
VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
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Mother Mary di David Lowery (2026)
La maggior parte del pubblico — me compreso — ha scoperto David Lowery grazie a quel piccolo gioiello che era A Ghost Story (2017), salvo poi quasi dimenticarsene negli anni successivi. In pochi hanno seguito davvero la sua filmografia recente. Io stesso, oltre a quello, avevo visto soltanto The Green Knight, ottimo fantasy arturiano che avrebbe meritato molta più attenzione di quella ricevuta. Per il resto, Lowery ha continuato a muoversi tra produzioni più “commerciali” e opere decisamente più autoriali, delineando una carriera fatta di continui salti tra due mondi molto diversi. Mother Mary si inserisce chiaramente nel secondo filone. È un film sperimentale nei toni, nell’estetica e soprattutto nella struttura. Quando vidi il primo trailer mi ero costruito in testa un’idea completamente diversa di ciò che sarebbe stato il film. Pensavo a qualcosa di più visionario, più legato all’immaginario musicale e pop che prometteva la promozione. Invece, una volta iniziato, ho capito che il cuore del racconto era altrove. Per gran parte della sua durata, Mother Mary è semplicemente un lungo confronto tra le sue due protagoniste. Un dialogo continuo sul loro passato, sulle ferite mai risolte e sul modo in cui quelle ferite stanno inevitabilmente definendo il loro futuro. Il film si svolge quasi interamente in una sola location, intervallata da flashback che spaziano dai concerti della protagonista — ormai diventata una popstar gigantesca — fino ai momenti più fragili e dolorosi della loro vita. La storia segue Mother Mary, cantante di fama mondiale che richiama chiaramente figure alla Lady Gaga, la quale torna dalla sua ex amica Sam per chiederle di disegnare il vestito del suo comeback artistico. Sam è l’unica persona capace di comprenderla davvero e da questo incontro nasce una lunga serie di conversazioni che dovrebbero progressivamente svelarci cosa sia accaduto tra loro e perché entrambe abbiano ancora bisogno di chiarirsi. Il problema è che, tolta la confezione, il film ha davvero poco da raccontare. E questo diventa un limite enorme quando scegli di costruire quasi due ore di cinema attorno ai dialoghi. Non basta una regia elegante, né bastano i continui ammiccamenti a diversi immaginari — dal mondo del pop fino alla sensibilità queer, passando per suggestioni horror e un certo femminismo cinematografico — a dare profondità a una storia che, alla fine, sembra incredibilmente vuota. I dialoghi girano continuamente attorno agli stessi concetti, ripetendoli più e più volte nel tentativo di attribuire un peso drammatico a qualcosa che quel peso non riesce mai davvero ad averlo. Ridotta all’osso, la trama è quasi banale: due amiche si allontanano perché una diventa una superstar e l’altra resta inevitabilmente schiacciata da quella trasformazione. Il film però continua a comportarsi come se sotto ci fosse molto di più, come se stesse raccontando qualcosa di enorme, complesso, devastante. Ma alla fine quel “qualcosa” non arriva mai. E in un film costruito quasi esclusivamente sul confronto tra due personaggi chiusi in una stanza, la scrittura dovrebbe essere tutto. Qui, almeno per me, non è abbastanza. Anzi: è proprio il punto in cui il film crolla. Un esercizio di stile fine a se stesso che purtroppo lascia molto meno di quello che promette.
P.S. Dopo l’uscita del film, un duo musicale femminile chiamato proprio “Mother Mary” ha criticato apertamente il progetto, sostenendo che non solo il nome fosse stato preso dal loro immaginario, ma anche buona parte dell’estetica e del sound associati alla protagonista del film. E, a dire il vero, le somiglianze sono parecchio evidenti.
