
Ha ancora senso parlare di post-rock strumentale nel 2026? È da considerarsi un genere attuale? Per mettere un paio di paletti per limitare il campo stilistico, si sta parlando dell’ambito caratterizzato dall’alternanza di momenti sognanti e altri più robusti bene o male guidati dall’andamento della chitarra, roba in cui Explosions In The Sky, This Will Destroy You, Mono, God Is An Astronaut e altri (bene o male ci hanno orbitato intorno anche Mogwai, GY!BE, Sigur Rós ma il discorso sarebbe ampio e lungo). La recensione vuole quindi partire con tono polemico per registrare anche una certa disillusione, una nostalgia per quando a quelle cascate di note e quei silenzi sembravano indicare la strada, sì sofferta ma ancora una via, per la realizzazione di un futuro migliore. Ecco, a riguardarsi indietro e ancor peggio a volgere lo sguardo allo specchio e oltre, quell’urgenza appare ora inutile, vuota, come se non riuscisse a comunicare più nulla. A questo avrà di certo contribuito anche la difficoltà del genere di rinnovarsi imbastardendosi, al contrario di altri stilemi. Però, tant’è.
Winter At Sea è un collettivo londinese fondato da Chris Chapman e Grant Light (ai quali in Hearts si affiancano altri validi musicisti) che si rifà ampiamente al post-rock anni Novanta menzionato nell’intro della recensione. “Ci siamo ispirati […] non solo dalla musica ma dal senso di libertà e sperimentazione”, dichiara Chapman e forse è proprio al senso di libertà a cui dobbiamo riferirci per questo lungo pezzo – venti minuti divisi in cinque movimenti. Hearts contiene tutto ciò che può soddisfare chi è alla ricerca di tali sonorità. Momenti dilatati che lasciano spazio a chitarre sferzanti, arpeggi cristallini che sembrano fuggire dal rilassato ma marziale tappeto ritmico, l’andamento morriconiano di certi spezzoni, tutte cose che i Winter At Sea sanno padroneggiare alla grande e se proprio qualcuno può lamentarsi della mancanza di personalità e originalità, può consolarsi nella grande onestà della proposta e dell’alta qualità del risultato finale. A introdurci in questo nuovo viaggio (Hearts è il secondo episodio della trilogia aperta da Unfound del 2024) dei londinesi troviamo persino dei synth belli rotondi che sembrano richiamare il kraut-rock che lasciano poi spazio a una suadente melodia portata avanti dalla chitarra pulita (con in sottofondo la seconda chitarra suonata “a mandolino”, vedi Mono/EITS). Emotivamente siamo toccati, vuoi per l’evidente richiamo a una musica che tanto ci ha dato in passato, invece e soprattutto per quanto la band riesce a trasmettere utilizzando il linguaggio della semplicità e della libertà. È proprio forse la chitarra pulita che affascina, che ci dice che questo disco, nonostante l’apparente (o effettiva) inattualità di cui sopra. Sono quegli arpeggi, quei riflessi nel cristallo fatti di note che si prendono sulle spalle i vari momenti e movimenti e ci cullano amorevolmente, toccando delicatamente quelle corde che ci fanno vibrare e che probabilmente ci fanno anche sentire dolore, rimpianto, rimorso.
Noi non siamo più ciò che eravamo in passato e fa male guardarsi indietro. È con questa consapevolezza che forse continuiamo ad ascoltare questo lungo brano, mostrando qualcosa di simile alla gratitudine perché grazie alla passione, onestà, umiltà e preparazione dei Winter At Sea ci ritroviamo con la consapevolezza che non è necessario guardare avanti o rimestare l’immobile passato e che l’unica cosa che conta è vivere il presente e abbandonarsi alla bellezza. Basterebbe solo riconoscerla dimenticando tutto o quasi.
(A Cheery Wave Records, 2026)
1. Hearts
1a. Glimpse Of The Horizon
1b. Heart In Mouth
1c. Gathering Dark
1d. A Sleeping Mist
1e. Descent Into The Undertow


