
Nel corso di quasi un decennio di attività, i REZN hanno progressivamente ampliato i confini di una proposta nata nel solco dello stoner e del doom metal, trasformandola in qualcosa di molto più sfuggente e personale. Se la pesantezza di riff e basse frequenze è rimasta un tratto fondamentale del quartetto di Chicago, disco dopo disco hanno assunto sempre maggiore importanza psichedelia, ambient, synth e sax, fino a creare una musica interessata tanto alla costruzione di paesaggi sonori quanto alla forza d’urto. Solace e Burden avevano già mostrato chiaramente le diverse anime del gruppo, più rarefatta e contemplativa la prima, più cupa e pesante la seconda. Cycles in the Infinite Dream prova invece a farle convivere, proseguendo un’evoluzione che rende quasi inevitabile il parallelismo con gli Elder.
Limitare oggi la band alla definizione di stoner doom sarebbe però riduttivo. Cycles in the Infinite Dream parte da quella materia per muoversi liberamente tra heavy psych, post-metal, progressive, ambient e suggestioni shoegaze. Il paragone con gli Elder rimane pertinente nelle aperture più psichedeliche e progressive, mentre nei passaggi più scuri emerge qualcosa della monumentalità post-metal degli Isis. Nelle sezioni più eteree e avvolgenti affiorano invece echi dello shoegaze più pesante dei Nothing, in particolare nel modo in cui melodia e distorsione finiscono per confondersi all’interno dello stesso flusso sonoro. È soprattutto l’atmosfera a rappresentare però il cuore dell’album. Se in passato la musica dei REZN sembrava spesso evocare scenari e paesaggi ben definiti, qui l’orizzonte diventa quello interiore e sfuggente del sogno. Anche la produzione contribuisce a questa sensazione, lasciando maggiore spazio ai diversi strumenti e ridimensionando la centralità della chitarra in favore di un suono più ampio e stratificato. “Rites of Passage” mette subito in chiaro le intenzioni del gruppo, combinando una base poderosa con ampie aperture atmosferiche. “Transient” è forse una delle sintesi più riuscite del lavoro, con il peso del doom attraversato da synth e sax che trascinano la composizione verso territori psichedelici e progressive. “Aerial Birth” si sposta invece su coordinate più eteree e contemplative, mentre “Primal Thread” mostra quanto efficacemente i REZN sappiano passare dalla dimensione onirica alla pura pesantezza. Rispetto ad alcuni lavori precedenti emerge anche una scrittura più compatta e maggiormente concentrata sull’equilibrio tra melodia, atmosfera e impatto. Le linee vocali acquistano maggiore importanza e si inseriscono nelle stratificazioni strumentali con un’attitudine che a tratti sfiora apertamente lo shoegaze. È probabilmente qui che Cycles in the Infinite Dream mostra il volto più maturo dei REZN, non tanto nella scoperta di territori completamente nuovi, quanto nella naturalezza con cui riescono ormai a far convivere linguaggi differenti.
Cycles in the Infinite Dream conferma così i REZN come una delle realtà più interessanti di quella zona di confine in cui doom, psichedelia, post-metal e shoegaze finiscono per sovrapporsi. È un disco maturo e profondamente immersivo, nel quale la band continua ad ampliare il proprio linguaggio senza perdere la riconoscibilità costruita negli anni. Pesantezza e contemplazione, riff e aperture atmosferiche convivono con grande naturalezza, dando vita a un lavoro ricco di sfumature che premia gli ascolti ripetuti. Più che reinventare la propria formula, i REZN sembrano ormai padroneggiarla pienamente, continuando ad arricchirla di nuove suggestioni e confermando la solidità di un percorso che rimane tra i più personali della scena heavy psichedelica contemporanea.
(Sargent House, 2026)
1. Rites of Passage
2. Transient
3. Cloudfall
4. Aerial Birth
5. Devotion
6. The Vessel
7. Escher
8. Primal Thread
9. Terra Preta