recensione di Carmelo Garraffo
Faces od Death di Daniel Goldhaber (2026)
Voi ve lo ricordate davvero l’originale Faces of Death? Nemmeno io. Eppure, a quanto pare, è uno di quei titoli diventati culto all’interno del sottobosco dei Mondo Movie, quel filone di pseudo-documentari morbosi che giocavano continuamente sull’ambiguità tra realtà e finzione. In pratica: horror e splatter spacciati per veri, un po’ come accadeva con i finti snuff movie. Faces of Death era esattamente questo: una raccolta di morti, omicidi e immagini disturbanti assemblate in modo da sembrare autentiche. Non l’ho mai visto e sinceramente non sento il bisogno di recuperarlo, ma per molti resta ancora oggi un piccolo cult underground. Quindi viene spontaneo chiedersi: perché rifarlo? In teoria, l’idea non è nemmeno sbagliata. Anzi, forse avrebbe più senso rifare film mediocri o imperfetti piuttosto che continuare a toccare capolavori intoccabili. Se prendi un concept interessante e lo migliori con una nuova sensibilità, nuovi mezzi e una scrittura più solida, potresti ottenere qualcosa di davvero valido. Peccato che non sia questo il caso. Perché questo nuovo Faces of Death non è davvero un remake. E forse non è nemmeno un sequel. È più una specie di reinterpretazione meta che usa il nome dell’originale per costruirci attorno una storia completamente diversa. La protagonista è Margot Romero — sì, “Romero”, occhiolino occhiolino — una ragazza che lavora come moderatrice di contenuti online. Uno di quei lavori infernali dove passi le giornate a guardare video segnalati dagli utenti decidendo, nel giro di pochi secondi, cosa lasciare online e cosa bloccare. Un mestiere capace di distruggerti mentalmente in mezza giornata. Lei però è completamente anestetizzata, quasi cinica, almeno fino a quando non inizia a imbattersi in una serie di video estremamente violenti che sembrano ricreare alcune delle scene più famose di Faces of Death. La sentita la voce in lontananza che urla “METAAA!”. Margot segnala la cosa, ovviamente nessuno le crede, e da lì in poi si ritroverà costretta a indagare da sola. Una premessa che, lo ammetto, inizialmente mi aveva quasi convinto. E dico “quasi” perché io partivo già prevenutissimo. Il primo motivo era la travagliata produzione del film. Faces of Death era pronto da anni e prodotto da Lionsgate, ma a quanto pare la stessa casa di produzione, dopo aver visto il risultato finale, non sapeva minimamente che farsene. In rete si trovano dichiarazioni contrastanti: da una parte c’era chi sosteneva che il film fosse semplicemente brutto, dall’altra i creatori parlavano di problemi legati all’estrema violenza del contenuto. Personalmente? Se devo scegliere, credo molto di più alla prima versione. Il secondo motivo era la presenza di Barbie Ferreira come protagonista. Ma lì ammetto che entriamo nel territorio della pura antipatia personale, quindi sorvoliamo. Fatto sta che, dopo anni nel limbo, il film viene recuperato da Shudder e finalmente distribuito. Ovviamente non in Italia, almeno per ora. E sapete una cosa? Per i primi minuti ero quasi pronto a rimangiarmi tutto. L’inizio funziona. La regia tiene, il sangue non manca e l’atmosfera è anche discretamente efficace. Pensavo davvero di essermi sbagliato. Poi però il film inizia a sabotarsi da solo. Guardo cinema di genere da anni e credo che l’horror moderno sia ormai abbastanza maturo da non avere più bisogno di certi espedienti narrativi pigri e irritanti. Capisco benissimo che una sceneggiatura debba portare la storia da un punto A a un punto B, ma proprio perché stiamo parlando di un film scritto, quando senti la mano dell’autore che forza ogni situazione solo per far avanzare la trama, per me diventa impossibile ignorarlo. E Faces of Death, da un certo punto in poi, vive completamente di questo. Personaggi che prendono decisioni assurde senza alcuna logica. Situazioni che esistono solo perché “il film deve andare avanti”. Comportamenti totalmente incoerenti costruiti unicamente per arrivare alla scena successiva. E il problema è che il film continua a farlo fino alla fine, climax compreso. Ed è un peccato enorme, perché sotto tutta quella confusione si intravedeva persino qualcosa di interessante. Ma alla fine ciò che mi resta addosso non è tensione, non è disgusto, non è neanche divertimento ma è solo un enorme senso di fastidio.
