
Mettiamo le cose in chiaro fin dalle prime righe: gli Angine de Poitrine non salveranno il rock, né tantomeno la musica mondiale. I problemi della fruizione odierna risiedono più nell’educazione all’ascolto e nella soglia d’attenzione che nel contenuto in sé. Viviamo un’epoca di en-passant radiofonici e di contenuti virali destinati a svanire in un lampo; conta il frame che cattura l’occhio, non più sviscerare le radici di un suono. In questo contesto, il duo canadese è un’anomalia lodevole. C’è chi li ha scoperti scandagliando i canali Youtube, attratto dall’ormai celebre esibizione su KEXP, dove Khn e Klek appaiono come personaggi usciti da uno sketchbook di Moebius. Ma una volta superato l’impatto estetico – fatto di pois, nasoni penzolanti e maschere di cartapesta – quello che resta è un progetto con una visione artistica solida e una tecnica serva delle composizioni.
Ascoltando sia Vol. I che Vol. II ci si rende conto che entrambi i lavori sono parte di una scrittura che non ha subito grossi scossoni in due anni di distanza. Il loro è un math rock a tratti classico, nel senso che le strutture non sono inedite, l’approccio alla forma canzone è da jam session. Musicalmente, il duo non ha inventato nulla che nomi come Don Caballero (per le scomposizioni metriche), King Gizzard & The Lizard Wizard (per l’uso di sonorità aliene) o i più sotterranei Le Singe Blanc e Horse Lords non abbiano già codificato. Eppure, la loro proposta ha una forza trascinante. Il math rock proposto in Vol. II brilla quando estremizza certe evoluzioni à la The Residents. L’influenza della scena turca psych-prog (Altın Gün o BaBa ZuLa) non è un vezzo, sebbene sia appena accennata. L’uso dei microtoni è un ponte verso sonorità mediorientali acide, filtrate da un’attitudine post-punk nervosa che trasforma il disco in un battito ossessivo, è capace di denudare l’ascoltatore e lasciarlo libero di danzare: il fulcro di tutto è il groove, la trance viene costruita stratificando storture soniche, più che layer sognanti. Quando i riff circolari si fondono con le poliritmie della batteria (“Fabienk”, “Mata Zyklek”, “Sarniezz”), l’effetto è ipnotico e vibrante. Gli Angine de Poitrine preferiscono lo scontro frontale alla via spaziale e onirica, asciugando il sound fino a renderlo quasi scarno, privandolo di quella patina ‘esotica’ per lasciarne solo l’ossatura nervosa (“Yor Zarad”, “Angor”). La dimensione giocosa della proposta si evince anche musicalmente in vari passaggi nei quali la scomposizione metrica viene sapientemente miscelata nel flusso delle tracce, attingendo anche da ispirazioni non propriamente rock (“Utzp” è palesemente una math-polka). A rendere il tutto più autentico è la natura genuinamente indipendente del progetto e della produzione di Vol. II. In un mercato dominato da algoritmi e pacchetti pre-confezionati, gli Angine de Poitrine arrivano dal freddo del Saguenay con un lavoro autoprodotto, fuori dai radar delle grandi etichette internazionali. Non c’è una strategia di marketing a tavolino unicamente mirata al profitto confezionante vuoto artistico dietro i loro costumi di cartapesta o le chitarre ‘fai-da-te’ modificate con la sega; c’è piuttosto un’urgenza espressiva, condita da una strategia di marketing furba, che ha trovato nella viralità un megafono inaspettato, ma che mantiene intatto quel sapore di ‘musica fatta in garage’. Anche se il garage, in questo caso, sembra trovarsi in una dimensione parallela. Tuttavia, il passaggio dal palco al nastro in Vol. II presenta delle ombre, soprattutto se paragonato a quanto è possibile ascoltare in Vol. I. Il mix risulta eccessivamente “secco”, privando le composizioni di quella furia viscerale che esplode dal vivo. È musica che non nasce per lo streaming, ma per l’impatto fisico; tentare di “inscatolare” un rito fatto di sudore e assurdità comporta inevitabilmente una perdita di botta dinamica. Ne viene penalizzata soprattutto la batteria che appare troppo compressa: peccato, considerando che il ruolo di Klek nel duo è quasi predominante a quello del chitarrista Khn (il cui lavoro di stratificazione e perizia pedalistica rimane impressionante ça va sans dir). Infatti è dietro le pelli che si nasconde il segreto dei cambi di direzione e