
Lo stoner, diciamolo, è un genere strano. Ha avuto dei padri talmente giganteschi che nessuno, dopo di loro, è mai riuscito davvero a raggiungerli. La triade Kyuss – Monster Magnet – Sleep ha creato le fondamenta, ha acceso il fuoco, e poi… tutti gli altri hanno passato anni a soffiarci sopra sperando di farlo divampare di nuovo. Bravi, bravissimi anche, ma sempre un po’ figli di qualcun altro. Ecco perché i Monolord, quando sono arrivati, hanno fatto l’effetto di una folata d’aria fresca in una stanza chiusa da troppo tempo. Drop ribassati, riff lenti e pesanti come un camion in salita, voce stralunata, registrazioni sporche e ipnotiche. Empress Rising, Vænir, Rust: una tripletta che sembrava dire “ok, il miracolo può succedere anche nel 2010 e passa”. E Vænir, soprattutto, era quel disco che ti faceva pensare: “Ecco, questi hanno capito tutto”. Li ascoltavo a volume folle mentre andavo a passare la mia giornata al lavoro. Poi è arrivato l’esordio su Relapse, Your Time to Shine, e lì qualcosa si è incrinato. Produzione troppo pulita, voce meno magnetica, un po’ di magia evaporata. Non un disastro, ma un disco che non ti rimaneva addosso come i precedenti.
E quindi, dopo cinque anni di silenzio, la domanda era inevitabile: “Riusciranno i Monolord a tornare quelli di una volta?”. Cinque anni sono tanti. Abbastanza per riposarsi, ripensarsi, cambiare pelle. E anche abbastanza per sbagliare strada. In cabina di regia, per la prima volta, c’è Sylvia Massy — sì, proprio quella che ha lavorato con Tool, System of a Down, Johnny Cash. Ha preso demo e idee accumulate in dieci anni e li ha trasformati in un disco che suona più preciso, più definito, ma non del tutto ripulito. Il fuzz c’è, il peso c’è, la psichedelia pure. Solo che tutto è un po’ più… controllato. È un album compatto, curato, forse fin troppo. I dettagli sono cesellati, le atmosfere calibrate. E se da un lato questo funziona, dall’altro toglie un po’ di quella sensazione di “monolite in movimento” che era il marchio di fabbrica dei Monolord. “Iodine”, primo pezzo, parte bene, dinamica, con un finale che affonda nel doom come si deve. Ti illude che stia per arrivare un disco devastante. “You Bastard”: qui sì, ci siamo. È il pezzo migliore: viscerale, serrato, con quella voce cavernosa che ti fa dire “eccoli, sono tornati”. “Oozing Wound” è un po’ semplice, un po’ ripetitiva. Sembra un outtake dei Black Sabbath nei giorni meno ispirati. Non brutta, ma non memorabile. “Inside a Collider” scorre, ma non lascia molto. È uno di quei pezzi che ascolti senza fastidio, ma che dimentichi subito. “It’s Neverending”, sì, ecco, qui torna la scintilla. La voce di Jörgen Sandström (Entombed) si incastra benissimo nel suono dei Monolord. È probabilmente il secondo picco del disco. Che poi però finisce!
Neverending è un buon album, ma non è l’album che i Monolord avrebbero potuto fare, e questo un po’ si sente. Non ha la potenza tellurica di Vænir, né la trance ipnotica dei primi lavori. Però è un lavoro coeso, maturo, fatto con cura e con una consapevolezza nuova. Forse nel mio giudizio pesano le grosse aspettative riversate e disattese. Non direi deluse, ma disattese, come se la band si fosse mossa su coordinate differenti rispetto a quelle che avrei auspicato io. Io avrei dato 2 voti: 7.5 al disco, in sè, che non è brutto, anzi, 6 al confronto con quello che loro avrebbero potuto dare. Ne esce un 6/7 che non posso inserire e quindi, per non essere cattivo con una band che amo molto, darò 7. Ma da loro era lecito aspettarsi un album da 9!
(Relapse Records, 2026)
1. Iodine
2. You Bastard
3. Inside a Collider
4. Crystal Bridge
5. Oozing Wound
6. The Masque
7. Invisible
8. It’s Neverending


