
Come spesso capita quando ci si ritrova a scrivere una recensione “importante”, le parole stentano a uscire e rimangono chiuse nelle dita. Cerchi di farle uscire ma dubiti che riescano a contenere le emozioni e le suggestioni scaturite dall’ascolto di questo o quel disco. Nel caso di These Killing Times, quinta (ma la discografica dell’artista è quantomeno complessa e interpretabile) uscita lunga della losangelina Emma Ruth Rundle, la questione si ripropone. Si vorrebbe pensare alla metafora del viaggio, distinguendo quelli a tappe, dove ogni sosta merita un racconto, da quelli fatti dalla partenza e dall’arrivo nei quali il racconto stesso scorre rotolando insieme alle ruote o si fa trasportare dalla brezza. Verrebbe subito da dire che These Killing Times ti tenta, ti spinge prima da una parte e poi dall’altra, a cambiare idea su come impostarlo, il racconto dell’album. Che cominci il cammino, dunque e comunque, vediamo come si farà.
Emma Ruth Rundle è un’artista che non ha mai, nella sua carriera solista, esitato non tanto a essere nuda quanto a essere trasparente. Ha narrato le sue emozioni, le difficoltà, le cadute e le più o meno lente risalite. Chi scrive considera Marked for Death, uscito proprio dieci anni fa, un disco che sfiora tranquillamente lo status di capolavoro. Il suo percorso, tra LP, uscite più brevi, sperimentazioni, ibridi tra vari modi di esprimersi (arte visuale e poesia, soprattutto) ha toccato forse un punto di non ritorno con l’intimissimo Engine of Hell, sommessa raccolta di brani con solamente voce, piano e chitarre (tanto punto di non ritorno che i tre brani esclusi furono poi raccolti nell’EP dal titolo significativo Orpheus Looking Back). Venendo all’attualità, ci sentiamo di poter affermare che la musicista ci presenta il suo album della maturità, una maturità fatta di scelte precise e, non avremmo mai pensato di poterlo affermare per lei, di serenità. Di sicuro il percorso di Emma Ruth Rundle ha attraversato momenti di dolore, anche fisico, di angoscia, di rassegnata consolazione narrati attraverso le note e le parole ma tutto questo sembra arrivare, passando dall’elaborazione del presente disco e non solo, a un compimento. Perché These Killing Times esiste sul paradosso di essere una sequenza di canzoni semplici, persino grezze (dalla produzione sopraffina di Marked for Death si passa a dei suoni sporchi ma distinguibili, basti pensare alla distorsione carica di medi delle chitarre) che non stanno a rappresentare un canto di isolamento ma diventano, e qua sta il paradosso, accoglienti, sorprendendoci di cogliere qua e là degli accordi in maggiore. Sul tutto la voce di Emma, a tratti apparentemente inintelligibile, quasi impastata per poi librarsi in un vocalità potente e chiara. Sembra si propenda per un percorso che comprende il disco nella sua interezza ma è significativa, per spiegare quanto l’album sia appunto accogliente, l’opener “Powerless” e il suo dialogo delicato e soffuso tra pianoforte e chitarra, avvolgente come un caloroso abbraccio. La sorpresa è quasi straniamento, trovandoci nuovi di fronte a questa finora inedita Rundle e quindi il violento attacco del ritornello sembra stringerci ancora di più, rassicurandoci e invitandoci a rimanere. Torneranno spesso i giri di piano quasi infantili, naif, il rullante spesso spazzolato, le belle melodie vocali e le precise scelte fatte in fase di arrangiamento. Allo stesso modo, ottimo esempio per spiegare il tutto sarà l’accoppiata di metà tracklist, ossia “Catherine Wheel”, che sembra riallacciarsi al Jeff Buckley più irruento e con una progressione che porta a una seconda metà del pezzo sentitissima e meravigliosa, e la successiva “Don’t Delay Heaven”, delicatissima preghiera con un ritornello esaltante, emozionante e quel pianoforte deliziosamente The Cure. Si potrebbero anche menzionare gli ospiti e i musicisti che hanno contribuito a questo fondamentale episodio della carriera della musicista californiana ma ci si dilungherebbe troppo. Basterà menzionarne tre, ossia Marissa Nadler, Gina Gleason (Baroness) e Amelia Baker (Cinder Well, in tour europeo a inizio primavera insieme a Rundle ma, ovviamente, senza tappe italiche) ed è evidente che, in generale, non sono contributi di nome e figura, quanto collaborazioni costruttive e aperte.
Le cose più importanti a livello musicale uscite negli ultimi anni sono sono al femminile. A.A. Williams, appunto Cinder Well, Anneke van Giersbergen e naturalmente Chelsea Wolfe (uscite curiosamente tutte nel 2026 con nuovi dischi), Moon Mother e, volendo parlare dell’Italia, Daniela Pes, Elli De Mon, Gaia Banfi ed Emma Nolde. Emma Ruth Rundle è qui a rinforzare questa consapevolezza con un album obiettivamente importante e bello, bellissimo. Talmente bello che siamo combattuti nel considerarlo come il picco della sua discografia ma su questo lasciamo lavorare il giudizio del tempo. Quello che risulta evidente è che These Killing Times è un disco che lascerà una profonda impronta per essere così nettamente diverso, personale, spontaneo e, cosa fondamentale, sincero. Per questo, non possiamo che ringraziare Emma Ruth Rundle, abbandonandoci nel suo abbraccio.
(Errant Child, 2026)
1. Powerless
2. God’s Picture
3. Anvil
4. Catherine Wheel
5. Don’t Delay Heaven
6. Enough
7. Human Kindness
8. Oceans of Time