recensione di Carmelo Garraffo
The Whisper di Gustavo Hernandez (2025)
Da quando nel 2023 è uscito When Evil Lurks, tendo a tenere un orecchio particolarmente attento verso il cinema horror argentino. È il motivo per cui il mese scorso vi avevo parlato di The Virgin of the Quarry Lake (2025) ed è anche il motivo per cui oggi vi parlo di The Whisper — titolo originale El Susurro. Purtroppo, ve lo dico subito, è uno di quei film che bisogna andarsi a cercare. Non che prima o poi non possa saltare fuori anche da noi: When Evil Lurks in Italia è arrivato tardi, ma alla fine è arrivato. Quindi chissà, magari anche questo riuscirà prima o poi a trovare spazio almeno su qualche piattaforma streaming. Ma di cosa parla The Whisper? Ed è qui che la situazione si complica, perché raccontarlo senza fare spoiler è piuttosto difficile. E il motivo è semplice: capire davvero di cosa parla il film è parte stessa dell’esperienza. Potrei limitarmi a dirvi che la protagonista, una giovane donna alla ricerca di risposte sul proprio passato, si ritrova coinvolta in una rete sotterranea e clandestina legata alla produzione di snuff movie — quei filmati che documentano vere torture o veri omicidi. E a questo punto probabilmente pensereste: “ok, quindi è un film sugli snuff movie”. Ma la risposta è no. Potrei allora dirvi che ciò che inizia come un thriller criminale si trasforma lentamente in qualcosa di molto diverso: un horror soprannaturale intriso di maledizioni familiari, esoterismo e traumi tramandati nel tempo. Potrei raccontarvi che i mostri del film non sono soltanto entità invisibili, ma anche la crudeltà umana, il degrado sociale e la disperazione di chi vive ai margini. E sì, saremmo già più vicini al cuore del film. Ma non abbastanza. Perché The Whisper sembra appartenere a quel nuovo horror dell’area del Río de la Plata — Argentina e Uruguay — che negli ultimi anni si sta costruendo una propria identità molto precisa. Un cinema sporco, viscerale, pessimista, dove il male non arriva mai come qualcosa di distante o astratto, ma emerge direttamente dalle persone, dalle famiglie, dalla società stessa. Un horror che mescola critica sociale, folklore, dolore e violenza in modo sempre più riconoscibile. E forse è proprio questa la cosa più interessante. Non vi dirò qual è il vero tema del film, non perché voglia creare mistero artificiale, ma perché credo sia uno di quei casi in cui scoprirlo da soli faccia davvero parte del viaggio. Quello che posso dirvi è che il film funziona. Non siamo ai livelli di When Evil Lurks, sia chiaro. Quel film aveva qualcosa di davvero folgorante e innovativo. The Whisper è più piccolo, meno radicale, meno devastante. Però si lascia guardare molto bene, soprattutto perché affronta un argomento che negli ultimi tempi il cinema horror ha trattato spesso in maniera discutibile o superficiale. E poi è impossibile non notare come questo tipo di cinema stia costruendo una propria estetica riconoscibile. Un linguaggio fatto di immagini sporche, atmosfere soffocanti e un senso costante di fatalismo che, almeno per ora, continua a essere estremamente affascinante da esplorare. Segnatevelo. Se un giorno dovesse passarvi davanti, un’occhiata gliela darei volentieri.