intenzione delle composizioni, che evolvono spesso grazie alla scomposizione ritmica attuata. A tal proposito, anche dal punto di vista compositivo non tutto è perfetto. In alcuni passaggi, la sovrapposizione dei layer chitarristici appare meno ispirata (come nella seconda parte di “Sarniezz”, tra gli altri momenti), scivolando in un accatastamento di note che tende a stancare l’orecchio e probabilmente sul lato della sperimentazione melodica si poteva osare di più, soprattutto confrontando le composizioni dei canadesi con quanto fatto da altri loro colleghi amanti della musica orientaleggiante. Resta però un dubbio che brucia sotto la superficie, un tarlo che riguarda l’intero ecosistema weird contemporaneo: non è che stiamo scambiando la bizzarria per innovazione? Gli stessi Angine de Poitrine sono probabilmente i primi a essere consapevoli di abitare una bolla estetica di breve durata. Sanno bene che, senza la trovata scenica, il loro messaggio avrebbe faticato a bucare lo schermo. La loro vera sfida inizia ora: cosa avranno da dire di rilevante una volta che la bolla sarà esplosa? In un’epoca in cui per farsi notare sembra obbligatorio accordare la chitarra secondo i quarti di tono di un villaggio anatolico, il rischio è trasformare la sperimentazione in un nuovo, stucchevole canone estetico. Il vero test non sarà la prossima clip da milioni di click, ma la capacità di sopravvivere a loro stessi quando i costumi saranno impolverati. Se togliamo la maschera, rimane un corpo vivo che pulsa o solo un manichino costruito per l’algoritmo? La risposta non sta in questo disco, ma nella loro capacità di restare necessari anche quando non faranno più notizia. Però proviamo anche ad andare oltre questo discorso, rivolgendoci al “nostro” pubblico. Invece di arroccarsi su torri d’avorio a pontificare sui “veri” innovatori, sarebbe più utile trasformare questo fenomeno in una missione divulgativa. Se gli Angine de Poitrine hanno portato la parola “microtonale” a un pubblico che fino a ieri la ignorava, prendiamone il buono.
“Se ti sono piaciuti loro, prova ad ascoltare questi.”
Questa frase ha cambiato la vita musicale di molti. Non serve scandalizzarsi per il successo effimero dell’era streaming; serve tornare a essere comunità, comunicare, e ammettere che qualcuno è stato bravo e furbo nel veicolare contenuti di qualità. In mezzo alla massa che tra tre giorni dimenticherà i “buffi canadesi”, qualcuno potrebbe risvegliarsi con una fame nuova. Non ci pare che il duo canadese abbia mai avuto velleità di autoproclamarsi mega-innovatori o prendersi eccessivamente sul serio, tutt’altro. Qui valutiamo un progetto artistico per la sua integrità, soprattutto quando sfocia nel divertissement. Questo, chiaramente, al netto di gusti e priorità personali. Ma pare indubbio che non stiamo giustificando la spazzatura musicale precostruita (da chi della musica importa poco) da chi vuole ipocritamente avvicinare i giovani al mondo della musica suonata. Alla fine, le vagonate di visualizzazioni, il successo enorme – e probabilmente effimero, ma d’altronde è la musica ai tempi dello streaming, baby, se ti scandalizzi è solo un tuo problema – lo si alimenta, e cavalca (dai, parliamoci chiaro: scrivere di musica, avere un podcast, un canale Youtube, non è un’opera caritatevole, è cibo per l’ego, animaletto che ha sempre fame) ma fa parte dei giochi. Conosciamo tutti le regole. In queste settimane il progetto è stato sommerso da commenti “compostabili”: dai puristi che sostengono che Tizio e Caio suonano questa roba con una mano sola agli elitari che bollano i vestiti come ridicoli, dimenticando che la storia del rock è piena di maschere e cerone. Come direbbe Jep Gambardella ne La grande bellezza: non c’è più tempo per fare cose che non si ha voglia di fare. E ascoltare gli Angine de Poitrine, al di là di ogni sovrastruttura e al netto della precarietà del loro successo, è una di quelle cose che vale ancora la pena fare per sentirsi, almeno per un momento, beatamente liberi.
GOTR for peace, altro che board of peace.
(A cura di Alessandro Romeo e Andrea Pizzini, da giorni in preda a uno strano morbillo)
(Autoproduzione, 2026)
1. Fabienk
2. Mata Zyklek
3. Sarniezz
4. Utzp
5. Yor Zarad
6. Angor7.5 o 7.0 e pois


