
Sono veramente già passati dieci anni da The Bones of a Dying World? Dove è andato a finire il tempo? Ci ho messo un po’ a organizzare i pensieri per scrivere questa recensione, perché gli If These Trees Could Talk sono una delle mie band post-rock preferite e ovviamente l’oggettività ne risente. Il fatto è che se ho voglia di ascoltare del post-rock loro sono una delle prime band che mi vengono in mente, ancor prima dei mostri sacri del genere. Forse per il moniker, tra i più evocativi di sempre, ma anche per la forza travolgente del loro sound, che alterna bordate heavy che tengono inchiodati a terra a momenti di totale sospensione onirica. Questo è l’album numero cinque e, se si esclude il (bellissimo) singolo “Trail of Whispering Giants” uscito due anni fa, mi fa un certo effetto poter riascoltare un loro nuovo disco dopo tutto questo tempo. Parto emozionato e già mi ritrovo a fantasticare sul nome: The Hidden Hand. “La mano nascosta”. Mi chiedo perché abbiano scelto l’aggettivo ‘nascosta’, piuttosto che ‘invisibile’. Se questa mano è semplicemente nascosta magari riusciremo a intravederla, se sapremo osservare bene.
Parte “Archons” e sono subito brividi. I pad morbidi trasmettono una calma ultraterrena, e con questa chitarra in tremolo che si affaccia timidamente in lontananza già mi sento a casa. Ma io che The Bones of a Dying World l’ho consumato (nonostante il mio album preferito sia Red Forest), in questa breve intro ambient sento proprio una prosecuzione naturale delle atmosfere di quel disco. Il mondo non se la passa tanto bene ma non è morto come suggeriva il titolo, forse giusto un po’ ammaccato, per usare un eufemismo… ma in ogni caso gli alberi stanno per parlare di nuovo, e sono pronto ad ascoltarli. E infatti la transizione fluida mi porta dentro l’irruenza post-rock di “Moon Machine”, e improvvisamente non sono più sulla terra: sto osservando il nostro pianeta da qualche avamposto in rovina sulla luna; intorno ci sono questi ritornelli dal suono tagliente, questi tremoli nervosi ricoperti di ghiaccio, selvaggi e inafferrabili come il pulviscolo. Le sonorità irresistibili di queste chitarre che si rincorrono e sprofondano a tutta velocità nelle profondità dei crateri lunari, in volo libero in mezzo a cunicoli oscuri e poi di nuovo nella calma della superficie, cariche di luce. Il senso profondo di movimento e scoperta mi riporta sulla terra, ma è un sogno lucido; partono le note pulite di “Sea of Glass” e mi sembra di ammirare la delicatezza di una pacifica alba. La dolcezza di questa melodia che si adagia nella mente trasmettendo serenità, il suono delle corde sfregate. E poi questi fraseggi di chitarra elettrica che scuotono le fondamenta, il palesarsi di un bridge clamoroso con la batteria marziale che apre la visuale su nuove contemplazioni ipnotiche. E sempre chitarre lontane a indicare la via in mezzo al fumo. Tra sogno e realtà riesco a vedere la mano nascosta in mezzo alla nebbia, mi sta indicando la direzione; nel paesaggio sonoro ci sono cumuli di detriti e di foglie, mentre le variazioni nei riff di chitarra e le cascate di delay sincopati hanno il sapore imprevedibile del vento che le fa oscillare, quasi prendendosene cura. E mi sembra quasi di vederlo, questo affascinante mare di vetro, questa distesa di suono sconfinata e fragilissima. C’è forse una bellezza più grande di quella che potrebbe dissolversi da un momento all’altro? Non fa sconti neanche “Blurry Creatures”, con questo coro trionfale che canta la melodia principale incastonandosi subito nella mente, con il suono del rullante che cresce insieme ai battiti del cuore. Il dinamismo la fa da padrone, in questo gioco continuo di tensione e rilascio, nel susseguirsi di note che tengono alta l’attenzione e riff pesanti che appaiono e scompaiono come il passare delle stagioni. I fraseggi potrebbero andare avanti per sempre, e invece si interrompono con una breve coda post-metal, prima del momento che mi ha fatto venire la pelle d’oca sin dal primo ascolto e che credo lo farà ogni volta. “Silence Between Mountains”. Un pezzo bellissimo diviso in due, gli IFTTCT al massimo della loro arte. L’atmosfera della prima parte è quasi sacrale, la delicatezza delle melodie mi ricorda quella meraviglia di “The Here and Hereafter” dall’album precedente. Quanta nostalgia in