recensione di Carmelo Garraffo

Mortal Kombat II di Simon McQuoid (2026)
Quando si tratta di film, non c’è premessa che mi terrorizzi di più di “fatto per i fan”, come nel caso di questo Mortal Kombat II, sequel del buon capitolo del 2023. Ok, anche il primo aveva le sue incertezze, su tutte un protagonista originale marvellizzato interpretato dal povero Lewis Tan, un vuoto cosmico di carisma a cui accollare il logoro arco da supereroe che scopre i suoi superpoteri, aspetto che aveva giustamente catalizzato le maggiori critiche nei confronti del film. Tutto sommato però è stato un titolo più che godibile: c’era un minimo di tensione narrativa, di senso dell’avventura e del ritmo. C’erano Joe Taslim e il grande Hiroyuki Sanada in ruoli da co-protagonisti e valorizzati a dovere. C’era in generale gente che sapeva menare e le basi minime – molti combattimenti, belli, puliti e violenti – erano solide. L’addestramento del nuovo protagonista aveva una vago respiro alla Rocky, e la magia scaturiva da un felice utilizzo di scenografie reali, splendide location, effetti pratici e un sorprendente livello di violenza. Ovviamente la mattanza è la portata principale anche nel sequel, ma se il primo riusciva bene o male a trovare una quadra tra azione, caratterizzazione e trama, questo preferisce una serie infinita, convoluta e in definitiva noiosa di combattimenti imbottiti di CGI, competenti ma anonimi, tra personaggi interscambiabili: tutti tanto fedeli alle controparti videoludiche quanto dimenticabili. Due ore imbottite di costosi cosplayer e febbrile fanservice da soffocare l’entusiasmo di vedere gente che perlomeno sa come muoversi. Il nuovo protagonista dovrebbe essere Johnny Cage, interpretato da Karl Urban, attore dall’indubbio carisma che tuttavia artista marziale non è mai stato, e che i suoi 53 anni li dimostra tutti. Non aiuta vederlo non proprio convintissimo di quello che fa, alle prese con del materiale di una mediocrità tale che sembra non riuscire a capacitarsi, finendo per lasciarsi fagocitare da uno script confusionario che si affanna a dare senso e dignità a troppi personaggi, rimbalzando di continuo da una battaglia all’altra la cui posta in gioco varia da trascurabile a non pervenuta. Perfino l’intensità di Hiroyuki Sanada -che si unisce alla festa tardi e in modo smaccatamente pretestuoso- non eleva il film dal suo arrancare. Tutta questa banalità è messa in musica da una colonna sonora assordante che sembra l’equivalente uditivo di una verga di ferro che ti colpisce ripetutamente la testa. Ma voglio essere corretto: certi frammenti sono effettivamente entusiasmanti e lasciano intravedere cosa avrebbe potuto essere, in particolare gli ottimi scontri che coinvolgono la principessa Kitana e i suoi ventagli. Kitana rappresenta anche l’unico filo conduttore narrativo con una parvenza di drammaticità reale del film. All’inizio, Johnny Cage attribuisce la colpa del declino della sua carriera cinematografica all’avvento degli action duri, con Keanu Reeves che schianta un migliaio di persone con una matita. Riferimento appropriato, perché se è davvero questo che serve per ottenere una produzione decente non vedo dove stia il problema. Per due ore infatti, tra uno sbadiglio e l’altro, non sono riuscito a smettere di pensare: “arridatece John Wick!”
