
VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
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Undertone di Ian Tuason (2025)
Ci sono diversi elementi che, in un film horror, contribuiscono a creare la giusta tensione. La fotografia è essenziale per costruire atmosfera, attraverso luci, ombre e ciò che viene mostrato — o nascosto — allo spettatore. Anche il montaggio, con i suoi tempi e le sue pause, ha un ruolo decisivo. Ma spesso il fattore più importante resta il sonoro, ancora oggi uno degli aspetti più sottovalutati del genere. Undertone, horror canadese diretto da Ian Tuason al suo esordio nel lungometraggio, fonda proprio su questo la sua forza. È un film che trasforma rumori, silenzi e frequenze disturbanti nella principale fonte di inquietudine. La storia è semplice ma funziona alla perfezione. Evy vive isolata in casa mentre si occupa della madre malata e catatonica. Nel frattempo porta avanti con un amico un podcast dedicato a misteri e fenomeni inspiegabili. Quando il ragazzo riceve una serie di anonimi file audio, i due iniziano ad ascoltarli sera dopo sera. Quello che sembra semplice materiale da analizzare si trasforma presto in qualcosa di molto più oscuro e minaccioso. Ed è qui che Undertone colpisce davvero. Scricchiolii lontani, bisbigli, voci soffocate, piccoli rumori nel silenzio: ogni dettaglio viene usato con precisione per mantenere costante la tensione. Il film evita quasi completamente i classici jump scare e i facili colpi di volume. Non cerca di spaventare con urla improvvise o porte che sbattono, ma preferisce insinuarsi lentamente nello spettatore. La paura cresce poco alla volta, scena dopo scena, rumore dopo rumore, fino a costruire una mitologia sinistra che accompagna il racconto fino ai titoli di coda. È un horror che punta più sulla suggestione che sullo shock immediato, ricordandoci quanto spesso sia l’immaginazione a generare il terrore più autentico. In scena, per gran parte del tempo, c’è quasi soltanto Nina Kiri, convincente nel sostenere il peso di una narrazione solitaria e opprimente. Ma il vero protagonista resta sempre il comparto sonoro: invisibile, onnipresente, capace di avvolgere chi guarda e metterlo a disagio con grande efficacia. Undertone non rivoluziona il genere, ma dimostra che con una regia intelligente e un uso sapiente del suono si può ancora realizzare un horror capace di fare paura davvero. Non è prevista, al momento, un uscita italiana ma nel mondo distribuisce A24 e sono sicuro che prima o poi questo horror arrivare anche dalle nostre parti. Segnatevi il titolo e rizzate le orecchie.
recensione di Carmelo Garraffo

The Virgin of the Quarry Lake di Laura Casabe (2025)
The Virgin of the Quarry Lake è uno di quei film horror che dimostrano come il genere possa ancora essere un terreno perfetto per raccontare l’adolescenza, il desiderio e tutto ciò che si muove nei territori più oscuri della crescita. Diretto dall’argentina Laura Casabé, il film prende spunto dal racconto La Virgen de la Tosquera di Mariana Enriquez e lo trasforma in un’opera sospesa tra coming of age, folk horror e dramma psicologico. Ambientato durante un’estate afosa nella periferia argentina dei primi anni Duemila, il film segue Natalia, adolescente inquieta che trascorre le giornate tra amicizie instabili, attrazioni non corrisposte e il senso di smarrimento tipico di quell’età in cui tutto sembra definitivo. Quando entra in scena Silvia, figura enigmatica legata a pratiche esoteriche e superstizioni locali, il racconto scivola progressivamente verso territori sempre più disturbanti, anche se, va detto, questa parte è davvero molto sottile e sembra rimanere più che altro sullo sfondo. La grande forza del film sta proprio nel modo in cui costruisce la tensione. Non punta su spaventi facili o effetti improvvisi, ma su un malessere costante che cresce lentament, tanto che per una buona parte del film, non sembra di assistere a un fil dell’orrore. Cosa che