
Towers of Silence è l’EP che segna il debutto degli olandesi A Plague of Lighthouse Keepers. Tre brani soltanto, per un totale complessivo che si aggira sui ventitré minuti, che permettono alla band di Haarlem di mostrarci tutta l’abilità di cui dispone, portandoci a spasso attraverso scelte che spaziano realmente a 360°. Il loro è un sound sporchissimo che riesce a prendere il meglio da tutto quello che il quartetto ha ascoltato negli anni, e a riproporlo in una contestualizzazione personalissima che guarda all’intransigenza sonora come al collante in grado di sostenere l’impalcatura complessiva.
Quello che ci ha immediatamente conquistato dei A Plague of Lighthouse Keepers è la spinta oltranzista che cerca di fare più rumore possibile, anche quando sceglie di sublimare il silenzio della catarsi sonora con break inattesi di grande pathos. Mentre riascoltiamo il disco cresce ulteriormente in noi l’idea che sia davvero molto complicato provare a raccontare l’EP in poche righe. Sono troppe le dissonanze e le distanze all’interno dei singoli episodi che ci hanno spiazzato, costringendoci a ricominciare da capo per provare davvero a capirci qualcosa. Ci siamo chiesti dove collocare il quartetto olandese, e alla fine abbiamo ipotizzato di intravedere all’orizzonte un incrocio di idee e sentimenti, dove free jazz, minimalismo sonoro e musica concreta si fondono per dare vita a uno spazio indefinito in grado di contenerli. L’altro grande punto a loro favore che ce li ha posti quasi immediatamente in una posizione di assoluto privilegio rispetto ai loro concorrenti, è quello legato alla componente concettuale dell’album. La band olandese infatti non fa mistero alcuno di aver scelto di metterci la faccia, andando a sposare un credo politico estremamente critico sul genocidio palestinese in atto, e volto alla tutela dei diritti delle comunità queer sparse in giro per il mondo. Se queste sono le premesse del disco, la resa non può che portare verso una resa intensissima sotto ogni aspetto, che esalta posizioni di disperazione e rabbia nei confronti del clima geopolitico attuale.
Tower of Silence è un album che potremmo definire quasi espressionista, in grado di cantare l’indignazione per una quotidianità sociale in preda ad una deriva inarrestabile a cui ci siamo (forse) ormai assoggettati, e che combatte la sua battaglia con un sound libero, e moderno, ricco di quella spinta controculturale che andiamo ricercando (con grande fatica) negli ultimi anni ma che troviamo sempre più di rado. Un disco che potrebbe apparire come disordinato, ma che in realtà guarda esattamente nella direzione opposta, spinto dalla forza autentica, pura e spontanea di una generazione disillusa che non ha perso la voglia di mettersi in gioco e di lottare. Selvaggio, rumoroso e folle, Tower of Silence è un album a cui dovete assolutamente concedere una possibilità.
(Lay Bare Recordings, 2026)
1. The Massacre of Flour
2. I Fuck People
3. Towers of Silence


