
Quando si parla di Soen si parla di una band che in pochi anni di vita – si sono formati a metà 2010 per opera di Martin Lopez (batterista, ma soprattutto songwriter, di origini uruguaiane che ha legato i suoi trascorsi con i poderosi Amon Amarth e i raffinati Opeth, nel loro arco creativo più luminoso) e Mister Prezzemolino Steve Di Giorgio (superstar del basso che ha suonato praticamente con la qualsiasi, uscito dalla band dopo il primo album) – e una manciata di dischi, ha ridefinito più volte il suo stile, arrivando ad avere una propria cifra stilistica nella seconda parte della carriera. Se nei primi due album l’impronta Opethiana era ben evidente, rimestata in maniera netta con le ritmiche e le atmosfere sincopatiche e malaticce dei Tool di inizio carriera, ecco che gli ingressi in formazione di Lars Åhlund (2014), tastierista dotato di un gusto sopraffino per quanto concerne melodie e arrangiamenti, e del chitarrista Cody Lee Ford (quattro anni più tardi) hanno permesso alla band svedese di girovagare tra progressive metal – mai troppo cervellotico e masturbatorio – e alternative metal, con Lykaia e Lotus da molti indicati come l’apice artistico dei Nostri. Dal 2021 in poi – anno di pubblicazione di Imperial, seguito nel 2023 da Memorial – i Soen hanno raggiunto un proprio equilibrio, andando a cristallizzare un sound riconoscibile fin dalla primissime note; il nuovo disco Reliance conferma l’adagio “non c’è due senza tre”.
Un lavoro scritto con maestria, assoluta padronanza della forma canzone, ben bilanciato tra momenti legati all’incisività metal e ariose concessioni al pop, quello colto e patinato, con una produzione che riesce a rimarcare tutto quello che di buono, e ce n’è tanto in questi 43 minuti. “Primal” apre le danze con quelle movenze a noi care, conosciute, una traccia perfettamente inserita nel filone dei grandi classici della band. Inizia subito lo show di Joel Ekelöf, cantante fortemente identitario con quel timbro roccioso e sensuale, il quale va a impreziosire il brano con uno dei tanti chorus che definire preciso e chirurgico può sembrare quasi un’offesa. Stesse sensazioni le ritroviamo in “Axis”, una versione più rockeggiante dell’opener appena citata, in “Mercenary”, solido midtempo con break parlato e finale in crescendo con Ekelöf supportato nei cori da Ford e Åhlund, e in “Discordia”, traccia con reminiscenze alternative e scariche elettriche di sapore djent. I Soen si dimostrano in ottima forma, in totale controllo, anche con brani “””deboli””” come “Huntress”, un album fotografico di tutti i dettami della calligrafia musicale di Lopez e soci, e “Unbound”, una sorta di mash up tra la sverniciata rock di “Axis” e la quota comfort della canzone di cui poco sopra. Sul finale (nonostante) “Drifter”, di facile lettura e, spiace dirlo, quasi col pilota automatico, e “Draconian” che invece cura maggiormente le melodie e le trame chitarristiche, si aggiungono al bollettino favorevole di questo settimo album in studio, che vede la power ballad “Indifferent” come punto più alto: una carezza dolcissima a pulire le nostre lacrime, con Joel Ekelöf, Cody Lee Ford e Lars Åhlund che, non paghi di averlo fatto praticamente in ogni singola canzone, prendono il nostro cuore e ne fanno brandelli, spargendoli poi nel vento della notte, l’ultima a noi concessa, e mai morte sarà stata più lieve.
Martin Lopez anni fa ha iniziato un percorso, cambiando direzione, senza mai cadere o perdere l’orientamento; il focus è stato sempre chiarissimo, ossia quello di comporre grande musica, emozionale, profonda, evocativa. Mai un disco brutto o trascurabile. Piuttosto, direi dischi che in più di un’occasione hanno raggiunto livelli altissimi. Reliance è, nel corso intrapreso dal 2021, un gran lavoro. Musica “semplice”, se vogliamo, costruita attorno ad un’idea, sulla quale si è lavorato di cesello. Soen, artigiani dell’anima.
(Silver Lining, 2026)
1. Primal
2. Mercenary
3. Discordia
4. Axis
5. Huntress
6. Unbound
7. Indifferent
8. Drifter
9. Draconian
10. Vellichor