recensione di Emiliano Zambon

OBSESSION di Curry Barker (2026)
Penso chiunque, a un certo punto della propria vita, abbia avuto una cotta per qualcuno che non condivideva i suoi sentimenti, rendendo piuttosto facile connettersi alla situazione iniziale del protagonista del nuovo film di Curry Barker. Molte altre potranno invece identificarsi con il personaggio interpretato dalla straordinaria Inde Navarette, oggetto di affetto da parte di qualcuno a cui semplicemente non erano interessate. Obsession è un film che prende in esame gli aspetti tipici delle relazioni disfunzionali mettendoli a confronto diretto con le conseguenze di una moralità distorta. In un certo senso, soprattutto all’inizio, l’uomo è vittima tanto quanto la donna, colpevole soltanto di avere espresso per scherzo un pessimo desiderio. Il desiderio però si realizza. Inizialmente incredulo, presto decide di accettare la situazione senza troppi scrupoli ad approfittarsi della tragedia dell’amata. L’ossessione però diventa presto un incubo per entrambe le metà dell’equazione, con la ragazza completamente privata del libero arbitrio, della scelta e del consenso per soddisfare la fantasia tossica di qualcun altro, mentre il ragazzo affonda passo dopo passo in un inferno di conseguenze e sensi di colpa senza via d’uscita. Diretto con stile asciutto e caustico umorismo, Obsession brucia a fuoco lento palleggiando abilmente tra i codici del thriller, dell’horror e del romance con occasionali esplosioni di ultra-violenza e uno sguardo ai classici, sostenuto da due interpretazioni centrali eccezionali. Barker guida il film con mano ferma e non esita a ribadire la sua posizione sul controllo maschile e sulla differenza tra amore e amore tossico, dimostrando anche una comprensione dei rapporti familiari e dell’amicizia che eclissa quella di altri giovani colleghi. Non c’è un grammo di grasso superfluo in questo film, che ribadisce come prendersi i propri tempi per mantenere il pubblico sulle spine il più a lungo possibile sia sempre uno dei metodi più efficaci per costruire un buon thriller. Obsession è una tragedia d’amore che esplora i molti modi in cui l’amore può coagularsi se mancano altruismo ed empatia, in sintonia con i problemi di un idiota egocentrico mentre li vede per quello che sono: il seme del male. Non capita spesso un film riesca a cavalcare l’ondata di clamore dai festival alle sale e riesca comunque a fornire ottimi risultati, ma Obsession dimostra che Curry Barker è il miglior tipo di giovane regista: uno che può sostenere la sua spavalderia con sicurezza e idee valide.
recensione di Emiliano Zambon

Lee Cronin’s The Mummy di Lee Cronin (2026)
La Mummia di Lee Cronin non è un remake del classico del 1932. Né è un’avventura d’azione con Brendan Fraser. E non è nemmeno collegato al flop guidato da Tom Cruise nel 2017 che inaugurò e contemporaneamente decretò la fine del Dark Universe della Universal. No, rivendicare la paternità nel titolo serve esattamente a prendere le distanze da tutte quelle versioni precedenti. Sono assolutamente favorevole ai registi dei grandi studi che cercano il compromesso “uno per loro, uno per me”, e New Line Cinema qui ha chiaramente dato carta bianca a Cronin dopo l’enorme successo di Evil Dead Rise. Questa nuova interpretazione vorrebbe essere, sulla carta, una storia sulle ramificazioni di un evento traumatico che ancora permea, e letteralmente marcisce, all’interno di una famiglia, mescolato a un mistery procedurale dal sapore anni ’90. Il problema è che Cronin rivela i suoi assi troppo presto rimanendo quasi subito a corto di idee, condannando l’estenuante minutaggio residuo a una desolante mancanza di sorprese. Ogni sviluppo si vede arrivare da un miglio di distanza e sebbene il regista riesca perlopiù a mantenere la presa su un’atmosfera efficace, viene prontamente annullata dall’enfasi su un eccessivo manierismo fatto di continue inquadrature dall’alto, primi piani estremi e split diopter a profusione, riducendo i meccanismi horror a dei gimmick manipolatori e ingannevoli. Brian De Palma dovrebbe fargli causa. Peccato perché nonostante tutto Cronin dimostra di avere un malsano gusto per l’orrido e per schifezze assortite di matrice raimiana; eppure si interrompe bruscamente durante diverse sequenze potenzialmente ottime come quella del funerale, che avrebbero potuto davvero lasciare il segno se si fossero spinte un po’ oltre, con un po’ più di coraggio. La scrittura formulaica, la regia scadente e il ritmo a singhiozzi – spesso abbandonando l’horror per il procedurale con un tempismo terribile – si traducono in un’esperienza piuttosto frustrante e priva di una identità distinta. Durante tutta la visione, non riuscivo a smettere di pensare alle immortali parole del sommo poeta Roger Murtaugh: “Sono troppo vecchio per queste stronzate”. Per l’ennesimo titolo usa e getta, l’ennesima iterazione dello stesso film in confezione diversa.
recensione di Emiliano Zambon


