
Aldous Harding è lo pseudonimo che ha scelto Hannah Sian Topp, cantante di decisa impronta neofolk neozelandese, per dar vita ai propri pensieri. Giunta oggi al suo quinto album, la Harding (figlia d’arte, sua madre Lorina infatti è stata a sua volta una folk singer piuttosto apprezzata) continua nel suo percorso intimista con cui si apre a noi, andando a sondare il suo profondo accompagnata da un approccio psichedelico delicato e toccante, che non sfocia mai verso derive rumoristiche, o acide. Train on the Island, uscito di recente grazie alla liaison tra la label locale Flying Nun Records e la 4AD, si incastra alla perfezione in quel contesto caldissimo, e di grande eleganza, che siamo ormai soliti associare alla Harding. Un universo sonoro curato e minimalista in cui brilla l’intensità emotiva di una performer in grado di arrivare davvero in grande profondità.
Il disco ha un carattere piuttosto deciso, che però non fa dell’immediatezza il suo punto di forza. Il che, se per noi è un qualcosa di immenso da un punto di vista qualitativo, rischia, per il grande pubblico di risultare per certi versi ostico, soprattutto se proiettiamo l’album in un contesto come quello attuale, caratterizzato dal tutto e subito, sempre e comunque. Si tratta infatti di un disco che guarda innanzitutto alla ricerca sonora, fregandosene della facilità di lettura. Non a caso, leggendo sui magazine online (quelli che parlano di musica in modo serioso, mica come noi) non sono poche le critiche, soprattutto tra coloro che continuano a esaltare il disco precedente proprio perché più immediato. A noi la Harding piace proprio perché in questo suo album ha scelto di dire nascondendo, preferendo che siano gli ascoltatori a districarsi nei meandri delle sue immagini sonore, con l’immaginazione di cui dispongono. Non siamo mai stati attratti da album che sentiamo nostri al primo ascolto quando si tratta di scelte sonore intimiste come quelle dell’artista neozelandese, e non intendiamo cambiare idea in questo frangente. Train on the Island è dunque un lavoro inquieto e malinconico, che siamo certi il tempo saprà ricompensare in quanto a riconoscimenti. La sua qualità intrinseca finirà per emergere restituendo i meritati elogi ad un disco che continuiamo (riascoltandolo ora, mentre correggiamo le bozze della recensione) a considerare eccelso e ammaliante, grazie a tutta una serie di digressioni sonore che finiscono per prendersi cura di ogni nostra necessità, anche di quelle che non credevamo di avere. L’opera ci ha conquistato infatti proprio per il suo voler ampliare la gamma sonora andando a scardinare l’omologazione sonora di un periodo storico caratterizzato da un appiattimento qualitativo decisamente standardizzato.
Un album delizioso, che schiude davanti ai nostri occhi un mondo incantato, in cui le canzoni si liberano di tutto quello che non è strettamente necessario, andando incontro ad un approccio decisamente affascinante, spesso camaleontico, ma comunque sempre fedele alla propria idea di ricerca della bellezza ad ogni costo. Un disco carico di mistero, sognante e leggiadro, per un’artista anticonformista che sembra aver trovato un linguaggio coloratissimo con cui raccontare il proprio immaginario.
(Flying Nun Records, 4AD 2026)
1. I Ate the Most
2. One Stop
3. Train on the Island
4. Worms
5. Aldous Harding feat. H. Hawkline – Venus in the Zinnia
6. If Lady Does It
7. San Francisco
8. What Am I Gonna Do?
9. Riding That Symbol
10. Coats


