
Aetere è un nome relativamente nuovo. Si tratta di un duo francese composto da elementi che possono vantare già un discreto CV alle proprie spalle. Ed è proprio attingendo a questo loro background che sono riusciti a dare vita ad una nuova realtà, con cui sublimare la loro idea ritualistica in ambito musicale. Il loro Théogonie è infatti non solo il manifesto del loro credo funereo, ma anche l’esempio perfetto per rappresentare tutte quelle tematiche liturgicamente indirizzate verso il racconto degli dei greci primordiali, quelli del caos. Un album cupissimo, che ci mostra una realtà avvincente, malinconicamente ancorata ad un’idea quasi minimalistica, e a tratti psichedelica, scandita da un incedere monolitico settato su dinamiche che rasentano la stasi, ma in grado di entrare in modo dirompente dentro l’ascoltatore, fino a farlo sprofondare negli inferi. Frequenze bassissime, che spingono al massimo, in un contesto sonoro che non pare orientato a cercare vie di fuga, ma solo ad avvolgere, e a trattenere, controforza. Ci sono voluti quasi dieci anni ai due per riuscire a realizzare il disco, ma, alla fine, sono riusciti a rendere tangibile il loro credo, grazie ad una sorta di less is more applicato ad un approccio devastante, costruito su una base quasi primordiale, ma di sicuro impatto, e grande fascino.
Un album che strizza l’occhio a quel mondo occulto che flirta con l’idea di caos, inteso come disordine, anche (e soprattutto) emotivo. Quella di Théogonie è infatti una disarmonia che diventa equilibrio, sancita attraverso sei momenti omogeneamente legati ad un’idea di base oscura, retta su di un pandemonio armonico che, senza spingere, porta a compimento il proprio lavoro grazie ad un’organizzazione minuziosa in grado di porre sullo stesso piano ogni dinamica all’interno dei singoli brani, esaltando il lavoro di insieme attraverso una visione multidimensionale. Siamo alle prese con un album in cui la tensione è sempre palpabile, pur senza eccessi, ma comunque costante, e presente in ogni variazione tematica. È come se fossimo stati rinchiusi in un circuito che ci preclude e ci impedisce la fuoriuscita, destinati a soccombere attraverso un martellante peso che si fa sempre più soffocante, ma che non rinuncia a perdere l’idea di bellezza che emerge nei dettagli più secondari. Un disco esteticamente spoglio che si fa forza proprio grazie a questa sua caratteristica atipica per il genere. Un viaggio attraverso un mondo oscuro, caratterizzato dall’incapacità di realizzare lo spostamento effettivo, come se, nella realtà delle cose, restassimo fermi, inchiodati sul posto, in un universo del tutto privo di luce che ci annulla ogni percezione. La dissoluzione dell’intelletto e dell’anima attraverso uno stato di morte apparente. Un universo sonoro transitorio, indefinito.
Se cercate un album dinamico, questo è esattamente ciò che dovete scartare in partenza. Ma se, invece, volete un qualcosa che possa catturare il vostro sentire più profondo, allora Théogonie è il disco perfetto per andare a ricercare emozioni che da troppo tempo non vedono la luce. Un album asciutto, e ipersaturo, che estremizza il concetto di musica, spogliando i brani della componente legata alla tradizione più strettamente metal, e che si esalta attraverso l’assenza quasi totale di ogni sorta di riff chitarristico, in favore di un lavoro incessante volto a catturare l’attenzione in modo tanto sublime quanto marziale. Non è dunque un lavoro che possiamo pensare carico di dinamicità, e di isterismi istrionici che spiazzano l’ascolto. Tutto il contrario, Théogonie è da inquadrare come un qualcosa di sinistro e abissale incedere che dilania il creato. Un disco che richiede la massima capacità immersiva. Se pensiamo di ascoltarlo distrattamente, mentre ci dedichiamo contemporaneamente ad altro, è meglio non iniziare nemmeno. Meglio il silenzio. Magari quello eterno.
(Octopus Rising, Argonauta Records, 2026)
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