
Correva l’anno 2008 quando misi le mani (e le orecchie) per la prima volta sui Protest the Hero. Ai tempi ero un metallaro in erba con il sogno dei capelli lunghi, il corpsepainting e tutte quelle cose lì. Li conobbi grazie a un portale online che promuoveva Fortress, ai tempi la loro release più recente, e fu la mia personale folgorazione sulla via di Damasco. Con loro mi si aprì un mondo ed ebbi finalmente la consapevolezza che il mio “Io” musicale non aveva bisogno di andare verso gli angoli più bui e reconditi della musica estrema, ma trovava il suo appagamento più genuino in una musica cerebrale ma profondamente emotiva, tecnica ma al contempo quasi struggente. I Protest the Hero rappresentavano qualcosa di completamente diverso rispetto a ciò che ascoltavo allora: un vortice di riff imprevedibili, cambi di tempo continui, melodie sghembe e una voce (e un’estetica) che sembrava sfidare qualsiasi convenzione del metal estremo. Per chi non li conoscesse, il quintetto canadese ha sempre occupato una posizione particolare all’interno della scena. Accostati ai generi più disparati, si sono rivelati troppo progressivi per essere semplicemente hard/metal-core e al contempo troppo aggressivi per essere catalogati come progressive metal tradizionale. I Protest the Hero hanno costruito una propria identità fondendo la complessità tecnica con l’energia dirompente dell’hardcore e del mathcore, in un equilibrio difficile da raggiungere e ancora più difficile da mantenere, ma che ha reso album come Fortress dei piccoli punti di riferimento per un’intera generazione di ascoltatori. All’epoca, però, tutto questo non lo sapevo. Sapevo soltanto che quelle canzoni avevano qualcosa di irresistibile. Ogni ascolto rivelava dettagli nuovi, ogni passaggio apparentemente caotico nascondeva una logica precisa e ogni brano sembrava possedere una personalità propria. Fortress, in particolare, fu uno di quei dischi destinati a lasciare in me un segno permanente e, da quel momento in poi, il mio percorso musicale avrebbe preso una direzione diversa. Ogni volta che esce un nuovo album dei Protest the Hero cerco dunque di tornare a quel 2008 e a predispormi per un ascolto meno maturo ma più aperto allo stupore e alla scoperta, chiave che mi ha fatto amare visceralmente il gruppo per quasi vent’anni.
Una lunga e nostalgica premessa per arrivare a presentare Within, l’ultimo cimelio della band canadese. Il disco prende (parzialmente) le distanze dai Protest the Hero che furono e si inserisce nel corso del precedente, meraviglioso Palimpsest. Ai tempi Palimsest – acclamato da pubblico e critica – venne definito come la sublimazione della formula dei canadesi, che arrivarono a ibridare nella maniera più funzionale a un ascolto genuinamente coinvolgente tutte le anime che avevano caratterizzato la loro carriera fino a quel momento: il virtuosismo quasi sfacciato di Fortress, la maggiore sensibilità melodica maturata con Scurrilous e Volition, oltre a una nuova componente cinematografica e orchestrale che conferiva ai brani una profondità inedita. Per certi versi Within può essere considerato infatti il lavoro dalla vena orchestrale più convincente dell’intera discografia dei canadesi. Gli archi entrano ed escono dalle composizioni con una naturalezza sorprendente, con il pregio di iniziare a dialogare con le chitarre anziché limitarne o addolcirne l’impatto, aspetto che i detrattori più pignoli avevano percepito in Palimpsest. Il risultato è un disco che conserva intatta la tradizionale frenesia tecnica della band, ma che al contempo lascia maggiormente respirare le canzoni. Ciò che colpisce maggiormente non è però tanto la capacità, ormai conclamata, di comporre, quanto la consapevolezza di saperlo fare. Se in passato i Protest the Hero sembravano talvolta scrivere brani per dimostrare quanto fossero bravi a suonare, oggi ogni acrobazia tecnica appare subordinata alla forma-canzone. Non è una rinuncia al virtuosismo, ma il suo definitivo assorbimento all’interno del linguaggio del gruppo e, come accade ai grandi musicisti, la complessità non viene più esibita. Semplicemente esiste. Non ci dilungheremo nell’analisi delle singole tracce. Sarebbe probabilmente un esercizio sterile, perché Within è uno di quei dischi in cui ogni ascoltatore tende a trovare qualcosa di diverso da amare: c’è chi si lascerà conquistare dalle improvvise fiammate punk e (post-)hardcore che riaffiorano qua e là, chi dalle orchestrazioni, chi ancora dalle melodie vocali o dai consueti arabeschi chitarristici che continuano a sfidare qualsiasi logica compositiva. Quello che ci tenevamo a mettere in luce è che Within rappresenta la naturale evoluzione di un percorso iniziato oltre vent’anni fa: quello di una band passata dall’essere un gruppo di giovani fenomeni tecnici a una realtà pienamente matura, capace di mettere talento, esperienza e ambizione al servizio della musica.
I Protest the Hero del 2026 sono una band che ha ormai superato la fase della dimostrazione di forza. Hanno passato vent’anni a convincere chiunque li ascoltasse di essere musicisti straordinari e oggi sembrano aver capito che non serve più ricordarlo continuamente. La tecnica è sempre lì, onnipresente e spesso sbalorditiva, ma non viene più sbandierata come un trofeo. È diventata uno strumento al servizio delle canzoni, non il loro fine ultimo. Una band eccezionale che forse non rivoluzionerà più un genere come un tempo, ma che continua a scrivere musica che in pochissimi sarebbero anche solo in grado di pensare. E non è affatto poco.
(Autoproduzione, 2026)
1. Mouthpiece
2. Fishhook
3. i.above
4. Grandfather’s Axe
5. The Orchard
6. ii.below
7. Liberty Spike
8. The Mariner


