
Gli Spirit Adrift sono Nate Garrett e Nate Garrett è gli Spirit Adrift. La band nasce infatti come one‑man band, quando Nate – polistrumentista originario dell’Arizona ma residente in Texas – si disintossica nel 2015 da diverse dipendenze, in particolare dall’alcol. Fin da subito, anche grazie all’amicizia con i death metaller Gatecreeper (band nella quale il buon Nate ha militato per un paio d’anni), il progetto attira l’attenzione degli amanti del doom metal. Da allora Garrett si è circondato di turnisti che lo hanno accompagnato in questo percorso decennale, un cammino che proprio con questo album giunge al termine. Da dove cominciare? Dal fatto che la band ha pubblicato sei album, passando dai suoni più essenziali e doom-oriented dell’esordio fino a contaminare il proprio stile con prog, rock e – perché no – un tradizionale heavy metal anni Novanta, sempre unito a voce pulita e testi intrisi di malinconia. Il filone è quello di Khemmis, Crypt Sermon e, se vogliamo, Elder, band rispetto alle quali gli Spirit Adrift non sfigurano affatto (ricordo che la rivista Decibel li ha spesso inseriti nella top 20 delle classifiche di fine anno). Il sottoscritto ne è rimasto subito folgorato, e l’adorazione è proseguita fino all’uscita di Ghost At The Gallows, quinto album che invece varcava a grandi falcate la soglia dell’arena rock, ricordando per certi versi dei Bon Jovi o degli Iron Maiden rallentati. Personalmente l’ho acquistato, ma dopo due ascolti l’ho accantonato: non avendolo recensito né più frequentato, potrei averne un ricordo sfocato, forse eccessivamente negativo per il semplice fatto che non era allineato alle mie aspettative. Chissà.
Ma siamo qui per Infinite Illumination, uscito un po’ a sorpresa, che come dicevo è non solo l’ultimo in ordine di tempo, ma anche l’atto conclusivo. I motivi di questa scelta vanno ricercati nella vita privata di Nate: alla moglie è stato diagnosticato un male incurabile, e il Nostro ha – comprensibilmente – deciso di starle accanto. Il disco mantiene la classica miscela heavy–doom–stoner, ma con un approccio più uniforme e meditativo. Rispetto ai lavori precedenti ci sono meno cambi di ritmo, meno slanci, e tutto si mantiene su un solido mid‑tempo. In particolare spiccano la title-track, dall’incedere costante e dotata di riff sabbathiani; “You Will Never Hold the Key” e “White Death”, dove i riff si intrecciano a una prova magistrale della voce, al tempo stesso pulita ma sofferta di Nate, sostenuta da una sezione ritmica che non si limita ad accompagnare, ma cesella come una cornice le linee melodiche della lead guitar. Chiude l’album l’ottava traccia, “Where Once There Was an Ocean”, che dopo un incedere quasi da marcia, si dissolve lentamente, quasi a voler suggellare il percorso intrapreso. Il risultato complessivo è un suono più oscuro, cattivo, denso e minaccioso rispetto agli album precedenti. Arena rock? Forse, ma con una qualità e un peso specifico delle singole canzoni di valore assoluto, e con una voce così emotivamente sofferta e trascinante da elevarne l’impatto.
Io ho rimesso in rotazione l’intera discografia, e non escludo di poter anche rivalutare Ghost At The Gallows. Scherzi a parte (più o meno), siamo di fronte a uno dei dischi più belli del 2026 e, indipendentemente dai gusti personali, un serio contender al ruolo di AOTY per il sottoscritto.
(20 Buck Spin, 2026)
1. Infinite Illumination
2. Window Within
3. You will Never Hold The Key
4. Born In A Bad Way
5. BuriedIn The Shadow Of The Cross
6. White Death
7. I Am Sustained
8. Where Once There Was An Ocean


