
Siavash Amini è un compositore sperimentale che vive a Teheran, dove cerca, tra le mille difficoltà di una terra storicamente inquieta, non solo di sopravvivere, ma anche, e soprattutto, di continuare ad affinare la propria arte, chiuso nella morsa tra i bombardamenti statunitensi e la repressione governativa. Negli anni ha collaborato con moltissimi artisti, non solo mediorientali, e non solo legati all’ambito musicale. In questo suo ultimo album, infatti, ha scelto di unire le forze con Eugene Thacker, scrittore e filosofo statunitense, cercando di andare a creare un ponte in grado di legare i suoi paradigmi ambient post-atonali con il minimalismo delle parole di Thacker, in una celebrazione dei “poeti maledetti” (poètes maudits) legati al ciclo di Lieder tedesco. La particolarità del tutto risiede nel fatto che nell’album non ci sono voci parlate o cantate in modo convenzionale: le parole sono trasformate o rese astratte attraverso il suono.
La conseguenza è un disco che permette alla musica di scendere in profondità e di sancire un incontro con la letteratura volto alla ricerca di un linguaggio comune, attraverso la celebrazione di poeti provenienti da contesti linguistici e culturali tra loro decisamente distanti. Tre brani per quasi quaranta minuti complessivi, in cui la decadenza della letteratura diventa decadenza sonora. In cui il suono viene riassemblato in modo atipico, riscrivendo il contesto atmosferico globale, in cui si incastrano le metriche non convenzionali degli autori. Tre brani dissonanti, in cui manca la stabilità di un ascolto che possa definirsi agevole, tre brani osticamente indirizzati verso l’incertezza e il disagio, in un delirante approccio ciclicamente orientato alla ripetizione di un sentimento estremamente sofferto, fastidioso, e concreto.
Songs for Sad Poets Vol. III è un album spettrale che flirta con il dolore e la desolazione (non solo emotiva). In cui il silenzio regna, e le voci, filtrate attraverso un software di sintesi vocale, perdono ogni intellegibilità uditiva ed espressiva, al punto che rischiamo – distrattamente – di non percepirle affatto. I due infatti scompongono le metriche della poesia, e le ricostruiscono in suono (alieno) creando un elemento del tutto atipico dalla loro fusione. Suoni che colpiscono direttamente l’anima, celebrando la nascita di un linguaggio moderno, quasi futurista, con cui ridanno lustro ai poeti (ingiustamente) dimenticati come Hàn Mặc Tử, fondatore della scuola poetica vietnamita del “Caos” (Loạn); a João da Cruz Sousa, figura di spicco della poesia simbolista brasiliana di fine Ottocento; e al poeta austriaco Nikolaus Lenau, figura influente nella tradizione letteraria della “disillusione” (Weltschmerz), tutti morti in giovane età. Ma soprattutto ci porta a ragionare sull’idea di quanto possa essere labile il confine tra poesia e musica.
(American Dreams, 2026)
1. Leprous Doubt (for Hàn Mặc Tử)
2. Sigils of Decay (for João da Cruz e Sousa)
3. Dead Eyes, Dark Stars (for Nikolaus Lenau)