infatti non è in modo classico. Lavora davvero di sottobraccio tanto che, per gran parte della visione, mi sono chiesto se stessi guardando il film giusto. Ma l’orrore nasce dai silenzi, dagli sguardi, dalla gelosia, dai desideri repressi e dalla crudeltà inconsapevole dell’adolescenza. In questo senso, come dicevo, il soprannaturale non invade mai davvero la storia: sembra piuttosto emergere dalle emozioni dei personaggi. Laura Casabé dirige con sensibilità e controllo, sfruttando il caldo soffocante dell’ambientazione e una fotografia sporca e sensuale che restituisce perfettamente la sensazione di un’estate immobile pronta però a esplodere da un momento all’altro. Molto riuscito anche il ritratto dei personaggi femminili. The Virgin of the Quarry Lake parla di amicizia, rivalità, desiderio di essere viste e bisogno di cambiare il proprio destino. Temi universali che il film filtra attraverso un immaginario horror mai gratuito, sempre legato alle fragilità interiori delle protagoniste. Il risultato è un’opera affascinante, lenta ma magnetica, che richiede pazienza e disponibilità a lasciarsi trascinare nella sua atmosfera. Non è un horror tradizionale e non cerca di esserlo: preferisce insinuarsi sottopelle, lasciando addosso un senso di inquietudine che dura anche dopo i titoli di coda. The Virgin of the Quarry Lake è un film che usa il genere per parlare di ferite reali, e lo fa con personalità, eleganza e una notevole forza evocativa. Un horror diverso dal solito, capace di colpire più con le emozioni che con gli spaventi. Purtroppo, anche in questo caso, al momento non è prevista un uscita italiana ma questo anche perché noi vi consigliamo i film prima di tutti, quando possiamo, così da farvi trovare pronti. In alcuni paesi europei è uscito all’inizio dell’anno ed essendo stato molto apprezzato nei festival sono sicuro che prima o poi comparirà da qualche parte, che sia la piattaforma MUBI o altro.
recensione di Carmelo Garraffo
Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller (2026)
Il cinema ci ha sempre fornito parecchie prospettive e spunti di riflessione sulla questione della vita extraterrestre. Se ci fossero gli alieni là fuori, vorrebbero davvero venire qui? Potrebbero davvero essere peggiori dell’umanità stessa? O migliori? O completamente inclassificabili? Project Hail Mary trova inizialmente alcune prospettive interessanti sull’argomento. Il dottor Ryan Gosling si ridesta da un sonno profondo a bordo di una navicella spaziale, apprende rapidamente di essere l’unico sopravvissuto dell’equipaggio e scopre di essere in missione di sola andata verso una stella lontana per impedire a dei microrganismi alieni di mangiarsi il nostro sole. Mentre la navicella si avvicina a destinazione, si imbatte in un’astronave pilotata da un alieno fatto di roccia che sembra un incrocio tra Wall-E e La Cosa dei Fantastici 4, il quale condivide con il nostro uomo la stessa missione. Sviluppano un sistema di comunicazione basato sull’ecolocalizzazione per dirsi cose prevedibili e poco interessanti mentre legano, cercano di scoprire come fermare l’organismo e salvare i rispettivi pianeti. Flashback del tempo trascorso da Grace sulla Terra rivelano alcuni dettagli della missione. Basato su un romanzo di Andy Weir (che non ho letto), Christopher Miller e Phil Lord tentano di incapsulare nuovamente la magia cinematografica di un altro adattamento di Weir, The Martian. Gosling svolge un buon lavoro nel ruolo principale ma si trova talmente in comfort zone che va di pilota automatico, un problema che si acuisce con il procedere della narrazione. C’è un innato senso di tristezza nella vita del protagonista ma Lord e Miller rifiutano di permettere a Gosling di lavorarci su, limitando l’impatto a una performance funzionale ma di fatto dimenticabile. Project Hail Mary è un film bellissimo da guardare. Gli effetti speciali sono di prim’ordine e lo spazio fisico della nave assolutamente credibile, ma rimane difficile