Arriva alla seconda uscita “lunga” il progetto del polistrumentista di Cleveland Jake O’Brien dopo Putrescence del 2023 e, nell’occasione, si fa affiancare da J.V. Green (Burial Oath, Goatchamber) alla batteria tenendo per sé voce, chitarra (con un contributo alla sei corde da parte di Thorn Blackfyre – Black Altar, Vástígr) e basso. Per correttezza di cronaca va riportato che il disco è stato stampato in pochissime copie a novembre 2025 ed esce adesso con distribuzione internazionale grazie ad Apocalyptic Witchcraft. Se Putrescence rispecchiava bene la definizione di blackened sludge, qua la lancetta si sposta e non di poco verso il black atmosferico senza per questo disdegnare ricadute nel doom e nei ritmi più fangosi e opprimenti.
Cinque tracce più intro e outro che iniziano alla grande grazie alla ficcante opener che porta lo stesso titolo del disco. Intendiamoci, è chiaro che l’originalità non sia l’esigenza primaria di O’Brien e qua traspare un afflato simile agli Agalloch e altre esperienze simili. Il brano è comunque ottimo e mette in luce una gran prova alla batteria di Green. Allo stesso modo compare uno dei marchi di fabbrica di Flowers Of Rust, ossia la voce sofferente e sgraziata (permettetemi, nient’affatto piacevole) che sembra rifarsi a un certo depressive black. In “Sour Mercy” compare anche il sintetizzatore che fa da bordone alla prima parte del pezzo che sembra confermare le buone impressioni riscontrate con la canzone precedente. Circa a metà del brano, però, pausa e lo stesso cambia pelle. Lo schema si ripeterà poi in altri episodi del disco e, in occasione delle ripartenze, sembrano emergere le ispirazioni più legate allo sludge/doom. Dagli stessi presupposti stilistici si sviluppa pure il quarto brano “Brave New Corpse” che appare confusionario e senza una direzione precisa. Un blastbeat frenetico apre “Bright Violence” mostrando nuovamente plettrate alternate e stop&go che si rifanno al black melodico e atmosferico. Allo stesso modo, viene riproposto lo schema pausa e ripartenza dove si ascolta, a tutti gli effetti, una canzone completamente diversa e, nuovamente, torna la sensazione di confusione e di trovarsi di fronte qualcosa di inconcludente. Prima dell’outro “Driftwood” spetta a “Mother Atrophy” chiudere il disco, nuovamente su frangenti black melodico e con un basso tonante che permea il tutto di un’aura quasi avanguardistica. Il tutto prima dell’ennesima pausa che cambia le carte in tavola dopo la quale il pezzo riprende con ritmi meno frenetici.
Rimane un grande “boh” dopo l’ascolto di questo album. Dopo un inizio promettente seppure impersonale i brani si ripetono senza spiccare e senza lasciare tracce memorabili. Purtroppo rimane, quello sì, questa sensazione di confusione e di poca chiarezza stilistica, come se la composizione dei pezzi fosse avvenuta come mero assemblaggio di parti senza considerare troppo l’arrangiamento. Forse una compartecipazione con altri musicisti in questa fase avrebbe potuto permettere alle singole canzoni di esprimersi in modo più netto senza lasciare spazio alle parti incriminate che rendono l’ascolto di Crude Exhibitions of the Soul pesante.
(Apocalyptic Witchcraft Recordings, 2026)
1. Eigengrau
2. Crude Exhibitions Of The Soul
3. Sour Mercy
4. Brave New Corpse
5. Bright Violence
6. Mother Atrophy
7. Driftwood