queste linee di chitarre interconnesse, quanta vita in questi dettagli. Sullo sfondo una chitarra con tremolo resta lontana alla vista, quasi impercettibile, eppure da subito impressa nel cuore. D’altronde gli IFTTCT sono anche questa delicatezza, questi momenti di raccoglimento che sfiorano emozioni antiche. Quanto mi mancavano questi fraseggi eterei, fatti di note effimere che come stelle baluginano un istante per poi smarrirsi nella fugacità del tempo. Perso nelle emozioni che mi suscita questa meraviglia, penso che se davvero gli alberi potessero parlare, questo è ciò che sentiremmo. Mi sento purificato da questi tre minuti. La transizione nella seconda parte è fluida, intorno aria fresca e ossigeno, lo sguardo che si perde in lontananza nella trama ambient. Entra la batteria, e con lei una commozione improvvisa che non riesco a spiegarmi. Quello che mi fa impazzire qui è il contrasto tra il velato ottimismo delle linee di chitarra e la malinconia della chitarra in tremolo, tenute insieme dalla solennità della sezione ritmica. Fluiscono tante di quelle emozioni qui, e nell’istante più sospeso, con una sola chitarra a ripetere la desolazione della progressione, nel rapimento più profondo, ecco giungere un lampo elettrico che fende il cielo. I tom della batteria ruggiscono. Le montagne hanno interrotto il loro silenzio, stanno urlando qualcosa in una lingua incomprensibile. E che però disvela tutta la loro anima. Non si può afferrare lo spirito tagliente di queste tre chitarre impazzite, che dipingono un climax elettrico da brividi. Da qui in poi ho la certezza che la mano non sia più così nascosta; riesco a vederla mentre mi indica la via, che mi trascina verso le atmosfere vagamente anni Ottanta di “Metanoia”. Tutto intorno il delay dei migliori episodi di Red Forest, con un particolare senso di velocità impresso nella sezione ritmica. Il suono si sposa benissimo con il titolo: la parola metanoia (dal greco metanoéō, “cambiare idea” o “andare oltre la mente”) sta a significare un mutamento nel modo di pensare, sentire o giudicare le cose, una sorta di rinascita spirituale. Trovarla in scaletta dopo il pathos di “Silence Between Mountains” non credo sia casuale. È un’emozione nuova che risolve l’atmosfera più tesa del disco; ci sento dentro il post-rock più sereno degli A Sudden Burst of Colour e di certi Prey for Sound. In chiusura resto persino spiazzato dalla bellezza di un assolo molto pinkfloydiano; poi arriva “Flim”, che all’inizio mi ricorda la gioia spensierata di “Hoppípolla” dei Sigur Rós, prima di scoprire che si tratta di una reinterpretazione in chiave post-rock dell’omonimo brano di Aphex Twin. È pazzesco come un brano nato per l’elettronica mantenga intatta la sua forza anche nel linguaggio più chitarristico del post-rock. Il cuore adesso è più leggero e riesce a sentire di più, e la mano, ormai perfettamente visibile, mi indica un ultimo messaggio, due parole vergate nella dolcezza di una chiusura delicata: “Endlessly Connected”. Essere connessi in eterno può essere un rifugio o una condanna; la melodia si muove esattamente in questo spazio ambiguo di sospensione, alternando arpeggi caldi a flessioni più nostalgiche, prima di lasciare che tutto sfumi in un silenzio carico di risonanze.
Tirando le somme, The Hidden Hand è il ritorno che speravo di ascoltare e anche molto di più. Dieci anni di attesa sono stati lunghi, ma una cosa è certa: gli If These Trees Could Talk sono vivi e lottano in mezzo a noi. Il senso di epico che riescono a costruire con la loro musica è lo stesso di sempre, i loro crescendo continuano a scavare solchi profondi nell’anima. Rispetto al passato, però, percepisco una maggiore serenità in questo album, come se la tensione si fosse ammorbidita da qualche parte lungo il cammino. Il tempo passa per tutti, si sa, e dopo dieci anni si può smettere di inseguire a tutti i costi la gravitas nel proprio suono, per iniziare piuttosto a cercare gli spiragli di pace che vi si nascondono. La mano nascosta, alla fine, voleva solo mostrarci questo: che c’è una forza enorme anche nel saper fare spazio alla delicatezza.
(Metal Blade Records, 2026)
1. Archons
2. Moon Machine
3. Sea of Glass
4. Blurry Creatures
5. Silence Between Mountains, Pt. 1
6. Silence Between Mountains, Pt. 2
7. Metanoia
8. Flim
9. Endlessly Connected