scrollarsi di dosso l’idea che manchi qualcosa. In primo luogo, il film soffre di prevedibilità e un’intensa mancanza di suspense, appesantito da un’autonomia folle di 156 minuti che non gioca a favore di una storia che in realtà non ha nulla di originale da dire. Miller e Lord non sembrano mai preoccuparsi del fatto che l’uomo sia essenzialmente un personaggio monodimensionale, i cui flashback suggeriscono qualcosa di più sostanziale che non arriva mai veramente. Ci sono alcuni aspetti interessanti legati alla natura della memoria che non vengono esplorati in alcun modo significativo. L’umanità è arrivata nello spazio spinta dall’ambizione ma questo film non ne ha alcuna; si accontenta semplicemente di spuntare le caselle di ciò che pensa le persone si aspettino da una narrativa di fantascienza. Il fatto che questi consumati professionisti non abbiano nulla di interessante da dire in qualche modo non sminuisce completamente questo lavoro, ma non si può non riconoscere che si tratti di un esercizio tanto competente quanto deludente. La fantascienza nella sua forma migliore tende a evocare un sentimento di stupore e meraviglia. È difficile rimanere stupefatti da qualcosa quando la narrazione non offre molto di nuovo su cui affondare i denti oltre a evocare lavori precedenti e migliori. Project Hail Mary è una mezza occasione mancata, un film potenzialmente grandioso ma privo di ambizione, a tratti anche piacevole, ma niente per cui valga davvero la pena salvare l’umanità.
recensione di Emiliano Zambon
Heel di Jan Komasa (2025)
Con una durata sovradimensionata di 110 minuti, Heel comincia trascinandosi in un primo tempo lento e piuttosto ripetitivo. Dopo l’impostazione iniziale, c’è poco dinamismo sostanziale in una narrazione in cui ogni scena si svolge in modo piuttosto simile. L’apparente vittima, prigioniero nella cantina di una strana famiglia che lo ha rapito, urla e sbraita insulti mentre cerca di resistere ai maltrattamenti del suo apparente aguzzino che trova continuamente nuovi modi per disciplinare il ragazzo nel tentativo di correggere la sua indole violenta. Non ci vuole molto per notare l’immutabile struttura del tutto, che immerge lo spettatore nella tortuosa monotonia della vittima, finendo rapidamente per stancare. Man mano che il film procede tuttavia le cose si fanno più interessanti. Passo dopo passo, ci rende partecipi dei modi in cui il ragazzo finalmente è spinto a riflettere sui suoi comportamenti e come, forse, stia effettivamente cambiando. Il merito va anche alla straordinaria prova di Anson Boon nel ruolo principale, abilmente in grado di trasmettere le sottili trasformazioni nella psiche del ragazzo, mantenendo con intelligenza la distanza sufficiente tra il suo personaggio e il pubblico per sollevare dubbi sul fatto che tale cambiamento sia genuino o meno. La controparte di Boon, Stephen Graham, d’altro canto, non è da meno. Fresco vincitore di Emmy e Golden Globe per la straordinaria interpretazione in Adolescent, crea qui un antagonista affascinante e complesso. Tradizionalmente, in un film come questo, un personaggio così sarebbe un bersaglio facile per il pubblico, ma Graham lo interpreta in modo così sfumato e doloroso da suscitare empatia anche se le sue azioni vanno contro la nostra bussola morale. Come Boon, Graham ritrae brillantemente l’evoluzione costante e organica del suo personaggio garantendo che i cambiamenti nei suoi comportamenti e nelle sue motivazioni non sembrino mai insinceri o forzati. Grazie a loro, Heel rimane per lo più imprevedibile. La vittima sta sviluppando una specie di sindrome di Stoccolma? Sta fingendo come mezzo per fuggire? Un passo falso, tuttavia, è rappresentato dalla gestione di un personaggio secondario e di una sottotrama piuttosto invasiva. L’entry point nella storia avviene attraverso gli occhi di una giovane donna emigrata dall’Europa dell’est senza documenti. Viene impiegata come donna delle pulizie dai rapitori del ragazzo