
Ancora non abbiamo capito se (e quindi, conseguentemente, in quale misura) ci siano o meno piaciuti i genovesi Il Silenzio di Dio, realtà di cui abbiamo fatto la conoscenza agli inizi dell’estate, grazie alla pubblicazione del loro debut Antenne su Taxi Driver Records. Il loro è un genere che, solitamente, non è tra quelli che facciano particolarmente sbavare. Ma non crediamo che sia da ricercare nella cifra stilistica della band l’argomento dirimente che possa permetterci di capire una volta per tutte. Siamo soliti raccontare nel nostro spazio quelle che sono le emozioni che un album ci trasmette, indipendentemente da quelle che sono le coordinate sonore in cui il disco viene ad essere collocato. Un punto a favore di Antenne è quello del cantato in italiano, scelta che sosteniamo da sempre, convinti che non sia il caso di andare a cercare (presunti) artifici sintattico lessicali in altri idiomi, quando disponiamo di una lingua che ci mette nelle condizioni di poter disporre di un’infinità di lemmi con cui esprimere il nostro più personale pensiero. A questo aggiungiamo che anche da un punto di vista strettamente sonoro, la scelta che la band ha fatto sua, cioè quella di non andare a ricercare una produzione eccessivamente pulita, va vista come un altro fattore da sottolineare con piacere. Non c’era la necessità, viste le tematiche e il sound della band, di andare a cercare stratificazioni fuori contesto. L’album doveva a nostro avviso suonare esattamente così come suona, crudo e diretto.
Quello che ci ha messo in crisi durante l’ascolto, e a posteriori, è la scelta di andare a cimentarsi con una cover di “Disamistade”, brano di De André del 1996, contenuto il quell’Anime Salve che rappresenta uno dei punti più alti, non solo della produzione del compianto Faber, ma di tutta la musica italiana, presente e passata. Scelta che da più parti è stata osannata e che invece noi consideriamo un errore evitabilissimo. Confrontarsi con il mito è un qualcosa che non è nelle corde di tutti. Bisogna fare attenzione nel momento della scelta. Oltretutto “Disamistade” è un brano che appartiene ad un momento di lirismo assoluto per De André a cui guardare con religioso silenzio e dovuta distanza. Possiamo al massimo, in uno slancio di benevolenza, pensare di premiare il coraggio de Il Silenzio di Dio, ma qui ci fermiamo. In attesa di riuscire a capire il perché di una scelta infelice come questa, che non solo non aggiunge nulla alla cifra complessiva dell’album, ma rischia, come detto, di condizionarne il giudizio in negativo.
Non è facile quindi tracciare un linea e far finta che non sia successo nulla, provando a ripartire riassumendo tutte le nostre idee. Conseguentemente il pensiero ne resta condizionato. Peccato, perché alla fine il disco ha una sua dignità espressiva, ha la sua personalità. È un album onestissimo, crudo e selvaggio come avrebbe dovuto essere viste le tematiche, e le scelte stilistico espressive. Avrebbe potuto essere migliore? Decisamente, ma questo al di là della cover di De André, per cui, tornando alla domanda fatale, che cosa c’è che non ci fa esaltare come in altre occasioni? Una domanda a cui non riusciamo a dare una risposta esaustiva. Ad oggi crediamo (il che non significa quindi che un domani si possa arrivare a cambiare idea) che Antenne sia un disco che non brucia, che non (ci) incendia, nonostante abbia, da un punto di vista teorico, tutto quello che serve per farlo. Un disco che abbiamo riascoltato, ripetutamente per provare a capire se fossimo noi in un momento di scarsa ricettività o se, realmente, il nostro mancato coinvolgimento fosse frutto di un qualcosa di lasciato a metà. Tenendo conto che siamo al debutto, possiamo essere portati a pensare di avere a che fare un con una realtà che ancora deve mostrare tutto il potenziale. Diamo loro il tempo di maturare. Noi saremo qui ad attenderli, sperando di essere piacevolmente stupiti.
(Taxi Driver Records, 2026)
1. Tonant
2. Antenne
3. Chimera
4. Nei Loro Occhi
5. Disamistade
6. Supernova


