
Devo essere onesto: la prima volta che ho letto di questo nuovo super progetto dove Napalm Death e Melvins hanno deciso di unire le forze e pubblicare un disco sotto il nome di Melvins with Napalm Death, ho storto un po’ il naso. Non fraintendetemi: adoro entrambi i gruppi, ho tutti i loro album, e li ho visti molte volte dal vivo (i Napalm Death, oltre ad essere uno dei gruppi della vita, sono anche il gruppo che ho visto più volte in assoluto in sede live). Inoltre, dato che sono entrambi i padri e padrini di certe sonorità, possono fare quello che vogliono e noi non abbiamo nessuna ragione di lamentarci. Eppure, quando ho letto di questa nuova creatura, non ero convinto… Il motivo è presto detto. Nonostante i due abbiano dei punti in comune, la loro musica è stilisticamente molto diversa, e quindi ho subito pensato che un mix dei due potrebbe risultare come l’unione tra due cugini di primo grado: interessante dal punto di vista scientifico, ma il risultato finale potrebbe fare abbastanza ribrezzo. Avevo ragione? Let’s find out (come recita il maestro). La cosa bella di questo progetto è che entrambi i gruppi non hanno bisogno di presentazioni: i Napalm Death sono in giro dal 1981, ed hanno inventato un genere. I Melvins sono invece all’attivo dal 1983, e hanno inventato un modo di suonare tutto loro che nessuno è stato ancora in grado di copiare (tra l’altro, se non l’avete mai fatto, non perdeteli dal vivo perché sono pure meglio). Per quanto riguarda le rispettive line-up, in questo “supergruppo”, i Melvins sono rappresentati da Buzz Osborne e Dale Crover (che è poi la formazione dei Melvins, dato che il bassista cambia tutte le volte), mentre dei Napalm Death troviamo Mark “Barney” Greenway (alle urla), Shane Embury (al basso) e John Cooke (che da anni ormai è il chitarrista fisso della sessione live dei Nostri).
Questa non è la prima volta che le due band interagiscono, dato che nel 2016, e poi di nuovo nel 2025, hanno girato il mondo insieme in un tour chiamato Savage Imperial Death March Tour, e non a caso, questo disco è intitolato esattamente Savage Imperial Death March. Entrambi i gruppi poi non sono nuovi a progetti paralleli, strane collaborazioni ed immersioni in generi non proprio loro, e ci sono talmente tanti esempi che non farei tempo a scriverli tutti, quindi se non conoscete, prendetevi mezza giornata e chiedete a Google. Come potete immaginare, la’lbum è un caleidoscopio di suoni, rumori, riff e grida. Non chiedetemi che genere facciano, perché la risposta potrebbe essere “tutti” o “nessuno”. Io stesso ero molto titubante all’inizio, ma anche molto curioso. Il mio problema principale, come dicevo all’inizio, era che non sapevo cosa aspettarmi data la grande differenza di stile e genere tra le due band, e soprattutto avevo paura di come la voce di Barney potesse suonare nel prodotto finale. Devo ammettere che ai primi ascolti ho infatti fatto un po’ di fatica ad accettare la voce di Barney sopra i riff di Buzz, perché sembra quasi che i due elementi cozzino uno contro l’altro. Ma una volta fatto pace con questo concetto, il resto è tutto in discesa, e devo dire che la formula con doppia voce, quella pazza di Buzz, e l’urlo/marchio di fabbrica di Barney funziona bene, risultando molto accattivante. Anzi, più si ascolta il disco, più si capisce che la voce di Barney non stona affatto, e suona come degli squarci di violenza su un tappeto di musica ipnotica, il che rende il tutto molto interessante. Come i Melvins ci hanno abituati nella loro smisurata discografia, i riff belli ci sono, ma sono diluiti in tempi ipnotici, e arrivano strisciando, quando uno non se lo aspetta. In Savage Imperial Death March dovete avere pazienza e lasciare che la musica si prenda il suo tempo. E se riuscite a trovarla questa pazienza, ecco quindi che riff belli rocciosi e accattivanti, e con qualche (molta!) contaminazione elettronica, iniziano a farsi notare, creando brani quasi perfetti, come ad esempio la bellissima (e lunga) “Some Kind Of Antichrist”, ma anche la lenta e malata “Rip The God”. In altre canzoni invece, sembra di ascoltare i Napalm Death nei loro album più “sperimentali” (e mi viene in mente il tanto odiato Diatribes), ma con meno distorsione, come ad esempio l’apripista “Tossing Coins Into The Fountain Of Fuck”. In molte tracce, infine, si sente l’influenza pesantissima di un amico importantissimo che le due band hanno in comune, vale a dire Mike Patton. Alcune canzoni sembrano infatti uscite da un disco dei Fantômas o dei Mr. Bungle, come ad esempio ”Awful Handwriting”, oppure la stranissima “Comparison Is The Thief Of Joy”, oppure con un suono tipicamente alla Tomahawk (giusto per rimanere in tema Patton) come in “Stealing Horses”.
In conclusione, Savage Imperial Death March non è un album di facile approccio, va ascoltato molte volte e di certo non mentre si fa dell’altro. Un disco che forse potrà essere apprezzato veramente solo da chi segue entrambi i gruppi da molto tempo e sa esattamente il potenziale dei due, ma soprattutto è un disco per gente che ha la mente aperta e non ha paura. Un’ultima nota: Savage Imperial Death March è un lavoro al quale è difficile dare un voto, e quindi il numerino a fine recensione è per lo più un’indicazione. Ascoltatelo, e tirate voi le somme.
(Ipecac Recording, 2026)
1. Tossing Coins Into The Fountain Of Fuck
2. Some Kind Of Antichrist
3. Awful Handwriting
4. Nine Days Of Rain
5. Rip The God
6. Stealing Horses
7. Comparison Is The Thief Of Joy
8. Death Hour


