
Gli Haggard Cat, duo di Nottingham, fanno ritorno sulle scene discografiche dopo qualche anno di silenzio; il loro terzo album in studio, THE PAIN THAT ORBITS LIFE, marca il debutto sotto l’egida della prestigiosa etichetta Church Road Records, e ci consegna una band decisamente in forma, pronta a recuperare il tempo perso e confermarsi così uno dei nomi di punta per il movimento noise e indie rock.
Matt Reynolds, chitarra e voce, e Tom Marsh, batteria e cori, riprendono un discorso bruscamente interrotto a causa della pandemia, avendo l’ardore di non adagiarsi oltremodo sugli allori passati, spingendo più in avanti la proposta musicale. Le fondamenta stilistiche restano quelle che abbiamo imparato ad apprezzare in oltre dieci anni di attività. Parliamo di un noise rock viscerale, fatto di spigoli vivi e impatti dolorosi contro muri solidissimi, dove le canzoni schizzano via come atomi impazziti. Eppure, la vera forza del disco sta nel controllo. Non si percepisce mai la sensazione di un caos fortuito o di un calderone riempito di elementi superflui. L’anima indie rock, fatta di rarefazioni, con largo uso di una malinconia notturna, con giochi di sottrazione, di terapie atte a dissipare dolori perpetui, concede alle nuove canzoni un sottile strato di leggerezza, termine ovviamente da prendere con le pinze quando si parla di loro. Perché sì, ci sono belle melodie, frangenti dove si canta assieme a Reynolds, ma va debitamente sottolineato un merito cruciale: gli Haggard Cat non cedono mai all’ammiccamento ruffiano. Evitano quella trappola commerciale in cui sono già cadute altre band della scena che, incapaci di sostenere il peso di un passato gravoso, hanno preferito allungare il brodo con mielosi cori da pop music di serie Z. Qui la produzione si fa invece stratificata, affilando il songwriting senza diluire l’impatto emotivo. Il ritorno discografico della band anglosassone mostra coerenza e una decisa dose di coraggio nel proporre due brani, molto lunghi rispetto alla media delle altre tracce, che mostrano possibili scenari futuri, invero molto interessanti. “APNOEA” è un connubio ben riuscito tra il progressive rock, quello rigoroso, e uno stoner lisergico, polveroso, addirittura cruento in alcuni passaggi. “ZION”, dieci minuti pieni zeppi di idee ed influenze, non sempre facilmente tangibili – e qui sta tutta la bravura di Reynolds e Marsh che suggeriscono, invitando ad unire i puntini – porta il disco a lambire i confini post-rock, doom, blues e hard rock.
Tutti questi piccoli ingredienti, sapientemente disseminati lungo la tracklist, fanno sì che THE PAIN THAT ORBITS LIFE non sia un semplice segno di vita. È un rintocco potentissimo che grida “Siamo tornati, più forti e incazzati che mai“. Grazie a scelte artistiche così ardimentose, l’album si trasforma da punto di ritorno ad affascinante trampolino di lancio per nuove esplorazioni. Bentornati, quindi. Ma anche ben arrivati. E, a giudicare dalle premesse, ci vediamo molto più avanti.
(Church Road Records, 2026)
1. I HATE IT HERE
2. SOAR
3. HALCYON
4. AFTERLOVE
5. APNOEA
6. NAILS
7. SUPPRESSOR
8. LANDSCAPES
9. WARPATH
10. ZION


