
Omar Cheikh, umbro di nascita ma internazionale in quanto a espressione sonora, approda su Maple Death Records (e non poteva essere altrimenti vista la sua spiazzante proposta sonora) a distanza di un anno dal debutto del 2025, insieme ad Arkangelo, nell’album collaborativo uscito su Lente Fanstasma, sottoetichetta della bolognese Yerevan Tapes. Omar di sé dice “Mia madre è italiana e mio padre tunisino, io sono entrambi, quindi nessuno dei due. La riflessione sui confini territoriali mi interroga ancora e mi interessa. Un liquido non ha forma né volume senza un contenitore”, premessa che non possiamo che considerare intrigante, al punto di stuzzicare ulteriormente la nostra curiosità, e spingerci ad immergerci nel (suo) liquido, in cerca di quella forma che possiamo pensare come alla più adatta a quelle che sono (oggi) le nostre esigenze.
The Garden è un album che possiamo collocare nel solco che da anni la Maple Death sta tracciando in ambito noise, anche se, onestamente, dobbiamo anche ammettere che, rispetto alle più recenti uscite, questa di Cheikh sia una di quelle meno riuscite. Colpa sua, o dell’altissima qualità che solitamente siamo lieti di associare alle uscite Maple Death? È questo il vero grande quesito che ci siamo posti una volta concluso l’ascolto del disco, e a cui non siamo ancora in grado di dare una risposta convincente, almeno per noi. The Garden è sicuramente un lavoro interessante, come costruzione, e come scelta estetico-sonora. Ma è altrettanto difficile da assimilare, anche per chi, come noi, in questo oscuro e bizzarro paradigma sonoro alternativo/non conforme/non convenzionale legato ad una visione malinconica del quotidiano che sfocia nella disperazione, ama sguazzare. Con il suo album Omar ci racconta un mondo che si fa sempre più cupo, in cui la bellezza sembra del tutto scomparsa, e lo fa sposando un approccio sperimentale, di stampo minimalista e glaciale, in cui l’elettronica gioca il ruolo preponderante, donando un’atmosfera industriale, ma rarefatta, quasi intangibile. Un mondo in cui il giardino diventa il luogo in cui ritrovarsi, per riprendere il contatto con noi stessi, guardandoci dentro, in cerca di ciò che abbiamo perduto/smarrito. Un giardino in cui i suoni nascono spontaneamente, senza seguire logiche che tendano ad intrappolarli, lasciandoli emergere, quasi sussurrati, in un silenzio irreale che avvolge.
Un disco astratto per un mondo che non riesce probabilmente più ad astrarre nulla. Nato, forse, per caso, e poi lasciato a decantare, in attesa di un qualcosa che avrebbe dovuto dare nuova forma, e che, invece, non è mai giunto a cambiare le carte in tavola. Un disco che non ha una grande fluidità, ma che nemmeno stenta, o inciampa. È solo un disco che non abbiamo completamente compreso, e che, conseguentemente, troviamo difficile da raccontare, ma che vi invitiamo ad ascoltare. Quello di Omar è un universo in trasformazione (costante) che potreste anche trovare stimolante, molto, come spesso accade, dipende anche dalla predisposizione al non porsi all’ascolto con pregiudizio, ma con la voglia di lasciarsi andare.
(Maple Death Records, 2026)
1. varcamondi
2. Firmin
3. arcimagheggio
4. Pirocorvetta
5. our wick
6. cento candele