ma a causa della sua condizione di clandestina non può informare le autorità dell’uomo rapito e incatenato nel seminterrato. Inizialmente tutti gli indizi suggeriscono che la storia avrebbe seguito la prospettiva della ragazza ma, stranamente, il personaggio viene accantonato. Una sottotrama che coinvolge il suo passato che torna a perseguitarla aggiunge un po’ di tensione al terzo atto, anche se alla fine risulta totalmente inadatta al tiro alla fune psicologico tra il ragazzo e i suoi aguzzini. procedendo verso la conclusione il film si scorda completamente di lei e viene lasciata indietro, sollevando ancora più perplessità sulla sua inclusione in primo luogo e su cosa, se non altro, avrebbe aggiunto al film. Heel tutto sommato riesce a evitare di farsi appesantire da questo problema mentre converge verso una conclusione audace e sovversiva, una nota finale potente che avrebbe potuto facilmente andare storta nel colpire la corda emotiva sbagliata, e invece funziona benissimo. Con un primo tempo ripetitivo e una coppia di personaggi principali piuttosto odiosi, il film di Komasa potrebbe mettere alla prova la pazienza di qualcuno, ma sembra essere proprio questa l’intenzione del regista. Il suo film intende provocare, spingere la nostra capacità di empatia ai suoi limiti e farci valutare attentamente i meriti e le insidie della redenzione. Avere dei protagonisti stronzi è sempre una scelta rischiosa, ma in questo film funziona grazie alla complessità e alle sfumature dell’impeccabile lavoro sui personaggi.
recensione di Emiliano Zambon

Ready Or Not 2: Here I Come di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (2026)
Tra tutti i film con del potenziale per un sequel, Ready or Not non era certamente il mio primo della lista, principalmente per la sua natura di horror comedy asciutta e dritta al punto con un finale piuttosto netto senza troppe indicazioni da seguire. Ready or Not 2 raddoppia gli ingredienti, dalle ampie aggiunte alla lore, una potenziale posta in gioco apocalittica e, naturalmente, secchiate di sangue. Il risultato è un’esperienza abbastanza divertente che per lo più sembra una cover del capitolo precedente. I Radio Silence hanno dimostrato più volte di saper girare buone sequenze horror, e qui non fanno eccezione. Tuttavia, la tortuosità di uno script che si affanna ad approfondire le regole del gioco azzoppa il ritmo piuttosto che aiutarlo, lasciando elementi chiave come il legame centrale tra le due protagoniste più crudi di quanto dovrebbero. Il worldbuilding sulle origini del culto che abbiamo trovato nel primo film è certamente un’idea valida a cui attingere (forse anche l’unica) e c’è una serie completamente nuova di regole su cosa puoi usare per cacciare, chi non puoi cacciare e una nuova galleria di ricchi stronzi composti da un cast di facce azzeccatissime pronti a finire per lo più ridotti in mille pezzi. Il problema è che puoi stiracchiare un concept così semplice fino a un certo punto prima che si spezzi, prima che sembri fondamentalmente una ripetizione stanca e pretestuosa, un esempio perfetto in cui più grande non è sempre migliore. Le nuove regole e i nuovi personaggi si perdono in una sovrabbondanza espositiva e in una storia che è più o meno la stessa del primo. C’è pochissimo spazio per vere nuove idee, nonostante vogliano farci credere il contrario. Ready or Not 2: Here I Come piacerà ai fan dell’horror che si accontenteranno di qualche litro di sangue in più e di vedere quanto lontano si può davvero spingere una partita a nascondino, ma i suoi tentativi di dilatare ciò che nel primo funzionava così bene ed era così ben dosato, finiscono per rivelarsi più convoluti che inventivi. Il cast fa un buon lavoro e Radio Silence si dimostrano ancora dei solidi intrattenitori all’interno della cornice del genere, peccato dunque la monotonia dello script e le idee poco cotte rendano questo sequel ben confezionato e a tratti divertente, ma in gran parte dimenticabile.
