
Allora… oh mio Dio, devo parlare dei Converge. Da dove inizio? Rompiamo il ghiaccio: sono stati il mio gruppo preferito, quelli che come pochi riuscivano a sciogliermi il sangue nelle vene. Lo sono stati — come, tra gli altri, Unbroken, Motorpsycho, Helmet — e oggi non lo sono più. Succede. Ho avuto la fortuna di conoscerli praticamente “da subito”, perché il mio amico Marco Capelli, nel ’94 (credo), andò a Boston per studiare. Ogni due settimane mi mandava dei report pazzeschi sulla scena locale: Cave In, Jesuit, Isis, Corrin, Barrit, Converge, Overcast… Ricordo le nottate a scaricare demo e live con il mulo, e con i Converge — ma anche con gli altri — fu amore al primo ascolto. E ancora oggi “The Saddest Day” è la mia canzone preferita di sempre. Punto. Ma i Converge del ’94 sono cambiati. Si sono evoluti, hanno affinato suoni e liriche. E qui va detta una cosa: io impazzivo per i Converge con due chitarre, quel suono quasi metal, e la voce completamente urlata. Poi li ho seguiti, li ho apprezzati, ma per me la vetta rimane l’inizio, quando il cantante dei Bane suonava la seconda chitarra. Per dire: Jane Doe, bel disco eh, ma io preferisco When Forever Comes Crashing. È immaturo, certo, ma ha un suono meno caotico e più rotondo. Li ho sempre seguiti, sia dal vivo sia in studio, e ormai mi sono chiari i confini entro cui si muovono: da un lato l’hardcore caotico, voce e chitarra distorta, ma con riff memorabili; dall’altro un suono denso, cupo, sporco, quasi sludge e rallentatissimo. Ecco: quando è uscito il loro disco a inizio 2026, Love Is Not Enough — che non sapevo nemmeno fosse il primo dopo nove anni (Bloodmoon non lo considero né riuscitissimo né 100% loro) — ho gridato al miracolo. Dopo quasi un decennio, i Nostri sono tornati con un gran disco: pieno di riff, molto hardcore, tirato. Per me, tra gli album dell’anno, un 8 pieno pieno. Ma non l’ho recensito io. Poi è uscito il secondo. E lì sono rimasto un po’… spiazzato. Intendiamoci: non è un brutto album, anzi. Però è quello in cui i Converge decidono di esplorare il marciume, rallentano i ritmi, si immergono nel rumore, nella parte più sporca e vischiosa del loro suono. È come se avessero detto: “Ok, abbiamo fatto il disco hardcore, ora facciamo quello sludge-noise, così, per vedere l’effetto che fa”.
Allora, parliamo di Hum of Hurt. Già dal titolo capisci che non sarà un disco allegro: “il ronzio del dolore” non è proprio roba da playlist da spiaggia. La cosa bella — o brutta, dipende da che tipo di ascoltatore sei — è che Hum of Hurt non ha fretta di piacerti. È un album che ti guarda storto. E, dopo un po’, inizi a guardarlo storto anche tu. Eppure — e qui sta il bello — il disco funziona. Funziona perché è coerente, perché è onesto, perché non cerca di essere quello che non è. È un album che ti dice: “Questo è il mio dolore, questo è il mio rumore, questo è il mio ronzio. Se ti va, ascoltalo. Se no, pazienza”. Non è un disco lungo, solo 33:34 minuti, nonostante il suo incedere lo faccia sembrare più lungo. Il suono è più sporco, più denso, più “da scantinato”. La voce di Jacob è meno tagliente e più cavernosa, come se stesse cantando da dentro un amplificatore rotto. Le chitarre (impossibile ne suoni una sola) di Kurt sono muri, ma non quei muri chirurgici e affilati dei primi anni Duemila: qui sono muri che colano, che vibrano, che sembrano sul punto di crollare. La batteria di Ben è una marcia lenta, pesante, quasi rituale. E Nate, come sempre, tiene tutto insieme con un basso che sembra un motore diesel che non vuole spegnersi. È un disco che non corre. Non esplode. Non cerca la gloria. Ti trascina nel suo mondo, che è fatto di rumore, di dolore, di quella sensazione di “sto andando avanti anche se ogni passo pesa il doppio”. Non è un album per chi vuole i Converge veloci, affilati, “vecchia scuola”. È un album per chi vuole vedere cosa succede quando una band storica decide di guardare nel proprio lato più oscuro e dire: “Ok, facciamoci un disco”.
In fondo Hum of Hurt è questo: un album che non vuole convincerti, vuole solo essere se stesso. I Converge non stanno cercando di rifare Jane Doe, non stanno cercando di accontentare i nostalgici, non stanno nemmeno cercando di dimostrare qualcosa. Stanno semplicemente suonando come suonano oggi: più lenti, più sporchi, più pesanti, più introversi. Non vedo l’ora di vederli dal vivo.
(Epitaph Records, Deathwish Inc., 2026)
1. Slip the Noose
2. Doom in Bloom
3. It Only Gets Worse
4. Detonator
5. I Won’t Let You Go
6. It’s Not Up To Us
7. Dream Debris
8. It Used to Matter
9. Hum of Hurt
10. Nothing is Over


