
I Matador sono una band identificata come post‑metal, nata come progetto solista del mastermind James Kirk (attuale chitarra e voce) nel 2019 e oggi attiva come trio con la partecipazione del basso di Mark Ainsworth e della batteria di Scott Stronach. Il progetto ha avuto origine a Vancouver, Canada, per poi stabilirsi definitivamente a Brighton, Regno Unito, dove la band è attualmente basata. Il nuovo album dei Nostri esce ora con la prestigiosa Church Road Records e, come vedremo poco più avanti, l’etichetta post-metal cucita sul petto della band nella prima battuta di questa recensione, sebbene funzionale a capire in che territori ci muoviamo, è più che riduttiva.
Scendendo nei dettagli di Above, Below and So, quello che si presenta è un prodotto stratificato, che si spinge con uguale determinazione, da una parte, verso l’asfissia sonora e, dall’altra, verso la ricerca di un impatto emotivo dirompente. I Nostri, per loro stessa ammissione, intendono sviluppare una dimensione fortemente cinematica, puntando su una costruzione dei brani lenta, che accumula tensione e la rilascia nelle sezioni finali. In quest’ottica, l’etichetta del semplice post-metal ci risulta un po’ stretta. Tra gli ulteriori elementi che individuiamo ci sono infatti anche riff doom lenti e profondamente saturi, lunghe sezioni strumentali più sospese di stampo post-rock e, infine, quella ciclicità e quella sensazione di movimento lento ma costante propria dello stoner. Il doom, in Above, Below and So, è la spina dorsale emotiva dell’album. I riff non sono funzionali alla creazione del groove, prassi del doom più “classico”, ma sono utilizzati per la creazione e il mantenimento di una pressione emotiva costante, di una sensazione di oppressione e ineluttabilità. Parliamo di un doom vicino a Yob e Pallbearer, ripulito dell’elemento melodico per conferire una sensazione di pesantezza psicologica da cui è difficile ridestarsi. Passando al post-rock, questo entra in gioco quando i Matador sospendono la pesantezza, creano attese e costruiscono movimenti ascendenti graduali e dall’incedere lento ma costante. A differenza del post-rock classico, però, la tensione non si risolve mai completamente e l’esplosione finale è spesso oscura e in qualche modo malevola. Lo stoner è infine meno evidente, ma lo riscontriamo in una certa fisicità del suono, conferita dall’eccellente basso di Ainsworth, che sembra suonare “insieme” al riff e non “sotto” allo stesso. È un basso che trascina, non che accompagna, e rafforza, lui sì, il groove. Infine abbiamo l’elemento vocale, secondario per presenza complessiva nell’album, ma forse elemento più particolare dello stesso: il cantato di Kirk è di stampo quasi post-hardcore, con un’alternanza tra sezioni più pulite e altre dalla visceralità spinta al limite. Alla luce di questo resoconto, sembrerebbe di stare ascoltando un semi-capolavoro, eppure qualcosa non torna. E quel qualcosa è la similitudine fin troppo esasperata tra i singoli brani, che sono costruiti esattamente nella stessa maniera: un’introduzione dal carattere lento e sospeso, un accumulo di tensione progressiva, un climax ascendente e, infine, una lenta dissoluzione. I Nostri raramente – quasi mai – cambiano ambiente, rimanendo ancorati a una zona di comfort in cui stanno decisamente bene, ma che a lungo andare fa emergere una certa ripetitività della proposta. Da una parte elogiamo la coerenza di cui il disco è senz’altro pregno, ma dall’altra lamentiamo l’assenza di un punto di rottura, di un cambio di direzione in grado di farci girare la testa.
In definitiva, i Matador sono oggi giustamente considerati una delle band emergenti più solide del panorama post‑metal atmosferico europeo, capaci di unire l’approccio nordamericano con la sensibilità oscura e colta della scena britannica. Above, Below and So mescola con sapienza ed esperienza stoner, doom, post-rock/metal e aggiunge un cantato abrasivo di derivazione post-hardcore, arrivando a confezionare un prodotto caratterizzato da un’intrinseca coerenza che risulta tuttavia, in quanto fin troppo esasperata, il suo unico punto di vera debolezza. Promossi a pienissimi voti, ma l’ingresso nell’Olimpo è rimandato.
(Church Road Records, 2026)
1. The House Always Wins
2. Glitter Skin
3. The Flood
4. O Suna
5. A Virus
6. Hooks


