono cascate le palle sul pavimento. Ma davvero, ancora oggi, 2026, abbiamo bisogno di copertine coi teschi come questa dei Mental Slaughter? Non riesco davvero a farmi scivolare addosso la cosa, è un qualcosa che mi avvelena il sangue nelle vene, e che mi fa guardare all’album come a un qualcosa di mutilato. Sarò forse ottuso io, ma proprio è un qualcosa di indigesto, cazzo.
Detto questo, andiamo al disco. Come avrete capito nell’introduzione Feedback // Warfare è una delle cose che abbiamo più apprezzato nei primi sei mesi dell’anno. E ne abbiamo ascoltate di cose. Viaggio a una media di una recensione ogni tre giorni, per cui, escluse quelle cose che non hanno colpito, direi che ne ho ascoltata di musica finora nell’anno solare. Sta di fatto che l’album riesce a catturare l’attenzione sin dai primissimi secondi, grazie ad un sound incendiario, travolgente e diretto, che non ammette repliche. Quindici minuti di delirio suddivisi in otto intensissimi brani che volano via senza nemmeno che ci se ne renda conto, e che non vediamo l’ora di riascoltare più e più volte. Online si trovano pochissime info sulla band, che pare essere un progetto parallelo tutto insito al roster della Iron Lung Records, realtà che fa dell’intransigenza sonora il proprio credo, e che non smette mai di stupirci qualitativamente parlando. I Mental Slaughter sono quindi da vedere come un side project con cui i membri di No Future (band australiana hardcore punk dell’area di Perth, nell’estremo margine occidentale del paese, dedita ad un sound di ribellione sporchissimo) e Gaoled (realtà hardcore proveniente dalla stessa area geografica dei NF) sublimano i periodi di inattività delle band principali. Uscito nella sola veste in cassetta, limitata a 200 copie, realizzato insieme alla Televised Suicide, etichetta DIY australiana dalla forte impronta punk hardcore che non conoscevamo, ma che è immediatamente entrata nel nostro raggio di azione, con un catalogo interessante, anche da un punto di vista di rivolta sociale, Feedback // Warfare rappresenta al meglio la nostra voglia di andare a ricercare quei suoni con cui da adolescenti (a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta) abbiamo sublimato la nostra esigenza di dolore misto a rabbia. Una necessità che sposa la violenza gratuita di un momento storico (e musicale) particolarmente fecondo, in cui questo tipo di sonorità dirompenti, e travolgenti, erano la linfa per la nostra sete di giustizia sociale. Ci nutrivano a disgusto, e non avevamo altro modo per sfogare la rabbia che attraverso album che, come questo dei Mental Slaughter, martellavano le nostre giornate tutte irrimediabilmente uguali.
Sono giorni, questi, in cui Feedback // Warfare continua a dominare lo stereo di casa, in cui torniamo a dissetarci, per cui non possiamo che ringraziare la band per averci permesso di ritrovare un approccio stilisticamente, e concettualmente, nichilista che non risparmia niente e nessuno, che non scende a compromessi, e chiama le cose per nome, senza fare sconti. Un approccio che racconta un futuro che non arriverà mai, schiacciato da un potere onnipresente che opprime, e vende anche la nostra anima secondo un disegno preorganizzato con cui hanno deciso di svuotarci riducendoci a merce da supermercato. C’è davvero qualcosa da aggiungere? E che rivolta sia, finalmente.
(Iron Lung Records, Televised Suicide, 2026)
1. Mental Slaughter
2. Half Life
3. Rusted
4. Another Dream
5. Stasis
6. Annihilated
7. Dehumanized
8. Shame


