
Quando uscì UMMON degli SLIFT, in molti gridammo al miracolo. Era dai tempi dei primi Motorpsycho che in Europa non si vedeva una band così impattante nel panorama psych/prog rock. E non fummo certo in pochi ad accorgercene: la band francese venne messa sotto contratto dalla celeberrima Sub Pop e ottenne subito una distribuzione internazionale. Nel frattempo, io mi persi l’occasione di vederli dal vivo — dimensione che, dicono i bene informati, è assolutamente congeniale alla band. Senza troppe spiegazioni, infatti, cancellarono il concerto previsto a Torino al CAP 10100, e amen. Poi arrivò ILION, uscito proprio per l’etichetta di Seattle che aveva già pubblicato Nirvana e Soundgarden. Il risultato fu… strano. Ma soprattutto deludente. Un disco da ottanta minuti, pieno di idee — anzi, strapieno — in cui sembrava che i Nostri, passati dall’autoproduzione a uno studio super quotato, si fossero persi dietro effetti ed effettini, partorendo non un topolino ma un elefante. Un elefante però senza né capo né coda: ipertrofico, fuori fuoco, con spunti sì, ma confusi.
E così li si attendeva al varco per il nuovo album e… le attese, almeno per me, sono state deluse. In giro trovate recensioni strepitose, ma io proprio non riesco a farmelo piacere. Già la durata — meno di cinquanta minuti, per una band sempre stata ipertrofica — lascia perplessi. Ma soprattutto manca varietà. Ricordate i cori? Scordateli, qui non ci sono. Ricordate le due voci, una quasi urlata e incazzata e l’altra sognante? Bene: la seconda è sparita. Volendo vedere del positivo, qualcosa c’è. A tratti ricordano i gruppi dell’Amphetamine Reptile, con grandi muri di chitarre (coadiuvate qui da synth e tastiere) e ritmi tesi, a metà tra Tar e Janitor Joe. Ma se anche voi amavate la componente psych, qui ce n’è davvero poca. Cosa c’è anche di nuovo? Una sorta di minimalismo brutale, come se avessero deciso di togliere tutto ciò che non fosse strettamente necessario a far vibrare le ossa. Non aspettatevi i cori sognanti, le due voci che si rincorrono, le aperture melodiche improvvise. Qui c’è solo la voce principale, più ruvida, più stanca, più umana. È un disco che non consola: ti mette alla prova. Ti chiede di seguirlo in territori dove la psichedelia non è colore, ma pressione. In definitiva, questo nuovo album degli SLIFT è come quella lampada psichedelica comprata in un mercatino dell’usato: da lontano sembra fighissima, da vicino scopri che scalda troppo, fa un rumore strano e ogni tanto emette un odore che non sai bene se sia incenso o plastica bruciata. I fan più fedeli lo chiameranno “evoluzione”, i critici più indulgenti “ricerca sonora”, io personalmente lo definirei “il classico esperimento che nasce con buone intenzioni e finisce con il vicino che bussa per chiedere di abbassare il volume”, cosa che a me capita spesso.
Gli SLIFT restano una band che non ha paura di osare, e questo va riconosciuto. Ma a volte, forse, sarebbe bello osare un po’ meno e ricordarsi che anche i viaggi intergalattici hanno bisogno di una mappa, o almeno di un navigatore che non dica “ricalcolo percorso” ogni tre minuti. Detto ciò, se siete tra quelli che ascoltano i dischi per capire se la vostra cassa sinistra vibra più della destra, questo album è perfetto: vi farà tremare pure il comodino. Se invece cercate canzoni, melodie, strutture… beh, potete sempre dire che “non avete capito l’opera” e fare finta che sia colpa vostra. Funziona sempre, a me.
(Sub Pop Records, 2026)
1. Fantasia
2. Corrupted Sky
3. The Village
4. A Storm of Wings
5. Orbis Tertius
6. Waiting Man
7. The Day of Execution
8. Secret Mirror


