
The World as Non-Objectivity segna un cambio di passo per i Demikhov, realtà noise che arriva dalla sponda bresciana che si affaccia sul lago di Garda, a cui guardiamo da anni con grande interesse e curiosità. Dopo due album, due EP, e due split, ecco arrivare il disco che nessuno si sarebbe aspettato, visto il sound a cui ci avevano abituato negli anni scorsi. Sotto un certo punto di vista (che il futuro ci svelerà se essere temporaneo o, almeno parzialmente duraturo) è come se il mondo sonoro del trio fosse stato messo in pausa, in modo da dare spazio ad un approccio totalmente nuovo, in grado di esaltare tutte quelle soluzioni sonore estremamente dilatate, spesso a dismisura, ma pur sempre di grande qualità, che non fatichiamo a inquadrare come lisergiche esplorazioni ambient. Quello che, invece, non è per nulla cambiato, è il contesto storico concettuale del trio. Ovvero l’immaginario sovietico del Novecento, che, anche in questo loro nuovo album li accompagna, descrivendo alla perfezione il contesto nel quale dobbiamo calarci per andare ad assaporare fino in fondo The World as Non-Objectivity. Il titolo fa infatti riferimento al trattato Il mondo come non oggettività del 1927 di Kazimir Severinovič Malevič, pittore astrattista dell’avanguardia russa. È alle sue opere, e in particolare ad uno dei suoi più celebri dipinti (Quadrato Nero, del 1915) che i Demikhov fanno riferimento per questo loro esperimento. Quello che ci propongono è l’ideale (e ipotetica) colonna sonora, elaborata secondo l’idea che ci si debba trovare in un contesto che esuli sia dall’oggettività che dal realismo, andando ad abbracciare un approccio differente, basato esclusivamente sulla percettività delle sensazioni, con il suono che vuole essere visto come un’emanazione in arrivo dal nulla.
I Demikhov hanno scelto di arrivare a tutto questo non prima di essersi spogliati della loro strumentazione tradizionale, limitandosi quindi ad una gestione acustica esclusivamente orientata su frequenze modulate in modo che possano andare a sublimare l’idea dell’impermanenza, e della dilatazione esasperata, che avvolge l’ascolto trascinandoci in un non luogo in cui i contorni (conseguentemente) non esistono. I Nostri improvvisano la loro gestazione sonora come fossero davanti ad una tela bianca apparentemente senza fine, andando a creare un indefinito che si trascina tra feedback e rumori di fondo, in attesa della trasposizione definitiva, che si consacra attraverso un approccio futurista di chiara matrice avanguardista. Non c’è quindi, e non vuole, consapevolmente, esserci alcun tipo di musica in The World as Non-Objectivity. Manca completamente tutto ciò che eravamo soliti trovare nei loro album precedenti, che qui lascia spazio e all”imponderabile, e all’inclassificabile, che si elevano al di sopra del concetto stesso di suono che, liberato da ogni suo vincolo, finisce per fluire liberamente nell’etere. Un minimalismo dilatato astrattista che ci circonda, elaborato attraverso cinque diversi momenti che vedono il culmine nei trenta conclusivi minuti dell’ultima traccia che fornisce anche il titolo all’opera. Suoni che ci trasportano negli abissi e da cui non sarà facile liberarsi, per un album che non ci saremmo mai aspettati. Avevamo assistito alla loro performance (riproposta qui interamente come quinta e ultima traccia) al Dio Drone Festival XI nel 2024, ma non avremmo mai pensato potessero andare in quella direzione, credendo avessero creato un set appositamente per quella situazione.
Un disco sicuramente di non facile assimilazione, ma altrettanto certamente stimolante, che abbatte ogni tipo di struttura convenzionale, ricollegandosi all’idea della libertà artistica di Malevič, e fornendo all’ascoltatore un paradigma in cui andare a ricercare, e a trovare, quello che più sente necessario per il proprio equilibrio interiore. Il tutto impreziosito dall’intenzione di andare a creare oggetti unici, non prodotti in serie, in fabbrica, ma a mano, uno dopo l’altro. Oggetti assemblati e rilegati in autonomia, in modo da escludere in partenza di avere a che fare con due copie esattamente identiche. Il tutto realizzato in un packaging che deve, per forza di cose, essere in edizione limitatissima, proprio perché artigianale. E con una premessa di questo tipo non poteva che essere Dio Drone l’etichetta che meglio potesse andare a completare la quadratura, vista la sua tendenza alla realizzazione di opere di questo tipo per questo genere di sonorità.
(Dio Drone, Archaeological Records, Acvfene e Oceani, 2026)
1. Lines and Circles, Disappearing
2. Electric Masses In The Fourth Dimension
3. A Black Square Is Never Empty
4. Blinding White
5. The World as Non-Objectivity – Live at Dio Drone Festival XI


