
Questo dei Threat Modeling è un progetto che non può non affascinare tutti quelli che, come noi, sono legati – anagraficamente parlando – ad un mondo che non esiste più. Un mondo in cui le dinamiche in ambito musicale si dipanavano secondo un percorso inalienabile, che oggi ci appare in veste romantica, ancor prima che anacronistica. Crescita e consolidamento di una band erano parte di un viatico che prevedeva un debutto autoprodotto, in cassetta, intorno (e grazie) a cui strutturare la propria idea di musica, quale che fosse, poi, il risultato finale. Era l’unica strada percorribile per potersi fare largo in una giungla sonora alternativa agguerritissima. L’omonimo debutto dei texani Threat Modeling va esattamente nella direzione di cui sopra, tranne il “piccolo dettaglio” rappresentato dal fatto che in questo caso il demo tape di un tempo, diventa un’uscita ufficiale realizzata da un’etichetta, in questo caso la statunitense Portrayal of Guilt.
Questo per quanto riguarda la genesi dell’album. Passando invece ad analizzare il disco da un punto di vista più strettamente sonoro, i texani scelgono di dare voce, forza e sostanza a quel movimento plurisfaccettato che trae ispirazione, e fondamento, dal più spregiudicato, e intransigente, hardcore politicizzato made in USA, qui esaltato attraverso un assalto intensissimo, e crudo, che ci trascina in un vortice di violenza sonora e verbale da cui non è possibile uscire indenni. Un album costruito intorno ad un approccio altamente aggressivo volto a scardinare tutte le storture di un sistema sociale nordamericano giunto all’ennesimo punto di non ritorno, che sublima la disillusione, la perdita della speranza, e che vede nella violenza come risposta alla violenza l’unica via. Non ci sono (più) margini di movimento, resta solo la consapevolezza di essere arrivati troppo lontano, e di averlo fatto senza prendere le adeguate contromisure, sedotti da tutte le ammiccanti proposte di un sistema sociopolitico (ed economico) che ha corrotto anche le coscienze più pure. L’album, pur nella sua brevità (sette brani per un totale di dieci minuti di devastante follia) è un autentico scossone. L’ennesimo, di un percorso in cui ci siamo infilati da anni, che ancora, però, non ci ha imposto quel cambio di passo che, a parole, consideriamo necessario. Dieci minuti di tensione, che non lasciano il tempo di respirare. E che lasciano un segno indelebile nelle nostre giornate placidamente orientate alla passiva attesa di un’estate che ha già iniziato il suo ciclo soffocante di sole e sudore.
Non sappiamo se lo scossone dei Threat Modeling sarà in grado di portarci ad un nuovo livello di consapevolezza. Di certo ci fa piacere ritrovare quella grinta e quell’intransigenza che troppo spesso diamo per scontate, ma che poi, a cose fatte, tanto scontate non sono, anzi. La musica (di un certo tipo perlomeno) è politica, e la politica si fa quasi esclusivamente con colonne sonore come questa. Il resto è intrattenimento, ma per quello c’è già la WWE, o quel che ne resta. Let’s riot!
(Portrayal of Guilt, 2026)
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