recensione di Emiliano Zambon
Ti Uccideranno di Kiril Sokolov (2026)
Ti uccideranno , nuovo film diretto da Kirill Sokolov, è una commedia horror che punta tutto sull’energia, sul ritmo e su un gusto volutamente eccessivo per la violenza. Più che un horror puro, di quelli che creano spaventi, parliamo di una commedia horror a tinte action (molto action) dove il regista sceglie la strada del caos controllato: sangue, ironia nera, sparatorie, combattimenti e personaggi sopra le righe. A guidare il cast troviamo una sempre magnetica Zazie Beetz, affiancata da nomi come Tom “Malfoy” Felton, Patricia Arquette, Heather “Con-la-nuova-faccia-quasi-non-la-riconoscevo” Graham e Myha’la. L’incipit funziona molto bene e promette parecchio. Una giovane donna in cerca di lavoro accetta un impiego come domestica all’interno di un lussuoso hotel newyorkese, il The Virgil. Ma ben presto l’edificio si rivela una trappola verticale fatta di sparizioni, stanze proibite, segreti occultisti e abitanti tutt’altro che rassicuranti. Da quel momento il film si trasforma in una lunga fuga (con salvataggio) per la sopravvivenza tra corridoi, ascensori e appartamenti che diventano veri e propri campi di battaglia. Ci sono evidenti debiti nei confronti del cinema di Quentin Tarantino: dialoghi taglienti, violenza usata in chiave spettacolare, personaggi grotteschi e improvvise esplosioni di follia. Ma nelle scene di lotta e nella costruzione degli spazi chiusi emerge anche un’altra anima: sembra quasi di vedere The Raid se fosse girato da Sam Raimi. Il risultato è un mix di botte furiose, invenzioni slapstick, movimenti di macchina frenetici e un gusto cartoonesco che rende molte sequenze sinceramente divertenti. Sokolov dimostra di saper orchestrare il caos visivo e di avere un buon senso del tempo comico. Alcune scene funzionano proprio perché riescono a bilanciare tensione e assurdo, con una regia che non ha paura di spingersi oltre il buon gusto. Quando il film corre, diverte davvero. Il limite principale arriva però nella seconda metà. Dopo un avvio così promettente, Ti uccideranno tende un po’ a girare su sé stesso. Le sorprese si riducono, alcune dinamiche si ripetono e la sceneggiatura non trova quell’idea in più necessaria per alzare davvero il livello, nonostante contenga SATANA. Più che reinventare qualcosa, il film assembla bene influenze note senza riuscire a trasformarle in qualcosa di memorabile. Rimane piacevole, spesso trascinante, ma lascia la sensazione di un’occasione sfruttata solo a metà. A farlo restare in piedi fino alla fine è soprattutto Zazie Beetz. Carismatica, ironica e credibile anche nei momenti più fisici, riesce a dare umanità e personalità a una protagonista che sulla carta rischiava di essere soltanto l’ennesima final girl contemporanea. Ha presenza scenica, tempi comici perfetti e l’energia giusta per reggere un film così movimentato. Se Ti uccideranno intrattiene anche quando perde mordente, gran parte del merito è suo. E io aspettavo un suo film da protagonista da quando la vidi nella serie ATLANTA (mai vista? e allora recuperate!). In definitiva, una commedia horror action riuscita a metà: molto divertente, visivamente esuberante e con un inizio davvero forte, ma meno incisiva quando arriva il momento di sorprendere davvero. Non reinventa nulla, però sa come far passare bene il tempo. E con una protagonista così, non è poco.`
recensione di Carmelo Garraffo


