
Failure By Design è il secondo album degli ALARM! in tre anni. L’idea per il concept, a quanto racconta Gareth Smith, chitarrista britannico trasferitosi in pianta stabile in Svezia e divenuto uno dei punti di riferimento per la scena hardcore scandinava (nonchè anima pensante degli ALARM!), arriva dall’omonimo libro di Josh Bivens, scoperto da Smith grazie ad una citazione di Noam Chomsky all’interno del documentario Requiem for the American Dream del 2015, che racconta la disuguaglianza senza precedenti e lo svuotamento della classe media americana. Il testo di Bivens è costruito intorno all’idea che i crolli finanziari degli ultimi cinquant’anni non siano frutto di errori di calcolo, bensì di scelte politiche. Un sistema progettato per fallire, mentre una ristretta élite al vertice della piramide si accaparra i profitti.
L’idea degli ALARM! è quella di riprendere l’idea, allargandola e contestualizzandola alla situazione attuale della Svezia, forte della convinzione di non voler (e di non poter) separare la sfera politica da quella personale, e quindi musicale. Il disco va dunque in direzione di una necessità che non può più essere taciuta, quella cioè di andare a sublimare l’odio, e la rabbia, per tutto quello che sta accadendo in scandinavia. Dall’impatto globale delle recenti guerre, alla spinta che vorrebbe la Svezia dentro la Nato, passando per l’avanzata dell’estrema destra, per il cambiamento climatico e l’indifferenza dilagante nei confronti del prossimo. Quello che si chiede Smith è sostanzialmente perché le persone continuino sistematicamente a scegliere la strada più comoda, pur avendo a disposizione una molteplicità di scelte, magari più eticamente corrette, che invece continuano ad essere ignorate. Per un contesto concettuale di questo tipo l’unica strada possibile era quella di andare a riprendere quell’approccio sociale vicino all’hardcore punk degli anni Ottanta e Novanta. Scelta che ha mostrato immediatamente tutto il suo valore, e la sua funzionalità, come era logico, e lecito attendersi. Non un’operazione nostalgica, ma la riproposizione di un sound che era (ed è tutt’ora) anche un manifesto politico (che ci sentiamo di sposare), per un disco molto più a fuoco del precedente, molto più incazzato e meglio indirizzato come ribellione.
La band raccoglie l’eredità dei più intransigenti progetti politicizzati in ambito punk DIY svedese, ne rimodella le idee, per renderle contestuali alla lotta odierna, e le ripropone con tutta la grinta di cui dispone, con una razionalità che ne esalta la resa, così come tengono a precisare gli stessi ALARM! “Il primo LP era solo un insieme di canzoni che avevamo messo insieme alla rinfusa mentre cercavamo di capire cosa volessimo fare come band. Questo secondo album è stato molto più mirato“. Failure By Design non aggiunge nulla, musicalmente parlando, ma contribuisce a tenere viva la speranza di un cambiamento sempre più necessario. Non sappiamo se un disco come questo possa essere la colonna sonora di quel domani che continuiamo a rimandare, ma di certo è un ottimo modo per guardare in faccia tutto quello che disprezziamo, dichiarando odio eterno al mondo moderno.
(De:Nihil Records, 2026)
1. Birds still sing
2. No words
3. Turned inside out
4. A new low
5. Hope/Despair
6. Say my piece
7. Chaotic system
8. The serpent
9. Be the saviour
10. We are all we got


