
È sempre bello recensire un disco di debutto. Da recensore leggi le note stampa e bene o male sai cosa aspettarti, soprattutto se si tratta di un artista che conosci. Quando invece ti viene consigliato un debutto, c’è una sola aspettativa che vale la pena avere: questo lavoro mi stupirà? Con What Came From Silence dei francesi Hanry, in uscita il 29 maggio per Pelagic Records, devo dire che mi sono davvero stupito. C’è qualcosa di fresco che da tempo non sentivo nel post-rock strumentale, forse dai tempi di Learning to Growl degli Overhead, The Albatross. Perché nel genere si tende a seguire strutture consolidate, e questo finisce per smorzare quel senso di libertà che è la ragione per cui certi album riescono ad emozionare così tanto. Le emozioni, in fondo, difficilmente seguono schemi e regole.
Nelle otto tracce di What Came From Silence invece si percepisce una voglia enorme di sperimentare, insieme a un senso di magnificenza che mi ha colpito fin dal primo ascolto. I crescendo lenti, i riff minimali che si accumulano strato su strato, qui ci sono solo a sprazzi: i brani respirano, pulsano, e anche le parti più calme non si appiattiscono mai, perché c’è sempre qualcosa che tiene tutto in movimento. E persino i momenti più introspettivi finiscono per brillare, perché su tutto il disco c’è questo senso di grandiosità trattenuta che ogni tanto si libera, aprendosi a contaminazioni sonore poco frequenti nel genere. L’esempio più evidente sono i drop, molto più vicini all’EDM che al crescendo classico: in diversi brani un istante di silenzio precede aperture sonore che scaldano il cuore. Uno dei più belli è quello che spezza in due “Noise Drowns Out”, che parte sospesa e quasi contemplativa per poi aprirsi in un’euforia contagiosa. La band racconta di aver composto partendo da un immaginario cinematografico: “La maggior parte dei brani è partita da una trama elettronica ambient, che abbiamo poi gradualmente sviluppato e attorno alla quale abbiamo costruito il resto. Volevamo giocare con le variazioni di intensità e di atmosfera, in modo che l’album potesse essere vissuto come un tutt’uno, quasi come un unico brano continuo. L’idea è che l’ascoltatore si immerga completamente nell’ascolto e vi proietti le proprie emozioni“. La qualità del mix è all’altezza dell’ambizione: il suono è cristallino, la produzione è pulitissima (due dei cinque membri del gruppo sono tecnici del suono, e si sono prodotti e mixati il disco da soli al DiscoCasino Studio). Una delle cose che funzionano di più è il lavoro delle tre chitarre, che si muovono su piani diversi: una disegna armonie delicate, un’altra lavora sulle frequenze basse con fiumi di delay e distorsione, la terza introduce rumore e frammenti più astratti che destabilizzano l’equilibrio delle prime due. Marc Mifune si divide tra piano, synth e violoncello, e proprio quest’ultimo aggiunge una malinconia che a volte rinforza le melodie, altre volte le traina verso un sentimento più grigio, da cui il resto degli strumenti sembra volersi staccare per tornare saldamente alla luce. La batteria di Clément Champigny ha un suono molto nitido e scandisce gli stacchi tra le sezioni con una sensibilità che si avverte soprattutto quando i brani cambiano pelle; nei climax colpisce senza mai sovrastare gli altri strumenti. Le tastiere sono meno appariscenti ma altrettanto decisive: i pad tengono insieme chitarre ed elementi elettronici più ritmici, mentre la voce dei sintetizzatori analogici, immersi in riverberi enormi, sembra giungere da un altro tempo. Forse dalla memoria, forse dal futuro. Di momenti alti ce ne sono davvero tanti. La sospensione ipnotica di “Her Crown, Her Empire” ricorda da vicino “Teardrop” dei Massive Attack, e il suo finale è una sorta di brano nel brano, con le accelerazioni imprevedibili dei beat elettronici e le chitarra pulite che continuano a trasmettere serenità in mezzo al caos. “Aurora” lascia entrare una melodia familiare e dolcemente nostalgica, una specie di ritornello che rischiara le nubi piene di glitch (è anche il brano più antico del gruppo: lo aveva composto Anthony Leliard una decina di anni fa, poi riarrangiato collettivamente per il disco). “Dustwake” è meravigliosa: cresce lentamente con il pianoforte in primo piano e un rullante che non molla, poi una chitarra distorta doppia la melodia e il brano si gonfia in qualcosa di barocco che ricorda i Muse di The Resistance; il finale ha un’anima sintetica che spiazza, degna dei 65daysofstatic di The Fall of Math. Adoro anche “Remains”, costruita su aperture che sembrano non risolversi mai del tutto, e quanta soddisfazione quando infine avviene e la prospettiva si ribalta; sembra quasi di osservare la poetica decadenza di un pianeta disabitato. “Time’s Collapsing” è tra le più cinematografiche: si apre con piccoli dettagli elettronici e una cadenza ritmica piuttosto familiare, poi quando la batteria sparisce restano sintetizzatori eterei sospesi e un riff di chitarra circondato da queste texture, e il concetto di tempo perde il suo significato. Quando rientrano le percussioni insieme al resto degli strumenti è impossibile non emozionarsi. “Phantom Rush” chiude con nove minuti che partono sospesi e lontanissimi per poi esplodere in un’onda cinematografica in cui il pianoforte di Mariposa, ospite proprio per questo brano, diventa protagonista, con i sintetizzatori che lo inseguono sullo sfondo. È la conclusione ideale di un disco che per tutta la sua durata mantiene altissima la soglia di attenzione e non stanca mai.
Un gioiellino questo What Came From Silence. È stato scritto durante un lungo inverno in Bretagna, e penso proprio che questo abbia influito molto sull’atmosfera dei brani. D’altronde la certezza che presto tornerà la primavera rende sopportabile ogni inverno, anche quelli dell’anima. E permette di non temere la malinconia o l’introspezione. E nemmeno il silenzio. Per altro il bellissimo artwork di Aloïs Lecerf traduce visivamente proprio questo concetto, con quella silhouette che si lascia pervadere dal potere lenitivo della luce. Dopo un disco del genere, c’è da essere parecchio ottimisti sui prossimi lavori degli Hanry. E avere anche un po’ di (sana e meritata) aspettativa.
(Pelagic Records, 2026)
1. Noise Drowns Out
2. Aurora
3. Dustwake
4. Her Crown, Her Empire
5. Remains
6. Time’s Collapsing
7. Dead Waves
8. Phantom Rush, Pt.1 and Pt.2


