
Se uno pensa all’Australia, pensa a deserti rossi in una cornice di cieli tersi e tanto caldo, oppure a spiagge lunghissime, mare blu, surfisti e belle ragazze ovunque. Cosa però non viene in mente è il freddo ed il buio ai quali il black metal normalmente appartiene. Eppure, il fitto sottobosco underground del metal australiano è ricco di gruppi black metal, molti di loro anche molto validi, e che nulla hanno da invidiare con i loro colleghi del grande nord. Tra questi, molto attivi nella zona di Brisbane (io stesso li ho visti molte dal vivo), sono i Graveir. In giro dal 2014, i Nostri hanno pubblicato il loro debutto Iconostasis nel 2016, seguito da King of the Silent World (2020), e tornano ora alla carica con il loro terzo lavoro intitolato The Festering Triad. La musica proposta dai Graveir è un black metal classico e canonico che richiama un po’ la vecchia scuola del black, quindi Marduk, Dark Funeral, Satyricon, e compagni di merenda.
Per scrivere la recensione ho ascoltato The Festering Triad molte volte, ma ad essere onesto, ho fatto fatica a trovare un giudizio equilibrato del disco. Da un lato, infatti, trovo che molte delle canzoni siano brani validi e con pochissimi difetti, e quando ascoltati individualmente non c’è proprio niente che non vada. Tuttavia, ho fatto fatica ad arrivare in fondo all’album senza cedimenti. In generale, ho trovato che il disco includa molti spunti accattivanti, ma purtroppo questi momenti sono spesso troppo dilatati e diluiti, e sfortunatamente spesso ripetuti talmente tanto che si passa dall’entusiasmo alla noia nel giro di una canzone. Tirando le somme quindi, il lavoro risulta bello, ma solo a piccole dosi, e se si tenta la carta del “lo ascolto tutto di un fiato”, diventa piuttosto piatto. C’è poi un’altra questione che mi preme sottolineare. The Festering Triad è ben scritto, ben suonato e ben registrato, ma manca un po’ di mordente. Anzi, manca una cosa ancora più fondamentale ed essenziale per far sì che il loro black metal sia credibile: manca la cattiveria, e di conseguenza non si sente Satana (cit.). In pratica è come il proverbiale cane che abbaia ma che non morde, e capirete bene che il black metal che abbaia senza mordere, non è black metal… Non fraintendetemi: come dicevo prima, le canzoni belle ci sono, e mi viene ad esempio in mente l’interessante apripista “Lord of Misrule”, la semplice e diretta “A Thief In The Heart of Man”, oppure l’epica “A Line of Blood Drawn In Sand”, forse la più bella del lotto, dove i Graveir dimostrano di saper dare del loro meglio quando rallentano. Il resto dei brani però scorrono un po’ a fatica per i motivi di cui parlavo sopra, e quindi alla fine non hanno avuto la capacità di convincermi fino in fondo. E questo è un peccato perché il potenziale c’è, come hanno saputo dimostrare con i lavori precedenti.
In conclusione, il terzo album dei Graveir ha del potenziale, ma potrebbe essere migliore, soprattutto con una revisione ed una smussatura dei brani, e soprattutto con un sano pizzico di cattiveria (vera) in più. Se siete dei fan accaniti del black metal che non si fanno mancare nessuna uscita, un ascolto a The Festering Triad potete darlo, in giro c’è di peggio.
(Apocalyptic Witchcraft Recordings, 2026)
1. Lord Of Misrule
2. A Futile Exhortation
3. Revanchism
4. A Thief In The Heart of Man
5. The Festering Triad
6. A Line of Blood Drawn In Sand
7. By The Will Of The Goat
8. The Rite of Degradation


